giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

I verbali del comandante dell’Isis, 20 anni di storia di noi e dell’islam radicale

 

Tutta la storia, narrata in prima persona, di Abou Nassim, il comandante dell’Isis catturato oggi in Libia e considerato dai servizi il referente del terrore per l’Italia oltre che uno degli autori della strage del Bardo secondo le autorità tunisine.  Un concentrato diluito di due decenni nella viva voce del tunisino registrata dai verbali degli interrogatori di tutto quello che sta attorno al tema ‘terrorismo islamico’. Arrivato in Italia con un barcone, da spacciatore di droga a “uomo pio” e vicino agli ambienti estremisti attraverso la frequentazione delle moschee milanesi, detenuto e torturato in una base americana in Pakistan dopo l’11 settembre, combattente in Bosnia, arrestato per terrorismo ed espulso dall’Italia dopo un’assoluzione in primo grado (poi in appello ha preso 6 anni), vicino prima ad Al Qaeda e poi ‘colonnello’ dell’Isis. Ha solo 46 anni, Abou Nassim, ma nella sua vicenda personale raccontata al gip Guido Salvini ritroviamo tutta la storia dei rapporti tra il nostro Paese e l’ Islam radicale negli ultimi 20 anni. (manuela d’alessandro)

primo interrogatorio Nassim

secondo interrogatorio Nassim

terzo interrogatorio Nassim

“Il marcio su Roma”, quando la politica è peggio dei clan

“La politica sta facendo il possibile per perdere l’occasione. La via d’uscita in fondo è semplice: sostituire il necessario processo politico al funzionamento di un sistema politico con un processo penale contro la ‘mafia romana” usando Massimo Carminati e Salvatore Buzzi come parafulmini”. “Il marcio su Roma”, 186 pagine, 15 euro, Cairo Editore, scritto dal giornalista del manifesto Andrea Colombo, mette il dito nella piaga, è senza ombra di dubbio l’analisi più fredda sulla vicenda demoninata “Mafia capitale”.

Colombo giustamente privilegia il parlare di politica perchè come sempre accade in casi del genere l’aspetto penale è quello meno interessante. Intanto ci vorrà qualche anno per arrivare a stabilire se dal punto di vista tecnico-giuridico operò un’associazione mafiosa o si trattò solo di una storia di grande corruzione, grande ma non grandissima dal punto di vista delle cifre. Siamo infatti a livello molto inferiore a quello di Expo e ciò sarebbe stato molto chiaro se la mitica procura di Milano avesse indagato sugli appalti dell’evento invece di decidere una moratoria per la quale il premier Renzi ha ringraziato pubblicamente due volte i magistrati definendo il tutto “sensibilità istituzionale”. In parole povere l’aggiramento dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Tornando a Roma, “la presenza a pari merito di tutte le forze politiche, destra, centro cattolico e sinistra impedisce per una volta di adoperare lo scandalo solo come argomneto di facile propaganda contro gli avversari. Stavolta non si può dire: quelli sono corrotti non noi, non può dirlo nessuno – chiosa Colombo – il problema non può essere affrontato nei termini di una politica distratta che ha permesso il proliferare delle mele marce ma deve essere posto nei termini di un sistema che non è tale solo nella capitale”. Er sistema, appunto.

Il libro di Andrea Colombo smentisce dati e fatti alla mano che il sistema fosse sostanzialmente sano fino alla vittoria di Alemanno, dal momento che già nell’era Veltroni erano presenti quasi tutte le denegerazioni di cui poi si sarebbe avvalsa l’associazione di Carminati. La cooperativa “29 giugno” “passa da normale cooperativa sociale a potenza tentacolare con Veltroni ed è difficile credere che Luca Odevaine, suo capo di gabinetto fosse allora una perla mutatasi poi in gaglioffo per sortilegio”. Insomma “Mafia capitale” nacque “a sinistra”. E pure su questo si dovrebbe riflettere, ma non lo fa nessuno. La politica delega ai magistrati la risoluzione di problemi sociali, politici e culturali. Accade da quasi 40 anni nell’ex culla del diritto. “Mafia capitale” non è un’eccezione (frank cimini)

Errore dei giudici d’appello, ‘scontati’ 20mila euro a Stasi per le perizie nella villetta

 

Il conto servito dalla corte d’assise d’appello di Milano ad Alberto Stasi era alto, troppo alto, per un errore della calcolatrice dei giudici. Ai periti che col loro studio sulla camminata nella villetta di Garlasco hanno contribuito alla sua condanna per l’omicidio di Chiara Poggi l’imputato, ora rinchiuso nel carcere di Bollate, doveva circa 13mila euro euro e non gli oltre 33mila euro indicati dal collegio presieduto da Barbara Bellerio. Lo ha stabilito nei giorni scorsi il magistrato civile Domenico Piombo al quale Stasi si era rivolto sostenendo che i giudici dell’appello bis avessero calcolato male nel 2014 quanto da lui dovuto.

La corte che l’ha condannato a 16 anni di carcere, poi confermati in via definitiva, aveva sancito che Alberto doveva  5581 euro ciascuno a Roberto Testi, responsabile dell’unità di medicina legale dell’Asl 2 di Torino e a  Gabriele Bitelli e Luca Vittuari, entrambi docenti del dipartimento di Ingegneria dell’università di Bologna  oltre a più di 16800 euro al solo Vittuari per ‘costi di laboratorio’. Col loro studio avevano affermato che non c’erano probabilità per il ragazzo di non sporcarsi le scarpe di sangue quando calpestò il pavimento della villetta.

Tutto sbagliato.  Intanto, perché, come chiarito dallo stesso professore nella causa civile, su Vittuari non sono mai gravate le spese di laboratorio che avrebbero invece “dovuto essere fatturate dall’università di Bologna direttamente alla corte d’appello”. Invece i giudici nel loro decreto hanno addebitato le spese a Stasi senza fattura.

Ma c’è di più. I magistrati dell’appello bis hanno sbagliato anche a non considerare la perizia come collegiale (vista anche l’”eccezionale complessità degli accertamenti da compiere”) che prevedeva una liquidazione inferiore, come poi stabilito in sede civile. Insomma, il giovane commercialista deve pagare ‘solo’ 10585 euro ai tre professionisti, da ripartirsi in parti uguali, più un rimborso spese. Sollievo da poco per Stasi che continua a scontare la pena arrivata al termine di un cammino giudiziario zeppo di dubbi spazzati via dalla cassazione con la condanna definitiva nonostante le perplessità anche del pg Oscar Cedrangolo. Ora gli avvocati Angelo e Fabio Giarda stanno pensando al ricorso alla corte europea di giustizia. (manuela d’alessandro)

 

 

 

 

 

 

 

 

Tenta di impiccarsi in Tribunale, salvato da un agente

 

C’è uno stanzone con le sbarre nel cortile del tribunale. Per chi conosce il palazzo, ci si arriva entrando dalla carraia di via Freguglia e seguendo il pavé in leggera discesa, poi infilandosi nel tunnel che porta al cortile della fontana. Sulla destra, c’è quella stanza in cui i detenuti in attesa del processo per direttissima vengono sistemati. Aspettano li, finché arriva il loro turno.

Ieri un detenuto di origine araba, in quella cella, è riuscito a fare un cappio con una fascia, a fissarlo in alto, a infilare il collo nel nodo scorsoio e a stringere. Era in attesa della propria udienza di convalida dell’arresto, per un furto. Si è salvato perché un agente della polizia di Stato è intervenuto in tempo, tagliando quella fascia con cui il detenuto si era impiccato. Il suo processo è stato rinviato, lui è stato portato di corsa in pronto soccorso, in ambulanza. L’udienza di convalida dovrebbe tenersi questa mattina.

Avvocati arrestati in Turchia, quando succedeva anche in Italia e perché

La vibrata e giusta protesta delle toghe nostrane a Milano contro l’arresto di  alcuni legali in Turchia non deve farci dimenticare che negli anni della cosiddetta “emergenza terroristica” anche in Italia furono incarcerati parecchi avvocati.

Il primo fu il “caso Senese”, quando il 2 maggio 1977 venne arrestato a Napoli l’avvocato Saverio Senese difensore di alcuni militanti dei Nuclei Armati Proletari, con l’accusa di “partecipazione a banda armata”. Passano pochi giorni e il 12 maggio sempre del 1977 l’autorità giudiziaria di Milano arresta Sergio Spazzali e Giovanni Cappelli, legali di “Soccorso rosso”, l’organizzazione fondata alcuni anni prima tra gli altri da Dario Fo e Franca Rame per la difesa dei tanti militanti di sinistra, e che verranno scarcerati il 28 agosto 1977. Sergio Spazzali era già stato arrestato due anni prima, il 21 novembre del 1975, per una esportazione di armi con alcuni anarchici svizzeri e in carcere a San Vittore aveva subito, unitamente ad altri tre detenuti “politici”, una violenta aggressione, prima di essere scarcerato il 15 aprile 1976. Sempre Sergio Spazzali il 19 aprile 1980 verrà arrestato per la terza volta sulla base delle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci e trascorrerà altri 14 mesi di prigione prima di essere assolto in primo grado il 17 giugno del 1981, assoluzione riformata dalla Corte d’Appello che in accoglimento dell’impugnazione della Procura, il 20 marzo 1982 lo condanna a 4 anni. Sergio Spazzali a quel punto ripara all’estero e morirà a Miramas il 22 gennaio 1994, mentre “Nanni” Cappelli smetterà per sempre di fare l’avvocato e dopo avere vissuto con la comunità Saman di Osho aprirà un ristorante alle Hawai con un diverso nome.

Ma quel 19 aprile del 1980, e sempre a seguito delle dichiarazioni di Peci, i carabinieri di Genova si recano a casa dell’Avvocato Edoardo Arnaldi per arrestarlo e Arnaldi, che ha 55 anni e soffre di gravi problemi di salute, si toglie la vita sparandosi un colpo di rivoltella nel bagno mentre nella stanza a fianco si trovava sua moglie. Meno di un mese dopo, il 2 maggio 1980, viene arrestato l’avvocato milanese Gabriele Fuga che il pentito Enrico Paghera indica come appartenente all’Organizzazione anarchica Azione Rivoluzionaria e che sconterà 15 mesi di prigione preventiva prima di essere assolto al processo di Livorno. A difendere Fuga c’è l’avvocato Luigi Zezza che a sua volta il 16 gennaio 1981 viene colpito da mandato di cattura con l’accusa di partecipazione a banda armata ma riesce a riparare all’estero e il 22 ottobre del 1984 verrà assolto. L’Avvocato Fuga verrà nuovamente arrestato il 13 luglio del 1982 con l’accusa di partecipazione a Prima Linea e ancora una volta, dopo una condanna in primo grado, verrà assolto in appello.

Le manette contro gli avvocati dei militanti di sinistra non si fermano e dopo che il 20 maggio del 1980 era stato arrestato l’Avvocato Rocco Ventre, il 13 febbraio del 1981 a Roma il Sostituto Luciano Infelisi arresta in un colpo suolo ben due legali di “Soccorso Rosso”: Eduardo Di Giovanni e Giovanna Lombardi. L’accusa è quella di “apologia di reato” e di “istigazione a violare le leggi dello Stato” per aver concorso nella pubblicazione sulla rivista “Corrispondenza Internazionale” diretta da Carmine Fiorillo del documento brigatista “L’ape e il comunista”, curato dal Collettivo dei prigionieri politici. Il 5 marzo saranno tutti assolti e scarcerati. Infine nel 1983, quando scoppia il “caso Pittella”, il giudice romano Rosario Priore emette un mandato di cattura contro l’avvocato calabrese di “Soccorso Rosso” Tommaso Sorrentino che si rifugia all’estero e si costituirà il 20 luglio del 1987 dopo 4 anni di latitanza.

avvocato Davide Steccanella