giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Pm nega rinvio udienza all’avvocato che vuole vedere il figlio nascere

Il tasso di natalità è ai minimi storici ma la giustizia di certo non lo aiuta a rianimarsi. Dopo il legittimo impedimento negato a giugno all’avvocatessa Monica Bonessa, incinta all’ottavo mese, a Milano si registra un caso di insensibilità nei confronti di un futuro padre. Accade durante un’udienza preliminare a carico di 17 persone accusate di riciclaggio davanti al gup Alessandra Simion. Al momento di stilare il calendario delle future udienze e di fronte alla prospettiva suggerita dal giudice di fissarle il 19, 20  e 21 novembre prossimo, un difensore romano fa presente che quelli sono i giorni in cui è previsto il parto della compagna. Il pm (donna) ribatte: “La sua presenza non è necessaria”. Tecnicamente nulla da dire, ma tra le pieghe del diritto e della logica ci sarà pure spazio per un po’ di tenerezza. Il legale incassa con un certo aplomb, limitandosi a osservare: “Questa è una sua opinione”. Sconcerto tra gli altri avvocati in aula ma provvede la giudice sistema le cose  prendendo atto dell’indisponibilità del difensore e anticipando le udienze al 13 e 15 novembre. Il futuro papà incrocia le dita sperando che la creatura non abbia fretta di venire al mondo. (manuela d’alessandro)

Il marito poliziotto, l’avvocatessa 007 e il ladro più sfortunato di Milano

Questa è la storia di una coppia di investigatori piuttosto originali e di un ladro che più sfigato non ce n’è.

Partiamo dal secondo: è un tunisino di 20 anni con numerosi precedenti per furto e rapina, l’ultima delle quali compiuta ai danni di una signora anziana usando un coltello. Gli altri due invece sono un’avvocatessa penalista nota per la sua tenacia e per alcuni guizzi di vero genio, Debora Piazza, e il di lei marito, un poliziotto dall’aria riflessiva e intelligente, Marco.

Sabato sera il tunisino prova a introdursi in casa dei due. Ha un attrezzo in mano, stacca la maniglia della porta. Sfortuna vuole che nell’abitazione ci siano i proprietari. Sfortuna vuole che uno dei due nella vita faccia il poliziotto. Al ladro non resta che scappare a gambe levate. Tanto in fretta da dimenticarsi il cappellino sul posto. Sfortuna vuole, per il giovane, che la coppia si sia dotata di un impianto di videosorveglianza. La sfiga ipermetrope vuole, ancora, che la padrona di casa sia una penalista con molti clienti nel giro della mala di piccolo o grande cabotaggio. Et voilà, mentre la scientifica arriva sul posto, parte un’altra indagine, parallela, non esattamente ortodossa ma forse più rapida ed efficace di quella ufficiale. Un’inchiesta ‘vecchio stampo’, da piedipiatti, con servizi di osservazione sul campo e raccolta di informazioni da fonti confidenziali. Debora fornisce ai suoi clienti le foto estrapolate dalla telecamera: “Trovatelo!”. E quelli lo trovano. Le danno le dritte giuste. Dopo una serie di appostamenti, la 007 in gonnella lo individua al Giambellino, in un bar di cinesi, dopo l’ultima soffiata di un cliente. E chi meglio di un marito poliziotto può arrestare un ladro? Il marito arriva e arresta. Già che c’è, l’avvocatessa mostra al furfante le foto che lo ritraggono, e pure quella del cappellino lasciato in loco commissi delicti.

Davanti a tanta tenacia che vuoi fare? Ammetti. E il tunisino ammette: “Ok, ero io in casa vostra”. Stamattina è stato processato per direttissima. Si è scoperto che era anche evaso dai domiciliari. Arresto convalidato. Pare che Marco voglia cambiare lavoro e stia studiando per entrare nel mondo legale. Chissà se invece Debora vuole diventare uno sbirro.

 

 

 

Addio a Gianfranco Maris, partigiano con la toga addosso

 

Se n’è andato oggi, segnato dagli anni (tanti) e da una vita irripetibile. Gianfranco Maris è stato un caso raro ed emblematico di come la militanza politica si possa intrecciare alla professione di avvocato senza rinunciare alle diverse coerenze che i due mondi richiedono. D’altronde lui, che era sopravvissuto ai lager nazisti, riusciva a evitare che questa sua cicatrice profonda condizionasse il resto della sua vita: certo, il 25 aprile di ogni anno sfilava in corteo dietro lo striscione dell’Aned, l’associazione dei suoperstiti dei lager, col fazzoletto bianco e celeste al collo. Ma anche di quell’orrore parlava con disincanto, e non ha mai permesso che tutta una vita lunga e ricca si riducesse all’icona di sopravvissuto.

Era comunista fino al midollo, nel modo serio e concreto in cui si era comunisti nell’Italia uscita dalla guerra. Per il Pci più ortodosso fu senatore e soprattutto punto di riferimento nel rapporto con le istituzioni, quando sotto l’attacco terroristico (che aveva, va ricordato, nella presenza di un Pci forte e credibile il suo ostacolo principale ) comunisti e apparati dello Stato realizzarono un patto di ferro, che ebbe in Ugo Pecchioli il suo esponente piu noto ma che viaggiò in concreto nel lavoro quotidiano di uomini come Maris. Eppure va ricordato anche che intanto faceva l’avvocato, e lo faceva bene, senza timore di rovinarsi la reputazione: perché quegli erano anni, a differenza di oggi, in cui un avvocato veniva rispettato in Procura e in tribunale anche se svolgeva fino in fondo e senza sconti il suo dovere come legale di uomini del crimine organizzato, convinto che anche essi avessero diritto al rispetto dei loro diritti processuali.

Poi venne l’epoca dei pentiti, in cui Maris entró da protagonista, assumendo la difesa del collaboratore di giustizia piu difficile di tutti: Leonardo Marino, il pentito del caso Calabresi. Perché se difendere i Peci e i Sandalo era facile, tanto visibile era il contributo dato allo smantellamento delle bande armate, difendere l’ambulante di Bocca di Magra che aveva fatto finire in galera Adriano Sofri volle dire mettersi contro un universo che (non solo a sinistra) considerava il processo milanese una colossale montatura, e la presenza di Maris accanto a Marino la prova provata della compromissione del Pci nella congiura. Delle minacce che gli piovevano addosso, non sembrò mai preoccuparsi: e in questo, verosimilmente, l’esperienza del lager contribuirà dargli scorza.

I suoi figli, Gianluca e Floriana, hanno continuato sulle sue orme nella difesa dei pentiti, anche e sopratutto quelli di malavita organizzata: ma sempre con lo spessore di chi fa l’avvocato davvero e non ha voglia di farsi usare.