giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Parigi, Italia sbaglia procedura su ex Br Di Marzio

Le autorità italiane hanno scelto la procedura sbagliata per ottenere la consegna dell’ex militante delle Br Maurizio Di Marzio uno dei dieci rifugiati a Parigi che rischiano l’estradizione. Nell’udienza di mercoledì scorso in corte d’Appello a Parigi i difensori di Di Marzio hanno eccepito la scelta di procedere con ‘emissione di un mandato di arresto europeo, il Mae, invece di una richiesta formale di estradizione. L’avvocato francese Willuam Julie’ che rappresenta lo stato italiano ma la presenza del quale in udienza viene contestata dalle difese ha sostenuto che si tratta di un semplice errore correggibile in corso d’opera.
Secondo Irene Terrel legale di Di Marzio va annullata l’intera procedura fin qui seguita e bisogna ripartire da zero. Sull’eccezione i giudici decideranno il prossimo 24 novembre.
Le udienze per gli altri ex militanti italiani riprenderanno il prossimo 12 gennaio perché l’Italia deve completare i dossier in base ai quali chiede l’estradizione. Non si sa ancora se l’iter proseguirà convocando tutti nella stessa udienza oppure se le presenze saranno frazionate. Anche perché in relazione alla lunghezza del procedimento il giudice a latere aveva suscitato non poche perplessità chiedendo agli avvocati della difesa: “Non vorrete mica parlare ognuno per due ore?”. Si tratta di parole che rischiano di mettere fortemente in dubbio il diritto di difesa contingentando i tempi degli interventi. Con ogni probabilità al fine di garantire alle difese tutti i loro diritti sarebbe opportuno frazionare le presenze in udienza.
(frank cimini)

L’ombra rossa Di Marzio libero firma ogni 15 giorni

Si mettano il cuore in pace i politici i partiti e i giornali che avevano gioito per l’arresto a Parigi di Maurizio Di Marzio ex Br perché il gestore della Taverna Baraonda è tornato in libertà e dovrà solo firmare il registro in gendarmerie ogni 15 giorni. Tajani aveva parlato o meglio straparlato del frutto di una brillante operazione e di grande collaborazione internazionale. Salvini aveva invitato i radical chic a non protestare. Tutto finito dopo una notte.
Per Di Marzio viene avviato l’iter per l’estradizione al pari degli altri rifugiati fermati il 28 aprile e poi rilasciati nell’ambito dell’operazione “Ombre rosse”.
Ci vorranno mesi se non anni prima della decisione. Era stato arrestato Di Marzio con una interpretazione molto restrittiva e retroattiva delle norme sulla prescrizione utilizzando un fermo a fini estradizionali del 1994 che allungava la scadenza fino al 2022. Seguendo la stessa logica col nuovo arresto si arriverebbe addirittura al 2049 facendo ripartire da zero i 28 anni, il doppio della condanna a 14 anni per fatti di 40 anni fa.
Insomma sugli anni ‘70 la prescrizione è mobile perché la ministra Marta Cartabia santificata da alcune anime belle perché parla appunto a parole di “meno carcere” ha scelto di artigliare persone rifugiate in Francia da tempo. In omaggio al suo mentore Mattarella che il giorno del rientro di Cesare Battisti ripreso dagli smartphone di Bonafede e Salvini aveva urlato: “E adesso gii altri….”.
Insomma siamo benlontani da quella soluzione politica che tra gli altri viene invocata da Irene Terrel l’avvocato francese dei rifugiati. L’Italia vuole vendicarsi di un periodo storico sul quale non ha voluto e continua a non voler aprire una discussione seria. E cercando di vendicarsi rivalendosi su chi partecipò decenni fa al più serio tentativo di rivoluzione nel cuore dell’Europa lancia un messaggio a chi si oppone oggi. A iniziare dai NoTav e dai lavoratori della logistica. Il messaggio è fin troppo chiaro: “Se non la smettete sarete perseguiti e perseguitati fino a 90 anni”. Con la promessa aggiuntiva di prendere loro il Dna anche a 43 anni dai fatti.
(frank cimini)

“Bergamin delinquente abituale”. Milano pressa Parigi

Il Tribunale di sorveglianza di Milano rigettando il ricorso della difesa ha confermato la dichiarazione di “delinquenza abituale” per Luigi Bergamin uno dei nove rifugiati politici in Francia fermati il 28 aprile scorso poi rimessi in libertà e che l’Italia chiede siano estradati.
Per la prima volta nella nostra storia giudiziaria un provvedimento del genere viene emesso a oltre quarant’anni dai fatti per i quali erano state pronunciate sentenze di condanna, gli omicidi di un maresciallo Antonio Santoro e di un agente di polizia Andrea Campagna che risalgono al 1978 e al 1979. Da allora Bergamin a Parigi non aveva più commesso reati rifacendosi una vita e ottenendo un dottorato di ricerca, come affermato dall’avvocato Giovanni Ceola.
Ma le parole del legale non sono state prese minimamente in considerazione dai giudici che hanno sposato la tesi del pm Adriana Blasco. I giudici aggiungono che Bergamin aveva dimostrato “prontezza nel disattendere le prescrizioni limitative della libertà personale nel sottrarsi in tal modo al rispetto del principio di legalità dimostrando di essere in grado di avvalersi di una rete di protezione da parte di persone disponibili in caso di necessità a sostenerlo e aiutarlo a sottrarsi all’esecuzione della pena”.
Ma c’è di più. Da parte dei giudici di sorveglianza di Milano c’è in sede di motivazione una sorta di “rimprovero” alle autorità francesi che non avrebbero indagato sui comportamenti di Bergamin nel violare le prescrizioni limitative della libertà personale.
I giudici di Milano cioè vanno anche oltre il loro compito “sentenziando” in pratica quello che le autorità parigine avrebbero dovuto fare e non hanno fatto. Il Tribunale di sorveglianza sottolinea che la stessa decisione di costituirsi a fine aprile sarebbe stata strumentale a sfuggire all’esecuzione della pena considerando che la situazione non era mutata rispetto al 1986.
Secondo l’avvocato Ceola invece Bergamin si è sempre presentato una volta la settimana all’ufficio della gendarmeria vicino casa sua.
Il provvedimento di delinquenza abituale per Bergamin sembra comunque rivolto soprattutto alle autorità francesi affinché incida in merito alla decisione sull’estradizione che sarà discussa a partire dal prossimo 30 giugno e che comunque è prevista in tempi molto lunghi come per gli altri rifugiati. Il prossimo 23 aprile sarà discussa la posizione di Giorgio Pietrostefani condannato per l’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Pietrostefani in caso di estradizione rischia di scontare la pena a 50 anni dal fatto che risale al 17 maggio del 1972. Un altro record in questa operazione “Ombre rosse” che in realtà è la caccia alla banda dei nonnini di Parigi nel segno della vendetta.
(frank cimini)