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Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Giudici, liberi di morire a prescindere dalla malattia

“Liberi di morire come e quando si vuole”, a prescindere dalle condizioni di salute. Dice anche questo l’ordinanza con cui i giudici della Corte d’Assise di Milano hanno trasmesso alla Consulta gli atti del processo a carico di Marco Cappato. Un principio mai esplicitato nel lungo provvedimento ma deducibile, come confermano fonti giudiziarie, dal fatto che, in tutti i passaggi in cui si argomenta l’esistenza del diritto alla “libertà di scegliere come e quando morire”, non si faccia mai cenno alle condizioni dell’aspirante suicida.

Resta ferma invece la necessità, più volte ribadita dai giudici, che chi decide di togliersi la vita lo faccia senza che colui che lo agevola abbia influito in alcun modo sulla sua scelta libera e consapevole. Un’ipotetica applicazione applicazione concreta di questo principio porterebbe a considerare non punibile chi accompagni in Svizzera a morire una persona che non abbia alcun problema di salute. Un netto superamento rispetto alla recente legge sul testamento biologico che, come ricordato dal collegio presieduto dal giudice Ilio Mannucci Pacini, “non ha riconosciuto il diritto al ‘suicidio assistito’” e prevede condizioni molto stringenti di malattia fisica per interrompere le cure. Il mancato riconoscimento del diritto al ‘suicidio assistito’, scrive la Corte nel provvedimento, “non può portare a negare la sussistenza della libertà della persona di scegliere quando e come porre fine alla propria esistenza”. I giudici della Corte Costituzionale comunque decideranno quale percorso interpretativo intraprendere in modo autonomo rispetto alle opinioni espresse dalla Corte d’Assise che si è richiamata a numerosi articoli della Costituzione e anche alle Convenzioni e alla giurisprudenza comunitaria.  Nelle loro memorie, il procuratore  aggiunto Tiziana Siciliano e il pm Sara Arduini facevano riferimento alle “condizioni oggettive” di chi versa in uno stato di malattia terminale o irreversibile e a quanto suggerito dal “comune sentire”. La Corte d’Assise va ben oltre, sostenendo il diritto a scegliere come morire anche di chi non versa in gravi condizioni di salute, come Dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale e afflitto da dolori e sofferenze continue. (manuela d’alessandro)

“Liberi di morire come si vuole”, i giudici chiedono una rivoluzione alla Consulta

Né assoluzione né condanna  per Marco Cappato. I giudici della prima corte d’Assise di Milano scelgono la terza via, chiedendo alla Corte Costituzionale di valutare la legittimità di una parte della norma che prevede il reato di ‘aiuto al suicidio’ (articolo 580 del codice penale). Una sospensione del processo ritenuta necessaria per decidere se il leader radicale è colpevole di avere fornito un aiuto materiale alla decisione di Fabiano Antoniani (meglio noto come Dj Fabo) – cieco e tetraplegico a causa di un incidente – di morire nella clinica Dignitas a Zurigo.

Nell’ordinanza, i giudici (presidente Ilio Mannucci Pacini) vanno ben oltre dal sollevare un semplice dubbio sulla costituzionalità della norma perché prendono una posizione molto netta, sostenendo che “deve essere riconosciuta all’individuo la libertà di decidere quando e come morire”, ma solo se chi decide lo fa in modo autonomo e consapevole. E infatti esultano sia Cappato, grato a Fabiano per avere fatto diventare pubblica la sua battaglia, sia il procuratore aggiunto Tiziana Siciliano che, assieme alla collega Sara Arduini, aveva chiesto in prima battuta l’assoluzione ‘perché il fatto non sussiste’ o, in subordine, gli atti alla Consulta. “E’ un’ordinanza impeccabile – gioisce Siciliano - che fornisce numerosi elementi di valutazione ai giudici costituzionali”. Comunque vada, i massimi interpreti della carta fondamentale fisseranno un punto ‘storico’ nel dibattito sul ‘fine vita’ dopo la recente legge sul testamento biologico che, come precisato dalla Corte d’Assise, “non ha riconosciuto il diritto al ‘suicidio assistito’ ma questo mancato riconoscimento non può portare a negare la sussistenza della libertà della persona di scegliere quando e come porre termine alla propria esistenza”.

Erano due le contestazioni a Cappato, entrambe comprese nella complessa ipotesi di reato di ‘aiuto al suicidio’. Per una, quella di avere “rafforzato il proposito suicidiario’ di Fabiano, va assolto “perché non indirizzò o condizionò la sua decisione di togliersi la vita in Svizzera attraverso le modalità consentite in quello Stato, ma al contrario gli prospettò la possibilità di farlo in Italia, interrompendo le terapie che lo tenevano in vita”. Non ci sono dubbi invece che l’esponente radicale abbia “agevolato” Dj Fabo “avendolo aiutato a recarsi in Svizzera presso la Dignitas”. Ma qui entra in gioco quella che per i giudici è l’incostituzionalità della norma “nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito del suicidio”.

Punire chi aiuta una persona a morire – i giudici addirittura non precisano se e in quale grado debba essere malata -  non è sanzionabile perché contrasterebbe con gli articoli 2 (diritto inviolabili dell’uomo), 3 (uguaglianza dei cittadini) e 13 (divieto di restringere le libertà personali) delle Costituzione e gli articoli 2 (diritto alla vita) e 8 (diritto al rispetto della vita privata) della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo.Col loro provvedimento,  togati e popolari riassumono decenni di decisioni italiane ed europee sul ‘fine vita’ con ampi cenni anche ai casi Welby ed Englaro e ad altre sentenze contrastanti sul reato di ‘aiuto al suicidio’. Un lungo cammino ora a una nuova, possibile svolta. (manuela d’alessandro)

ordinanza Cappato

 

 

Cappato ai giudici: assolvetemi come dico io, se no condannatemi

 

La sfida di Marco Cappato per il diritto alla dignità della vita e della morte di Fabiano Antoniani e dei tanti senza nome che accompagna in Svizzera arriva fino a rifiutare un’assoluzione. “Se dovete assolvermi perché considerate le  mie condotte irrilevanti -  implora la Corte d’Assise, chiamata a giudicarlo per il reato di ‘aiuto al suicidio’ – preferisco che mi condanniate“.  Nelle dichiarazioni spontanee prima del verdetto,  Cappato spiega di non volere un’assoluzione ‘solo’ perché non ha avuto un ruolo nei brevi istanti dell’esecuzione del suicidio, come ipotizzato anche dalla Procura. No, lui desidera con tutte le sue forze una sentenza che lo dichiari innocente perché ha aiutato Dj Fabo a esercitare il suo diritto alla vita  e alla morte dignitosa.

La dignità è anche la parola ricorsa più spesso nella requisitoria del procuratore aggiunto Tiziana Siciliano e del pm Sara Arduini chiusa con le richieste di assolvere ‘perché il fatto non sussiste’ o, in subordine, di mandare gli atti alla Consulta per valutare la costituzionalità dell’articolo 580 del codice penale. Anche i pubblici ministeri avanzano una richiesta paradossale alla Corte: “Se non lo assolvete, allora dovete mandare alla Procura gli atti perché indaghi la mamma, la fidanzata e perfino il portinaio che quando Fabiano andò in Svizzera gli aprì il portone”.

“Vi invito a pensare che questa norma è nata nel 1930 col Codice Rocco – argomenta Siciliano nel suo intervento ricco di riferimenti alla Costituzione e alla legislazione e giurisprudenza europee -  poco dopo la fine della prima guerra mondiale e l’influenza spagnola che aveva ucciso 700mila persone. Non c’erano gli antibiotici, non c’era il cortisone, l’età media era 46 anni. Si suppone che quella norma fosse rivolta solo ai sani che volevano suicidarsi.  Fabiano non sarebbe sopravvissuto nemmeno un’ora all’incidente, sarebbe morto per un’infezione (…). Cerco di contenermi, ma la mia mente spazia domandandosi quante siano ora le vite artificiali che siamo chiamati a difendere. Ho visto polmoni irrorarsi da soli sui tavoli, vite solo per la capacità delle cellule di moltiplicarsi. La vita è solo questo? Mi viene da dire pensando a Fabiano, che chiamo così perché ci è entrato nel cuore, con una citazione letteraria: ‘Se questo è un uomo’ e quando dico uomo intendo quello che la Costituzione ci ha insegnato a credere che sia, un uomo che ha il diritto al suo pieno sviluppo e alla dignità. E come fa a esserci una dignità senza la libertà di esercitarla? Possiamo pensare che la condizione di dolore e di negazione della dignità in cui viveva Fabiano potesse essere vita? Noi non possiamo permetterci di stabilire cos’è degno per una persona. Nella Carte Europea dei diritti fondamentali,  il diritto alla dignità viene messo per primo, quello alla vita è in ‘seconda posizione’. Nella nostra Costituzione di diritto alla vita non si parla, di questo diritto si parla solo nel codice civile e in questa norma di cui è accusato Cappato. Se Fabiano avesse avuto solo 30 secondi per muoversi liberamente,  avrebbe messo fine alla sua sofferenza da solo”.

E c’è un altro libro che Siciliano ‘sfoglia’ nel suo intervento.  “Anche nell”Utopia’ di Tommaso Moro nel 1516 si diceva che nel paese ideale c’è nella sofferenza umana un diritto a scegliere la fine, un diritto che viene riconosciuto sotto il prudente controllo del sacerdote e del magistrato.   Per le sue idee, Moro è stato giustiziato e poi anni dopo fatto santo. Non dobbiamo arrivare a ‘santificare’ Cappato , dobbiamo imparare dalla storia. Certo, sarebbe meglio se un intervento legislativo desse una certezza su per fissare i limiti al ‘suicidio assistito”. Il 14 febbraio la sentenza o l’ordinanza di trasmissione degli atti alla Corte. Oggi abbiamo visto lo sguardo sgomento di una giudice a latere seguire la mamma di Fabiano, la signora Carmen, che a un certo punto ha lasciato l’aula per alcuni minuti squassata dal pianto. Non sarà facile giudicare a cuore freddo. (manuela d’alessandro)

memoria pubblici ministeri caso Dj Fabo

‘Vai Fabiano, la mamma vuole che tu vada’

 

Non si è mai vista piangere tanta gente in un’aula, compreso un giudice popolare che si copriva gli occhi per pudore. Non si è mai visto un pubblico ministero (Tiziana Siciliano) porgere dei fazzoletti a un testimone dicendole che era stata fino a quel momento “sin troppo forte”. Non c’è nessun commento alle parole della fidanzata e della sorella di Dj Fabo, morto in Svizzera col suicidio assistito, che qui riportiamo come le abbiamo ascoltate nel processo a Marco Cappato, imputato per ‘aiuto al suicidio’.

VALERIA, LA FIDANZATA DI FABIANO

Fabo

“Ci conoscevamo da 25 anni, prima da amici, poi da una decina di anni da fidanzati. Con lui non non ci si poteva annoiare mai, c’era sempre qualcosa che proponeva, era vivo, era l’essenza della vita. Aveva voglia di vivere ogni secondo al massimo. Non stava mai un attimo fermo, a volte litigavamo per questo, per lui le giornate dovevano durare 48 ore. L’incidente è ‘ arrivato nel momento migliore della nostra storia. Avevamo deciso di trasferirci a Goa. Eravamo felici. Lui avrebbe fatto il dj, io la psicologa e l’insegnante di pugilato per i bambini indiani. Eravamo tornati in Italia per salutare gli amici e la famiglia.

L’incidente

Quella sera, il 12 giugno 2014, lui doveva suonare al compleanno di un amico in un locale a Milano. La festa andò bene, c’era un sacco di gente, era contento di suonare in un posto prestigioso. Dopo la serata, Fabiano decise di tornare nella casa di famiglia sul lago, a Ispra, dove voleva terminare dei lavori, nonostante io gli avessi detto ‘Fermati, sei stanco’. Quando  sua madre mi comunicò dell’incidente, saltavo per la casa per il nervoso  perché glielo avevo detto di non mettersi in auto, ma se lui decideva una cosa neanche il Papa gli faceva cambiare idea.

Lo specchio

In ospedale gli ho portato uno specchio, volevo che vedesse che la faccia era come prima. Lui non poteva parlare, era tracheotomizzato. Gli dicevo: ‘Ti vedi?’, ma lui guardava verso l’alto. ‘Guarda che bello questo bracciale che ti hanno regalato’, ma lui alzava gli occhi al cielo. Ho capito che era la fine. Fabiano forse poteva vivere da tetraplegico ma non da cieco. Amava gli amici forse più della fidanzata, essere circondato dalla gente, vedere le reazioni di gioia o anche di odio che sucitava, perché  o l’amavi o lo odiavi. Non avrebbe potuto vivere senza vedere la gente che ballava quando suonava.

 Le staminali e le ombre

Andiamo in India a tentare il trapianto delle staminali, anche se i medici italiani ci dicono che è inutile. Lui non mollava, sognava di tornare a Goa a suonare sul mare. La mia speranza era che gli restituissero almeno delle ombre. Sembrò succedere qualcosa, riusciva a stringermi la mano, me la strinse un sacco di volte e mi diceva che non vedeva più tutto nero, ma un po’ più chiaro. Era contento. Ma l’effetto svanì presto e quando tornammo in Italia vedeva tutto nero di nuovo.

L’amore

Dopo l’India era cambiato. Non voleva più fare la fisioterapia. Un giorno mi ha detto: ‘Valeria, che vita è questa, per me non ha più senso’ e mi ha chiesto di aiutarlo a morire in Svizzera. Era la primavera del 2016. Non sono rimasta stupita, dissi a sua madre, che persa la speranza delle staminali non ne aveva altre, e senza speranza non poteva vivere. Questa scelta di morire faceva parte di Fabiano, lui che era vita all’ennesima potenza. A questo punto io che ero diventata la sua protesi decisi di aiutarlo. Se non l’avessi fatto avrebbe significato che non lo amavo.

L’ultimo giorno

Il giorno prima abbiamo fatto una prova per posizionare il pulsante nel modo migliore possibile. Fabiano era agitato, non capiva gli infermieri che parlavano in italo – tedesco. Ci siamo innervositi tutti, poi si è calmato e abbiamo scherzato e parlato di tutto per tutto il giorno. La mattina del 27 febbraio 2017 mi sono infilata con lui nel suo letto, mi sono appoggiata vicino al suo orecchio per fargli sentire che c’ero. Si sveglia e mi dice ‘Ci siamo’ , io rispondo che può ripensarci. Mi chiede uno yogurt. Poi lo mettono un po’ seduto sul letto per fargli schiacciare il pulsante. Io e sua mamma usciamo, dopo 5 minuti arrivano gli infermieri e annunciano che è morto.

Sarò energia nell’universo   

Credeva in qualcosa sopra di lui, prima di morire mi assicurò che ci saremmo reincontrati, che lui si sarebbe trasformato in energia nell’universo. Dopo la scelta di pubblicizzare la sua scelta di andare in Svizzera alle ‘Iene’, era sollevato. Si sentiva di nuovo utile e vivo. Gli dissi che, da pugile, sentivo di essere stata sconfitta dalla Signora Morte perché lui voleva morire ma lui mi rispose che non dovevo sentirmi sconfitta perché  quella per lui era una vittoria.

CARMEN, LA MAMMA DI FABIANO

Lui e Cappato

I colloqui tra mio figlio e Marco Cappato erano meravigliosi. Parlavano di molte cose, lui gli raccontava dell’India, della sua musica, era diventato un suo amico. E poi erano uomini, lui interagiva solo con donne, con me e Valeria. Cappato lo informò che avrebbe potuto morire a casa sospendendo le cure. Ma lui non voleva, aveva più  paura della sofferenza che della morte, aveva paura di morire soffocato forse o di un’agonia che spiegarono poteva durare anche dieci giorni. Ma di morire no, mi ha sconvolto questo coraggio che non credevo potesse avere”.

Anche solo la tua testa

Un giorno in ospedale  mi hanno informato che voleva parlarmi. Sono entrata nella stanza e mi ha detto ‘Mamma, voglio che tu accetti la mia decisione di andare in Svizzera’. Tutte le infermiere che erano li’ hanno sentito queste parole. Io l’ho ascoltato emozionata e lui mi ha detto’ Vuoi che continui a vivere  cosi’?', e io gli ho risposto: ‘”Ti vorrei anche solo con la testa’. I suoi dolori erano terribili. Mi diceva che si sentiva ‘un diavolo in corpo’, urlava, aveva contrazioni continue. Un medico mi spiegò che, per paradosso, piu’ faceva fisioterapia più diventava sensibile al dolore. Ha lavorato tantissimo con la fisioterapia, ha lottato ma dopo il ritorno dall’India, quando ci siamo accorti che il trapianto delle staminali non ha dato benefici, non faceva che parlare della Svizzera. Era diventato un incubo. Aveva paura che rallentassimo le procedure, minacciava di non mangiare. Quando io e Valeria parlavamo a bassa voce, si arrabbiava perche’ voleva sapere tutto. Era lucido, forse sarebbe stato meglio lo fosse stato meno.

Via Fabiano, la mamma vuole che tu vada

Fabiano ha fatto tutto da solo, è stato  bravissimo. Per fare capire com’era mio figlio, lui aveva capito che non avevo accettato  interiormente la sua scelta e allora per farlo andare via  sereno gli ho detto ‘Vai Fabiano, la mamma puo’ continuare, voglio che tu vada’. E lui ha schiacciato il bottone.

(manuela d’alessandro)

Per il gip di Cappato “non c’è il diritto alla morte dignitosa in Italia”

 

In Italia “non esiste il diritto a una morte dignitosa”. Lo scrive il gip di Milano Luigi Gargiulo nel provvedimento con cui ha disposto l’imputazione coatta di Marco Cappato  per l”’aiuto al suicidio’ di Fabiano Antoniani. Un diritto che invece per la Procura andrebbe riconosciuto di fronte a “vite percepite, da chi le vive, indegne, inumane e troppo dolorose per essere sopportate”, come nel caso del 40enne Dj Fabo, rimasto cieco e tetraplegico dopo un incidente stradale. Per i pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini l’esponente radicale non doveva subire un processo perché avrebbe ‘solo’ aiutato Antoniani a esercitare un proprio diritto.

Perché per il giudice invece non esiste il diritto alla morte dignitosa? Anzitutto, la sua esistenza “incontra un insormontabile ostacolo nell’assenza di una previsione normativa che facoltizzi questa scelta”. E un giudice non può trsformarsi in legislatore “perché introddurebbe nell’ordinamento un diritto inedito e, soprattutto, ne filtrerebbe l’esercizio, limitandosi ai casi in cui sussistano tali requisiti, peraltro meritevoli di una formulazione generale, astratta e rispetttosa del canone di precisione che una simile materia richiede”.

E nemmeno arrivare a questo diritto è possibile, come hanno fatto i pm, rivolgendosi ai principi costituzionali e alla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

In assenza di “un quadro normativo preciso”, scrive Gargiulo, “ammettendo il diritto a una morte dignitosa (per mano propria, previa altrui agevolazione o direttamente per mano altrui) per coloro che percepiscono la loro esistenza come troppo dolorosa” ci sarebbe  “il rischio assai concreto di un eccessivo, incontrollato accesso a tale opzione: si pensi ai casi di persone che percepiscono l’indegnità della propria vita a causa di patologie depressive, il cui giudizio sulla propria esistenza è pesantemente inficiato da tale condizione”.

Neppure le vicende di Piergiorgio Welby ed Eluana Englaro possono spingere a ipotizzare il diritto alla morte dignitosa.  “Nel contesto attuale – ammette il giudice -  esiste certamente un diritto a lasciarsi morire  per mezzo del rifiuto del trattamento sanitario (articoli 13 e 32 cost.)” ma in questi casi la morte arriva “non già per l’apporto di un elemento esterno ma per la naturale evoluzione delle patologie resa possibile dall’interruzione dei dispositivi che consentivano la protrazione dell’esistenza”.

Infine, anche il disegno di legge sul fine vita in discussione alla Camera “manterrebbe impregiudicata la piena responsabilità penale per chi agevolasse o istigasse l’altrui suicidio”. Insomma, per il giudice in questo momento non c’è nessuna strada percorribile per sancire il diritto a una morte dignitosa e Cappato va processato davanti a una corte d’Assise per un reato che prevede pene da 5 a 12 anni.  (manuela d’alessandro)

Imputazione coatta Cappato