giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Perché la riforma Orlando è “inaccettabile” per gli avvocati

Circa 200 avvocati in toga stanno dando vita al flash mob per protestare contro il Ddl Orlando che prevede incisive modifiche al codice penale e a quello di procedura.

L’iniziativa, organizzata dalla Camera Penale, è cominciata col concentramento dei partecipanti al primo piano del Palazzo e prosegue sugli scaloni dell’edificio che affacciano su corso di Porta Vittoria, l’ingresso principale alla ‘casa’ della giustizia milanese. Tra i cartelli esposti: “Processo senza fine? No!” e “Difesa telefonica? No grazie”. Chiaro il riferimento a quelli che i legali definiscono gli aspetti “inaccettabili” della riforma.

PRESCRIZIONE LUNGA E PROCESSI ETERNI

Si dice spesso che col loro cavillare gli avvocati allunghino i processi. “Ma non è così – spiega il presidente della Camera Penale, Monica Gambirasio – tant’è vero che  protestiamo contro l’allungamento della sospensione dei termini della prescrizione”. Il codice riscritto prevede processi più lunghi per 3 anni. “Il decorso del tempo si verifica oggi, nella maggior parte dei casi, per l’inerzia dei pm nelle indagini preliminari. L’esito di un giudizio dilatato accrescerà la sfiducia dei cittadini nel funzionamento della giustizia per cercare di andare incontro all’esigenza della certezza della pena. Noi chiediamo che il processo venga celebrato in tempi ragionevoli ma nel rispetto delle garanzie per gli imputati”.

NO AI PROCESSI IN VIDEOCONFERENZA

Ora i detenuti vengono trasportati dalle carceri nelle aule dei processi per assistere ai procedimenti che li riguardano, salvo casi estremi previsti dalla legge di terrorismo o criminalità organizzata in cui è prevista la video – conferenza. “Con la riforma invece – puntualizza Gambirasio – si lascerebbe ai giudici ampia discrezionalità sulla partecipazione a distanza dei detenuti, anche per reati meno gravi. Il tutto peraltro a ‘costo zero’ nel senso che la riforma non prevede una copertura finanziaria per installare gli apparati”. Ma perché allontanare i detenuti dalle aule è pericoloso? “Siamo di fronte a una mortificazione del diritto delle difesa:  un contro è avere il proprio assistito in aula, con la possibilità di parlare con lui e concordare stategie, un altro è difenderlo in video – collegamento”.

UNA RIFORMA A COLPI DI FIDUCIA

Per la Camera Penale è “criticabile” anche la scelta di proporre il voto di fiducia per l’approvazione del disegno di legge” perché la delicata riscrittura di pezzi del codice penale e di procedura penale non può avvenire attraverso “la soppressione del dibattito parlamentare”. “In ogni caso – conclude Gambirasio – questa non è una riforma organica, con un’idea complessiva della giustizia. Salvo poche eccezioni, il Ddl Orlando appare difficile da condividere”.

(manuela d’alessandro)

Il flash mob della Camera Penale

Reato di tortura, se non ora, quando?

Lunedì sera, Teatro Pavoni, periferia di Milano.

Le storie di Rosario Indelicato e di Giuseppe Gulotta fanno venire i brividi agli spettatori presenti. Un pubblico di addetti ai lavori e non assiste alla serata orgamizzata dalla Camera Penale di Milano per sensibilizzare sul tema della necessità di introdurre nel nostro ordinamento il reato di tortura.

Gli interventi di Giuliano Pisapia e Monica Gambirasio aprono la prima parte. Si evidenzia la necessità che finalmente il nostro ordinamento si adegui alle convenzioni internazionali sottoscritte dall’Italia, dopo diversi tentativi andati a vuoto. Vengono sottolineati i nodi del disegno di legge che è in discussione in Parlamento. E poi ci sono le storie.

L’avvocato Baldassarre Lauria racconta quella della lunghissima carcerazione patita dal suo assistito Giuseppe Gulotta che aveva confessato sotto tortura e sottolinea le storture della legislazione emergenziale antimafia, del 41 bis e dei reati ostativi che non consentono che il principio della rieducazione della pena li esplichi.

Cetta Brancato, curatrice del libro che racconta la terribile detenzione a Pianosa di Rosario Indelicato, evidenzia un aspetto che accomuna le due storie: la difficoltà a raccontare eventi terribili, talmente terribili da non poter trovare credito. Rosario Indelicato e Giuseppe Gulotta non sono stati creduti e finalmente trovano ascolto.

Vengono letti passaggi del libro ‘L’infermo di Pianosa’, storia degli abusi della carcerazione dura dopo le stragi del 1992; non è solo una storia di detenzione di 41 bis, ma soprattutto è il racconto di una violenza senza confine con lo scopo di indurre alla collaborazione detenuti neppure giudicati in primo grado. Un “libro da divorare, con un sospiro di angoscia per ogni pagine”, commenta Pisapia.

Infine, va in scena “Come un granello di sabbia”, lo splendido monologo teatrale sulla storia di Giuseppe Gulotta, nel quale torna il tema dell’incredulità di tutti, anche dei magistrati, di fronte al grido disperato di una persona ingiustamente condannata. Il crudo racconto delle violenza subite dalle forze dell’ordine e della confessione storta è un pugno nello stomaco. Per citare il ministro Andrea Orlando: “Sul reato di tortura non c’è tempo da perdere”.

Avvocato Valentina Alberta

Camera Penale, “scandaloso negare un legale alla mamma di Ragusa”

C’è un aspetto poco attraente dal punto di vista mediatico che  si è dimenticato di sottolineare nella vicenda di Veronica Panarello, la mamma di Ragusa accusata di avere ucciso il figlio di 8 anni, Loris. Qualcosa che interpella la nostra coscienza di vivere in uno stato di diritto. Prima di essere fermata, questa donna è stata interrogata per ore dai pubblici ministeri come persona informata sui fatti, senza la possibilità di essere affiancata da un avvocato sebbene fosse chiaro a tutti che per la pubblica accusa fosse lei l’unica indiziata dell’omicidio.

In una nota diffusa oggi (nota-del-consiglio-direttivo-del-10122014.html) che critica la protesta organizzata dall’Associazione Nazionale Magistrati contro la riforma Renzi, la Camera Penale di Milano prende una posizione molto chiara. Per gli avvocati, la donna “è stata prima posta alla berlina mediatica e poi privata del proprio diritto costituzionale all’assistenza difensiva e della possibilità di esercitare il proprio diritto al silenzio in un clima quasi da auto da fe’”. I magistrati non dovrebbero preoccuparsi di falsi problemi come la riduzione delle ferie,  ma “del rispetto e dell’applicazione dei diritti e delle garanzie che sono alla base del funzionamento del diritto penale”. Era stato invece indagato come “atto dovuto” Orazio Fidone, il cacciatore che aveva trovato il corpo del bambino in un canalone nella campagna ragusana. Sarebbe stato un “atto dovuto” anche iscrivere Veronica Panarello che avrebbe goduto così della possibilità di concordare una linea difensiva con un legale, riconoscendole il diritto alla difesa garantito dalla Costituzione.  Commenta Salvatore Scuto, presidente della Camera Penale milanese: “Nell’Anm ormai ha preso il sopravvento l’ala più dura dei magistrati guidati da Piercamillo Davigo e Nicola Gratteri che puntano a indebolire i diritti delle difese. Si vuole per esempio allungare la prescrizione dimenticando che essa matura al sessanta per cento nell’udienza preliminare. E si perdono di vista problemi ben più seri, come la scandalosa negazione di un legale a Ragusa”.  (manuela d’alessandro)

Sciopero degli avvocati.
Un giudice ha minacciato pene più pesanti per testi “inutili”.

“Se insistete a voler sentire dei testimoni inutili, in caso di condanna sarò più severo con gli imputati”. Il 20 giugno il giudice del Tribunale di Milano Filippo Grisolia si rivolge così agli avvocati durante un processo.

Oggi gli avvocati della Camera Penale annunciano che il 17 luglio ripiegheranno le toghe e si riuniranno in un’assemblea dove verranno discusse le ragioni della protesta. Non c’è solo quella che è stata percepita come una ‘minaccia’ da parte del giudice al centro della ribellione ma “la violazione riscontrata in più occasioni del principio dell’oralità attraverso l’iragionevole e grave compressione dell’esercizio del diritto difesa”. “Non mi stancherò mai di ripetere – avrebbe detto il giudice -  che secondo me quando si insiste in un processo a sentire dei testi che si rivelano inutili ovviamente si può essere assolti, ma se si è condannati sicuramente il Tribunale ne tiene conto ai fini del comportamento processuale, e mi dispiace che sugli imputati a volte ricadano le scelte dei difensori”.

Durissimo il giudizio dei legali sul magistrato autore dell’aut – aut. “Ha violato l’autonoma determinazione del difensore nelle proprie scelte processuali – scrivono nella delibera con cui decidono l’astensione – che deve essere libero di valutare l’opportunità o meno di svolgere il proprio controesame; e, dall’altro, le norme che riconducono la commisurazione della pena esclusivamente a fattori ricollegati alla persona dell’imputato; e inoltre  ha mostrato un’assoluta noncuranza per alcuni dei principi cardine del processo accusatorio, ovvero quelli del contraddittorio nella formazione della prova e dell’immediatezza del giudizio”.  (m.d’a)

Camera Penale, la sentenza ‘Infinito’ è copiata
e gli osanna di Boccassini inopportuni

Sulla storica sentenza della Cassazione frutto dell’indagine ‘Infinito’, la Camera Penale di Milano non partecipa all’esultanza mediatica e della Procura che ha accolto la conferma di 92 condanne. E neppure mostra di gradire gli “osanna” di Ilda Boccassini  successivi al verdetto che ha sancito la presenza radicata della ‘ndrangheta in Lombardia.

Non è naturalmente il merito delle accuse al centro della riflessione contenuta in una nota firmata dal Consiglio Direttivo. Quello che preoccupa gli avvocati, “nonostante lo scrutinio di legittimità della Cassazione”,  è che si sia arrivati a questo epilogo a partire da una sentenza di primo grado considerata una “riproposizione pedissequa del contenuto dell’ordinanza di custodia cautelare che, a sua volta, aveva recepito integralmente contenuto e parole della richiesta di applicazione di quelle misure cautelari”. “Un pericoloso gioco di scatole cinesi – così viene definito il cammino di questa indagine verso la condanna definitiva pronunciata il 6 giugno dalla Cassazione – in cui le motivazioni di una parte del processo, ovvero quella cui si riconduce la responsabilità delle indagini e, quindi quella più vicina, anzi necessariamente alleata agli inquirenti, diventa il tessuto motivazionale di un giudizio di condanna, senza che sia stato possibile in modo esauriente e convincente individuare in quella motivazione parti della stessa a cui poter affidare la testimonianza di una autonomia del giudizio del decidente e, quindi, di un valido esercizio della delicata funzione giurisdizionale”. Continua a leggere