giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Nell’annus horribilis 96 vittime di omicidio di genere femminile

Vicktoria, l’ultima della serie nera, aveva 42 anni e faceva la badante. Uccisa con 5 coltellate, è stata sepolta sotto il campo di un ex bocciofila di Brescia. Del delitto è sospettato l’ex fidanzato.

Concetta, la prima della lista di sangue, di anni ne aveva 79 e abitava in un paesino in provincia di Catania. Il marito novantenne l’ha massacrata a bastonate.

Alessandra, 47 anni, guidava i tram a Milano. Il geloso ex compagno l’ha fulminata con una fucilata, nella sua casa di Truccazzano, nel pieno del lockodown primaverile.  Sempre nel periodo del primi giro di blocchi un cliente insoddisfatto ha strangolato Stefania, 45 anni, costretta a vendersi per bisogno in un appartamento della periferia popolare di Milano. Polizia e carabinieri per mesi non  hanno taciuto che si era trattato di un omicidio, scoperto  con l’autospia  posticipata a causa della pandemia e  rivelato solo quando il presunto responsabile e stato fermato. E poi Fatima, Bruna, Ambra, Speranza e troppe altre ancora.

Nell’annus horribilis dell’emergenza covid  – e dell’ecatombe provocata dal virus – al 19 novembre si contano 96 vittime di omicidio di genere femminile,  85 delle quali in ambito in ambito familiare o affettivo, in 59 casi colpite a morte da un partner o un ex partner.

Più di metà dei delitti complessivi -  126 dei 237 censiti – ha avuto come scenario la famiglia o una relazione e a perdere la vita sono state in maggioranza le donne. Il calo degli omicidi globali, in corso da anni , non si è arrestato. In questi primi dieci mesi e mezzo è sceso anche il numero del le donne ammazzate (con una lieve variazione al rialzo per una sottovoce), ma la percentuale rispetto al totale delle vittime di genere femminile è tornata a salire, in controtendenza.

I DATI

I numeri ufficiali aggiornati al 19 novembre arrivano dal Dipartimento di pubblica sicurezza e precisamente dalla Direzione centrale della polizia criminale guidata da Vittorio Rizzi, a ridosso della Giornata dedicata al contrasto alla violenza contro le donne. Nel 2017 gli omicidi volontari registrati e perseguiti sono stati 375, con 132 vittime di genere femminile. Nel 2018 si sono contati 358 delitti dolosi  e 141 donne uccise. Nel 2019 il totale è calato rispettivamente a 315 omicidi e a 111 vite femminili stroncate.  In questi  tre anni alla voce omicidi in ambito familiare o affettivo si è oscillati da 143 a 160 a 151, con 96, 111 e 94 donne ammazzate.

Il CONFRONTO

Il confronto tra le prime 46 settimane del 2019 e lo stesso periodo 2020 certifica che lo stare chiusi in casa per un lungo periodo, costretti alla coabitazione forzata, non ha appesantito il bilancio complessivo degli omicidi, per ora in linea con il trend degli ultimi anni: l’aggiornamento delle aggressioni letali censite al 19 novembre si attesta a 286 l’anno scorso, quest’anno si ferma a 237.

Le vittime di genere femminile, sempre da gennaio al 19 novembre,  sono quasi le stesse: 98 nel 2019, 96 quest’anno. Gli assassini hanno colpito in ambito familiare o affettivo 134 volte l’anno scorso e 126 nel 2020. Le donne massacrate in un contesto di relazione parentale o sentimentale  sono state 2 in più, 83 tra inizio anno e 19 novembre 2019 e 85 nell’arco temporale 2020 corrispondente.

Passando dai numeri assoluti alle percentuali, e per la voce omicidi volontari in ambito familiare o affettivo, si percepisce meglio il peso della violenza estrema commessa sulle donne:  rappresentano il 67  per cento delle vittime tra le mura domestiche e  tra coniugi, fidanzati, ex .

Un passo indietro, dopo la contrazione del 2019 (l’anno scorso sono state il 62 per cento, contro il 69 per cento del 2018 e il 67 per cento del 2017).

LE STORIE

Il sito femminicidioitalia.com -  solitamente preciso nel raccogliere, analizzare e divulgare i dati – conta un femminicidio in meno rispetto alle statistiche di polizia (58 e non 59). E divide i dati per mesi, raccontando la storia di ogni vittima.

Nel primo lockdown, stando a queste elaborazioni, non c’è stato un boom di donne assassinate(diversamente da quanto sostenuto da altri siti, che arrivano a parlare di aumenti del 200 per cento): 17 donne ammazzate in quanto tali tra marzo e maggio 2020, 21 nello stesso trimestre 2019, 16 nel medesimo periodo 2018.

Torino e provincia si distinguono negativamente per gli omicidi-suicidi, ben 9 da inizio anno a metà novembre. Le vittime sono in prevalenza donne, gli autori persone vicine. Perché tutte queste storiacce in serie? Quali sono gli elementi comuni? E le differenze? Che cosa si può imparare, da questa violenza etero e autodiretta? Il Corsera sostiene che la pandemia “probabilmente esasperato tante situazioni già al limite” e ricorda le vittime una ad una. In alcuni casi si accenna a depressione e problemi mentali, in altri si rileva che gli assassini avevano a disposizione armi da fuoco, legali e illegali.

Il 13 gennaio  un 54enne di Avigliana aggredisce la moglie Stefania, 48 anni, all’apice di una lite. La stordisce con una badile e la finisce con un dardo scagliato con una balestra, la stessa arma usata per uccidersi.

La notte del 6 febbraio, a Piossasco, un grafico danese di 39 anni accoltella la moglie  Anna, architetto di 32 anni di origine russa, e si toglie la vita con un fendente alla gola.

A lockdown appena iniziato, a Beinasco, un ex vigile urbano di 65 anni ammazzata con un revolver la moglie Bruna e il figlio Simone, lei 60 anni, lui 29 anni. L’ultimo colpo è per sé stesso.

Nella notte del 5 luglio 2020, a Torino, una donna 33enne uccide la madre di 60 anni, Luana, con tre coltelli diversi.  Poi si getta dal balcone di casa.

A Carmagnola, il 17 luglio, un pensionato di 68 anni centra con un colpo di pistola la moglie Eufrosina, un anno meno di lui. Fugge, si rifugia in un’altra casa, si siede sul divano e si spara.

Il 31 luglio, a Vinovo, a perdere la vita è una donna di 44 anni, Emanuela:  l’ex convivente, un metronotte disoccupato di 48 anni, la fulmina con la pistola d’ordinanza e si suicida.

A Rivara, il 21 settembre, un padre di 47 anni uccide il figlio undicenne con una pistolettata al cuore e si spara alla tempia.

A Venaria, il 26 settembre, un uomo in sedia toglie la vita alla moglie da cui sta per separarsi, Maria di 41 anni, e la fa finita. Lo strumento è il medesimo: una pistola non autorizzata. Il 9 novembre, in un a villetta di Carignano, un operaio agricolo di 40 anni stermina la famiglia con una semiautomatica comprata pochi giorni prima e legalmente detenuta:  spara alla moglie Barbara di 38 anni e ai due figli gemelli, Alessandro e Aurora di 2 anni, e si sucida, dopo aver soppresso anche il cane di casa.

MINIMI STORICI A MILANO

A Milano, città cui si guarda nel bene e nel male, in questo annus horribilis gli omicidi sono scesi ai minimi storici (questa almeno è l’impressione, avvalorata dalle statistiche tratte dalle cronache e incrociate coi dati Istat di tre decenni). Da inizio anno a metà novembre se ne contano “solo” 7 (e compresi quelli preterintenzionali).

Gli uomini rimasti a terra sono 4 (e di uno, straniero,  carabinieri e procura non hanno reso noto nemmeno il nome), le donne 3. Carla, una pensionata di 90 anni, è stata uccisa in casa con colpi alla testa inferti con un barattolo di marmellata, dal ragazzo che lavorava nell’attività di famiglia,  un bulgaro in precedenza  affidato al figlio e alla nuora. Movente? Un piccolo prestito non concesso e  furto di 150 euro e di alcuni monili.

Stefania è la donna costretta a prostituirsi, ammazzata dall’ultimo cliente, diventata ufficialmente vittima di omicidio 6 mesi dopo l’autopsia. Anche Manuela, transessuale di 48 anni e origini brasiliane, è  stata massacrata da un compagno  occasionale, a coltellate.

Pure in provincia e nel territorio dI Monza e Brianza il numero di omicidi datati 2020 è assai basso, da record assoluto:  quelli  finiti sui giornali sono 5 (2 vittime di genere maschile e 3 donne, una uccisa dalla figlia depressa, una  dal convivente e una dal fidanzato).

Nel 1990, per dare una idea dell’andamento di questo tipo di reato nel corso di 31 anni, si contarono  49 omicidi in città e 67 in provincia (che allora comprendeva anche Lodi e dintorni),  nel 2000 si scese rispettivamente a  20 e 25, nel 2010 il calo arrivò 18 nel capoluogo e 17 fuori. Undici delitti metropolitani e 16 in provincia nel 2017, 9 e 14 nel 2018 e 9 (in città) e 9 (tra la provincia di Milano e  Monza e Brianza) nel 2019.

I DATI DI EURES

Anche i ricercatori dell’Eures mettono l’accento sull’aumento dei femicidi – suicidi, su scala nazionale raddppiati.  Il numero di vittime complessive di genere femminile, confermano, è sceso. Ma il lockdown, giocoforza, ha cambiato dinamiche, contesti, moventi, differenze e composizione del “campione” preso in considerazione, i 91 casi contati da gennaio a fine ottobre 2020. “Il dato è in leggera flessione rispetto alle 99 vittime dello stesso periodo 2019. A diminuire significativamente sono soltanto le vittime femminili della criminalità comune (da 14 ad appena 3 nel periodo gennaio-ottobre 2020), mentre risulta sostanzialmente stabile il numero dei femminicidi (termine usato in alternativa a femicidi, ndr) familiari (da 85 a 81) e, all’interno di questi, il numero dei femminicidi di coppia (56 in entrambi i periodi), mentre aumentano le donne uccise nel contesto di vicinato (da 0 a 4)”.

Altra osservazione, sempre degli esperti di Eures: “Uno degli aspetti più interessanti riguarda la correlazione tra convivenza e rischio omicidiario.

Se infatti il femminicidio è un reato commesso nella maggior parte dei casi all’interno delle mura domestiche, e segnatamente all’interno della coppia, il lockdown ha fortemente modificato i profili di rischio del fenomeno, aumentando quello nei rapporti di convivenza e riducendolo negli altri casi: il rapporto di convivenza, già prevalente nel 2019 (presentandosi per il 57,6 per  delle vittime), raggiunge il 67,5 per cento nei primi dieci mesi del 2020, attestandosi addirittura all’80,8 per cento nel trimestre del Dpcm Chiudi Italia (quando, tra marzo e giugno 2020, ben 21 delle 26 vittime di femminicidio in famiglia convivevano con il proprio assassino). In valori assoluti, nel confronto tra i primi dieci mesi del 2019 e il medesimo periodo del 2020, il numero dei femminicidi familiari con vittime conviventi sale da 49 a 54 (+10,2 per cento), mentre contestualmente scende da 36 a 26 quello delle vittime non conviventi (-27,8 per cento)”.

Capitolo moventi, da leggere con una osservazione di base.

Con numeri relativamente bassi – siamo sotto i 100, piaccia o meno – le oscillazioni percentuali vanno prese con cautela.

“Se la gelosia patologica e il possesso continuano a rappresentare anche nel 2020 il principale movente alla base dei femminicidi (con il 31,6 per cento dei casi), le prescrizioni imposte dal lockdown e la forte estensione dei tempi di convivenza – è la tesi dei ricercatori di Eures -  spiegano il forte aumento dei femminicidi seguiti alla esasperazione  delle condizioni di litigiosità/conflittualità domestica (27,8 per cento a fronte del 18,1 del 2019) così come quelli correlati ad una situazione di disagio della vittima (o dell’autore), passati di litigi e dissapori che, evidentemente, in una situazione di costretta e continuativa convivenza, hanno generato veri e propri corto circuiti, esasperando le microconflittualità quotidiane precedentemente rese più gestibili dalle minori occasioni di contatto. Aumentano anche le donne uccise per l’incapacità dell’autore (generalmente il coniuge) di prendersi cura della malattia (fisica o psicologica) della vittima (dal 10,8 al 20,3 per cento del totale) o dell’autore (dal 16,9 al 17,7 per cento): il disagio complessivamente inteso, in assenza di un adeguato supporto socio-sanitario, arriva a spiegare nell’anno del lockdown oltre un terzo dei femminicidi censiti.  Marginale appare invece il movente economico, passato dal 4,8 al 2,5 per cento”.

(lorenza pleuteri)

Non sapeva dei processi, scarcerato e sentenze annullate

Non c’è  la “prova certa” che sapesse che erano in corso due processi conclusi con altrettante condanne a suo carico, per tentata rapina e resistenza.

Per questo, anche sulla base di una sentenza della Cassazione le cui motivazioni sono state depositate il 17 agosto, i due verdetti sono stati annullati dalla Corte d’Appello di Milano e lui è stato scarcerato. Protagonista della vicenda un uomo di 48 anni, recluso nel carcere di San Vittore e affetto, in base a una perizia, da una malattia psichiatrica. “Senza la sospensione delle sentenze – spiega l’avvocato dell’uomo, Antonella Calcaterra - non avrebbe potuto essere curato in una residenza sanitaria, come accadrà ora, perché l’esecuzione della pena definitiva avrebbe prevalso sulla sua cura”.   

Perché i processi sono da rifare daccapo

Nel provvedimento letto dall’AGI con cui è stata accolta l’istanza dell’avvocato, i giudici fanno riferimento alla recente Cassazione nella quale viene spiegato che non basta l’elezione di domicilio presso un difensore d’ufficio per dimostrare che la persona sia a conoscenza di essere sottoposta a un procedimento penale.

Ci vuole di più: “il giudice deve verificare  che vi sia un’effettiva instaurazione di un rapporto professionale tra il legale e l’indagato, tale da far ritenere con certezza che quest’ultimo abbia conoscenza del procedimento o vi si sia sottratto volontariamente”.

E, scrivono i giudici della Corte d’Appello, “dalla lettura della documentazione riversata nel dossier processuale si evince che le notifiche relative ai due procedimenti sono state sempre effettuate nel domicilio eletto presso il difensore d’ufficio, senza che sia stata raggiunta la prova certa che l’atto sia giunto a conoscenza del destinatario, peraltro affetto da malattia psichiatrica che verosimilmente ha inciso sulla capacità di cognizione e comprensione”.

La conseguenza è che viene ordinata “l’immediata scarcerazione” e la sospensione dell’esecuzione delle due sentenze col rinvio degli atti ai giudici di primo grado davanti ai quali dovranno essere ricelebrati i processi.

“L’ignobile assenza in aula di uno dei suoi avvocati”

L’uomo aveva da scontare un cumulo di 4 anni di reclusione, frutto di due condanne pronunciate dal tribunale di Milano il 13 marzo 2018 e il 2 ottobre 2019. Per quanto riguarda il primo procedimento, dagli atti emerge  che parte delle responsabilità vanno attribuite all’allora avvocato d’ufficio che non ha mai partecipato alle udienze  tanto che il giudice, dando conto della sua “continua e ingiustificata assenza”, l’ha definita “una cosa veramente ignobile”.

Anche dell secondo giudizio non ha saputo nulla anche per un errore di notifica:   “inspiegabilmente” l’avviso di chiusura delle indagini e il decreto di citazione a giudizio vengono mandati a un difensore d’ufficio che non era quello nominato in un primo momento.

“Percorso costellato da violazioni di diritti”

Pure in questo caso, come nel primo, “la non conoscenza incolpevole ha determinato il venir meno della possibilità di impugnare la sentenza e la conseguente definitività”. “Sentenze – ha scritto Calcaterra nel ricorso poi accolto – che sono la conclusione di un percorso giudiziario costellato da violazioni di diritti (prima tra tutti quello di difesa) e che rischiano di vanificare la cura di una persona che necessita anzitutto di essere presa in carico per la gestione di quelle problematiche psichiatriche che hanno dato causa ai fatti illeciti”. (manuela d’alessandro)

“Salvatore era troppo debole. Ecco com’è morto”

“Salvatore era troppo debole. Non è riuscito a resistere alle botte. Forse ha preso qualcosa. Solo Dio lo sa”.  Due detenuti raccontano le ultime ore di vita di Salvatore “Sasà” Cuono Piscitelli, il quarantenne fragile morto ad Ascoli Piceno dopo le rivolte che a marzo hanno devastato decine di carceri.

E’ la loro verità, affidata a due lettere, in attesa che qualcuno li convochi (le due procure competenti o l’avvocata della nipote di Sasà) e vada a cercare riscontri oggettivi o smentite.  L’uomo era rinchiuso nella casa di reclusione di Modena, messa a ferro e fuoco, saccheggiata, devastata. Con altri 40 carcerati è stato caricato su un autobus diretto nella città marchigiana. Qualche ora dopo è morto. Anche per lui – come per gli altri 12 deceduti – le autorità carcerarie parlano di overdose di metadone e psicofarmaci. Ma le accuse dei due  compagni di galera e di viaggio ora rilanciano pesanti interrogativi.  E’ vero o no che tutti i reclusi dell’istituto modenese sono stati sottoposti a visita medica prima di essere trasferiti in altri penitenziari? Dal carcere e da Roma dicono di sì. Dal fronte dei detenuti arriva invece un no. Per i familiari di Sasà il dubbio è atroce: una diagnosi tempestiva e la somministrazione di un farmaco salvavita avrebbero evitato che lui morisse? E gli altri?

A Modena, l’8 marzo, il carcere viene espugnato da decine di detenuti.  La situazione è faticosamente riportata sotto controllo. Sono ore ad altissima tensione, seguite da fasi concitate. “A me dispiace molto per quello che è successo – dice la lettera  del primo recluso, da depurare da errori di grammatica e ortografia  – . Io non centravo niente. Ho avuto paura…. Ci hanno messo in una saletta dove non c’erano le telecamere. Amatavano la gente con botte, manganelli, calci e pugni…  A me e a una altra persona ci hanno spogliati del tutto. Ci hanno colpito alle costole”. Una controparte dell’istituto semidistrutto  –continua – “quando ci siamo consegnati, ha dato la sua parola. Ha detto che non picchiava nessuno. Poi non l’ha mantenuta”. I pestaggi – sempre stando al detenuto, terrorizzato dalla paura di subire ritorsioni, sostiene – sarebbero cominciati dentro e continuati durante il  viaggio verso Ascoli Piceno e una volta giunti a destinazione. Sasà – scrive ancora il testimone – “era troppo debole, forse ha preso qualcosa”. E’ stato “trascinato” fino a una cella e “buttato dentro come un sacco di patate”. L’infermiere di turno “non ti lasciava parlare con nessuno”. E “anche qua – prosegue  – veniva la squadra. Comi aprivi la bocca per chiedere qualcosa, prendevi delle botte. Venivano a picchiare con il passamontagna, per non farsi riconoscere”. Continua a leggere

Tre motivi per cui il Tribunale del Riesame non serve più

Nel lontano 12 agosto del 1982, vigente ancora il vecchio codice di procedura penale, venne approvata una legge importante per ovviare alle molte carcerazioni preventive che in quegli anni emergenziali venivano disposte sia dai pm che dai Giudici istruttori, perché ai tempi era una facoltà (e talvolta persino un obbligo) di entrambi.

La legge n. 532 istituì quindi un apposito organo speciale del Tribunale composto da tre magistrati diversi da quello che aveva disposto la carcerazione preventiva, appositamente deputati al controllo dell’arresto di un imputato in corso di indagini e non ancora dichiarato colpevole da nessuna sentenza di merito.

In ragione del preciso obiettivo per il quale era stato istituito, detto organo venne chiamato Tribunale della libertà, anche se sin dall’origine la sua competenza era stata estesa anche ai provvedimenti di sequestro di cose, e non solo a quelli relativi alla libertà personale.

Con la successiva introduzione del nuovo codice di rito del 1989, l’istituto venne mantenuto anche se, con il tempo, all’originaria denominazione di Tribunale della libertà si preferì attribuirgli quella più neutra di Tribunale del riesame, anche sulla scorta del testo della norma di cui all’art. 309 Cpp che parla appunto di “riesame delle ordinanze che dispongono una misura coercitiva”.

Ma quello che ha profondamente modificato nel corso degli anni il significato originario di quell’importante riforma non è certo stato il cambio del nome, bensì l’evoluzione, che a mio parere sarebbe più corretto definire involuzione, che detto istituto ha subito, a causa di una prassi giurisprudenziale che, sempre a mio parere, ha non di poco stravolto quei principi cui si era ispirato il legislatore del 1982.

Tanto che, parlo per esperienza personale (ma credo di interpretare quella più corrente tra i miei colleghi penalisti), ormai si preferisce evitare il ricorso a detto istituto per evitare che la futura posizione processuale del proprio assistito subisca effetti pregiudizievoli.

Elenco le tre ragioni principali che hanno condotto me (ed altri) a una siffatta conclusione, e che sono il risultato di una ormai inamovibile prassi sedimentatasi nel corso degli anni, forse anche al fine di disincentivare un ricorso pretestuoso a detto rimedio che, prevedendo termini di scadenza molto brevi, nonché una competenza territoriale estesa all’intero distretto di Corte di Appello (si pensi che il TDR di Milano ha competenza su Como, Monza e Varese), avrebbe potuto “intasare” il lavoro dei magistrati appositamente preposti.

La prima “innovazione” giurisprudenziale, prontamente avallata dalla Suprema Corte di Cassazione, è stata quella dell’invenzione del cosiddetto “giudicato cautelare”, un singolare principio in materia di privazione “cautelare” della libertà, e che dovrebbe essere, per definizione, soggetta a diuturna rivalutazione fino a sentenza definitiva, che fa si che in caso di rigetto dell’originaria domanda di riesame, il detenuto debba rimanere in carcere fino al termine massimo di durata della misura, salvo che non emergano “fatti nuovi”.

Fatti nuovi che ben difficilmente dall’interno di una cella il detenuto è posto nelle condizioni di reperire, o che ancora più spesso non sono reperibili neppure volendo e potendo, perché, in caso tanto per dire di contestazione sulla qualificazione giuridica e non sul fatto, non ci possono essere “fatti nuovi” se non il futuro esito del processo.

E’ evidente che di fronte a quel rischio, molto “concreto” vista la tendenza alquanto restrittiva dell’odierno Tribunale del riesame, che, non lo si dimentichi, è spesso “investito” da Ordinanze corpose e complesse, per completare le quali un GIP magari ha impiegato dei mesi, sia preferibile evitare il passaggio da quelle “forche caudine”, affidandocisi al tentativo di lentamente convincere il proprio giudice preliminare di un successivo affievolimento della misura originariamente disposta.

E quindi si rinuncia a quel previsto immediato controllo da parte di tre giudici “terzi” sull’arresto preventivo disposto da un GIP in assenza di contraddittorio e sulla sola base della richiesta del PM.

La seconda, e non meno rilevante interpretazione giurisprudenziale, è stata quella di far sempre premettere alle motivazioni di rigetto un’accurata disamina degli indizi a carico del reo fino a redigere una vera e propria sentenza di condanna anticipata, anche quando oggetto di devoluzione (che in materia di impugnazioni dovrebbe costituire un principio cardine del nostro rito) era esclusivamente la sussistenza o meno delle esigenze cautelari che giustificavano l’arresto provvisorio di un gravemente indiziato di reato, e non già la congruità provvisoria del quadro indiziario.

E questo, persino in quei casi in cui ad essere devoluta è solo l’intervenuta attenuazione di quelle esigenze al fine di una sostituzione della misura in atti in altra meno gravosa e pure prevista dall’Ordinamento, perché, tanto per fare un esempio, nel frattempo è intervenuto l’interrogatorio di garanzia avanti al GIP in cui l’indagato ha risposto.

Anche qui è evidente che di fronte al rischio concreto di vedersi costruire una sentenza anticipata di condanna, che magari “raddrizza” alcune lacune dell’iniziale provvedimento del GIP, e così inevitabilmente pregiudicare il futuro processo di merito, un legale preferisca nuovamente evitare detto passaggio.

Non si dimentichi che le ordinanze del TDR vengono acquisite al fascicolo del dibattimento prima che inizi la verifica orale delle prove raccolte dal PM, con tanti saluti al giudice di merito “vergine”, che si voleva preservare con la riforma del 1988.

Infine, neppure la tempistica più rapida del TDR può venire ormai incontro alla legittima esigenza del detenuto provvisorio di ottenere un’urgente valutazione del proprio stato coercitivo, perché da qualche anno viene ritenuto rispettato il termine di decisione con il solo deposito del dispositivo, a nulla rilevando i tempi occorrenti per il successivo deposito della motivazione del diniego.

Accade così che il detenuto apprenda che per il TDR è necessario che continui ad attendere il proprio processo in carcere senza conoscerne le ragioni, e che il suo legale non possa chiedere, nei tempi originariamente previsti dalla legge, il controllo di legittimità della Cassazione su quel diniego, Cassazione che, a sua volta, impiega come minimo qualche mese prima di fissare il ricorso, da quando il fascicolo perviene a Roma.

La conclusione finale è che oggi come oggi l’istituto del Tribunale del riesame ha perduto gran parte delle prerogative per il quale era stato istituito quasi quarant’anni fa, anche se l’emergenza di allora non pare molto mutata, visti i numeri sempre molto alti nel nostro Paese di carcerazioni preventive.

Quello che suona un po’ paradossale è che ai tempi non vi era neppure un ufficio apposito con magistrati incaricati solo di detta funzione, ma si ricorreva alla rotazione di quelli dislocati presso le varie sezioni penali del Tribunale che avevano il mese di turno.

Oggi, che anche per venire incontro al sempre più crescente ricorso alla custodia cautelare è stato tutto meglio organizzato, con magistrati di ruolo, uffici, aula speciale, cancelleria ecc, a quello che era stato il glorioso Tribunale della libertà, non ci si va più, o… quasi.

avv. Davide Steccanella

Morto nella rivolta di Bologna, pm chiede archiviazione che lascia domande

“Fu una overdose di sostanze che legittimamente stavano in carcere. Non è emersa alcuna responsabilità di altre persone”. La procura di Bologna chiede al gip di archiviare le indagini sulla fine tragica di Kedri Haitem, 29 anni e origini tunisine, uno dei 13 detenuti morti durante e dopo le rivolte che a inizio marzo hanno incendiato le carceri di mezza Italia.

Il fascicolo, con l’ipotesi di reato di “morte come conseguenza di altro delitto” (un reato non meglio specificato), era stato aperto contro ignoti. Ma l’atto con cui la pm Manuela Cavallo sollecita la chiusura del caso (“reso pubblico all’insegna della massima trasparenza”, dice il procuratore capo Giuseppe Amato) lascia alcune domande senza risposta, non disvelando dettagli che probabilmente sono nelle carte dell’inchiesta. E ricostruisce ciò che è accaduto alla Dozza in termini di “plausibilità”, non di certezza assoluta.

Scrive la sostituta procuratrice: “La ricostruzione dei fatti più plausibile – anche alla luce delle informazioni fornite dal compagno di cella e riscontrate dall’esame autoptico,  nonché dal sopralluogo nella cella del detenuto – è che la persona deceduta, già destinataria di  farmaci per il controllo dell’ansia e degli stati di agitazione, abbia assunto volontariamente sostanze prelevate abusivamente dalla farmacia del carcere (in realtà sono stati depredati gli ambulatori di tre piani del reparto giudiziario, non il dispensario centrale) durante la rivolta dei detenuti dei due giorni antecedenti alla morte e che quest’ultima sia avvenuta per overdose”.  Di quali sostanze si tratti esattamente non è dato sapere, né in questo né in altri passaggi della richiesta di archiviazione, non dal procuratore capo (interpellato). Annota ancora la pm: “Dagli accertamenti svolti sulla salma non è emersa la responsabilità di terzi nel determinismo causale della morte, causata dalla massiccia assunzione di farmaci e sostanze psicotrope in combinazioni e dosi letali. Sul corpo, infatti, non sono state rinvenute lesioni, né segni di contenzione”.

Tutte le sostanze individuate nei liquidi prelevati dal cadavere di Kedri , altro passaggio testuale, “appartenevano alle tipologie di farmaci legittimamente presenti presso la struttura carceraria – circostanza rimarcata da Amato – in quanto utilizzate per la cura di patologie ed il trattamento delle dipendenze dei detenuti”. L’ultima espressione sembra alludere al metadone, ma l’oppioide non viene esplicitamente citato dalla magistrata né al suo capo. Voci qualificate, ufficiose, ribadiscono che sarebbe stato individuato nell’organismo del ragazzo. Non è una questione da poco, anzi. Per capire il perché bisogna mettere in fila date e fatti.

L’8 marzo scoppia una rivolta nel carcere di Modena. I detenuti ribelli forzano e svuotano la cassaforte che contiene elevate quantità di metadone e di benzodiazepine.  Le sostanze passano di mano. Cinque reclusi muoiono nell’istituto, probabilmente per overdose di un mix di preparati. Quattro perdono la vita durante il trasporto verso altri penitenziari (e non in ospedale, aspetto al centro delle inchieste in corso a Modena).  Il responsabile del servizio di medicina penitenziaria della Dozza di Bologna, dottor Roberto Ragazzi  – lo racconta il garante cittadino dei diritti delle persone recluse, Antonio Iannello  – dispone il ritiro del metadone dagli ambulatori di reparto del carcere del capoluogo emiliano e la messa in sicurezza dell’oppioide, da spostare in un luogo a prova di assalto e fuori portata. Il 9 marzo si ribellano anche i detenuti del carcere bolognese, una settantina di persone.  Le agitazioni continuano  la mattina del 10 marzo , poi si smorzano. Anche qui l’obbiettivo delle razzie sono i farmaci strong. “Il metadone – sostiene Domenico Maldarizzi, dirigente nazionale della Uilpa, sigla della polpenitenziaria – nei reparti detentivi non c’era già più”. Vero o no, Kedri non partecipa ai raid. La sera del 10 marzo il ragazzo tunisino al compagno di cella sembra strano, come  “un po’ ubriaco”. Lo straniero gli confida che “durante la rivolta ha assunto farmaci”, dice che è stanco e che vuole dormire e  a lungo. La mattina dell’11 marzo si sente russare e si rigira sulla branda, fino alle 10.30. Che sia a letto fino a tardi non è insolito. Capita di frequente. Alle 12.40 altri detenuti entrano nella cella per chiedergli una cosa. Il compagno lo scuote per svegliarlo e si accorge che non respira più, dando un inutile allarme.

Solo a questo punto, a decesso avvenuto, la cella viene perquisita. E sotto il materasso del ragazzo morto saltano fuori 103 pasticche (l’atto della pm Cavallo non specifica il nome commerciale o la composizione) e 6 siringhe, una delle quali usata (nella richiesta di archiviazione non è scritto se siano state trovate tracce di sostanze e di quali).

Ma perché la cella non è stata perquisita prima, sapendo che i detenuti ribelli avevano rubato e distribuito sostanze  potenzialmente letali? Perché la polpenitenziaria è arrivata dopo? E di che pasticche si trattava? “Il carcere – ricorda Maldarizzi – non era in una situazione ordinaria.  Era mezzo distrutto,  inagibile, terremotato. Mancava la luce. Abbiamo passato due giorni drammatici.  La rivolta era finita da poche ore, andavano disposti i trasferimenti d’urgenza”.

Tra agenti e detenuti si sono contate 22 persone contuse o ferite (fonte Ansa), 16 medicate in loco e 6 portate in ospedale. Insomma, non ci sarebbe stato il tempo per perquisire cella per cella e per recuperare tutti farmaci sottratti e non ancora consumati. Le telecamere di sorveglianza non sono state utili alle indagini, perché danneggiate e non funzionanti.

La pm Cavallo ha affidato l’autopsia e le analisi tossicologiche al medico legale Guido Pelletti.  Le 103 pasticche sequestrate in cella però non sono state date al consulente della pubblica accusa, esperto cui non sono nemmeno arrivati i risultati di eventuali esami effettuati da altri soggetti (la Scientifica della polizia non si è occupata del caso, dai carabinieri non si hanno informazioni sul punto).  Agli accertamenti post mortem non erano presenti altri anatomopatologi o tossicologici, in rappresentanza di parenti o soggetti abilitati.  La famiglia forse non è stata avvisata in tempo per designare u medico legale di fiducia  oppure  non ha nominato nessuno, idem i due avvocati che seguivano Kedri in vita (Manuel Manfreda e Federico Bertani, i penalisti delle vecchie vicende giudiziarie del ragazzo, perso di vista). Il garante nazionale dei detenuti si è costituito persona offesa anche nel procedimento avviato verso l’archiviazione, ma si avvale di un penalista e di un medico legale “solo” per i morti di Modena e non per la vittima di Bologna (e non si capisce il perché). L’avvocata Emilia Rossi, componente dell’ufficio, non ha nulla da aggiungere o non si sente tenuta a dare informazioni in più: “Sono in missione – risponde al telefono  – mi occupo solo di questioni urgenti”, come se 13 decessi in carcere e le domande senza risposta non lo fossero. (Lorenza Pleuteri)