giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Nell’annus horribilis 96 vittime di omicidio di genere femminile

Vicktoria, l’ultima della serie nera, aveva 42 anni e faceva la badante. Uccisa con 5 coltellate, è stata sepolta sotto il campo di un ex bocciofila di Brescia. Del delitto è sospettato l’ex fidanzato.

Concetta, la prima della lista di sangue, di anni ne aveva 79 e abitava in un paesino in provincia di Catania. Il marito novantenne l’ha massacrata a bastonate.

Alessandra, 47 anni, guidava i tram a Milano. Il geloso ex compagno l’ha fulminata con una fucilata, nella sua casa di Truccazzano, nel pieno del lockodown primaverile.  Sempre nel periodo del primi giro di blocchi un cliente insoddisfatto ha strangolato Stefania, 45 anni, costretta a vendersi per bisogno in un appartamento della periferia popolare di Milano. Polizia e carabinieri per mesi non  hanno taciuto che si era trattato di un omicidio, scoperto  con l’autospia  posticipata a causa della pandemia e  rivelato solo quando il presunto responsabile e stato fermato. E poi Fatima, Bruna, Ambra, Speranza e troppe altre ancora.

Nell’annus horribilis dell’emergenza covid  – e dell’ecatombe provocata dal virus – al 19 novembre si contano 96 vittime di omicidio di genere femminile,  85 delle quali in ambito in ambito familiare o affettivo, in 59 casi colpite a morte da un partner o un ex partner.

Più di metà dei delitti complessivi -  126 dei 237 censiti – ha avuto come scenario la famiglia o una relazione e a perdere la vita sono state in maggioranza le donne. Il calo degli omicidi globali, in corso da anni , non si è arrestato. In questi primi dieci mesi e mezzo è sceso anche il numero del le donne ammazzate (con una lieve variazione al rialzo per una sottovoce), ma la percentuale rispetto al totale delle vittime di genere femminile è tornata a salire, in controtendenza.

I DATI

I numeri ufficiali aggiornati al 19 novembre arrivano dal Dipartimento di pubblica sicurezza e precisamente dalla Direzione centrale della polizia criminale guidata da Vittorio Rizzi, a ridosso della Giornata dedicata al contrasto alla violenza contro le donne. Nel 2017 gli omicidi volontari registrati e perseguiti sono stati 375, con 132 vittime di genere femminile. Nel 2018 si sono contati 358 delitti dolosi  e 141 donne uccise. Nel 2019 il totale è calato rispettivamente a 315 omicidi e a 111 vite femminili stroncate.  In questi  tre anni alla voce omicidi in ambito familiare o affettivo si è oscillati da 143 a 160 a 151, con 96, 111 e 94 donne ammazzate.

Il CONFRONTO

Il confronto tra le prime 46 settimane del 2019 e lo stesso periodo 2020 certifica che lo stare chiusi in casa per un lungo periodo, costretti alla coabitazione forzata, non ha appesantito il bilancio complessivo degli omicidi, per ora in linea con il trend degli ultimi anni: l’aggiornamento delle aggressioni letali censite al 19 novembre si attesta a 286 l’anno scorso, quest’anno si ferma a 237.

Le vittime di genere femminile, sempre da gennaio al 19 novembre,  sono quasi le stesse: 98 nel 2019, 96 quest’anno. Gli assassini hanno colpito in ambito familiare o affettivo 134 volte l’anno scorso e 126 nel 2020. Le donne massacrate in un contesto di relazione parentale o sentimentale  sono state 2 in più, 83 tra inizio anno e 19 novembre 2019 e 85 nell’arco temporale 2020 corrispondente.

Passando dai numeri assoluti alle percentuali, e per la voce omicidi volontari in ambito familiare o affettivo, si percepisce meglio il peso della violenza estrema commessa sulle donne:  rappresentano il 67  per cento delle vittime tra le mura domestiche e  tra coniugi, fidanzati, ex .

Un passo indietro, dopo la contrazione del 2019 (l’anno scorso sono state il 62 per cento, contro il 69 per cento del 2018 e il 67 per cento del 2017).

LE STORIE

Il sito femminicidioitalia.com -  solitamente preciso nel raccogliere, analizzare e divulgare i dati – conta un femminicidio in meno rispetto alle statistiche di polizia (58 e non 59). E divide i dati per mesi, raccontando la storia di ogni vittima.

Nel primo lockdown, stando a queste elaborazioni, non c’è stato un boom di donne assassinate(diversamente da quanto sostenuto da altri siti, che arrivano a parlare di aumenti del 200 per cento): 17 donne ammazzate in quanto tali tra marzo e maggio 2020, 21 nello stesso trimestre 2019, 16 nel medesimo periodo 2018.

Torino e provincia si distinguono negativamente per gli omicidi-suicidi, ben 9 da inizio anno a metà novembre. Le vittime sono in prevalenza donne, gli autori persone vicine. Perché tutte queste storiacce in serie? Quali sono gli elementi comuni? E le differenze? Che cosa si può imparare, da questa violenza etero e autodiretta? Il Corsera sostiene che la pandemia “probabilmente esasperato tante situazioni già al limite” e ricorda le vittime una ad una. In alcuni casi si accenna a depressione e problemi mentali, in altri si rileva che gli assassini avevano a disposizione armi da fuoco, legali e illegali.

Il 13 gennaio  un 54enne di Avigliana aggredisce la moglie Stefania, 48 anni, all’apice di una lite. La stordisce con una badile e la finisce con un dardo scagliato con una balestra, la stessa arma usata per uccidersi.

La notte del 6 febbraio, a Piossasco, un grafico danese di 39 anni accoltella la moglie  Anna, architetto di 32 anni di origine russa, e si toglie la vita con un fendente alla gola.

A lockdown appena iniziato, a Beinasco, un ex vigile urbano di 65 anni ammazzata con un revolver la moglie Bruna e il figlio Simone, lei 60 anni, lui 29 anni. L’ultimo colpo è per sé stesso.

Nella notte del 5 luglio 2020, a Torino, una donna 33enne uccide la madre di 60 anni, Luana, con tre coltelli diversi.  Poi si getta dal balcone di casa.

A Carmagnola, il 17 luglio, un pensionato di 68 anni centra con un colpo di pistola la moglie Eufrosina, un anno meno di lui. Fugge, si rifugia in un’altra casa, si siede sul divano e si spara.

Il 31 luglio, a Vinovo, a perdere la vita è una donna di 44 anni, Emanuela:  l’ex convivente, un metronotte disoccupato di 48 anni, la fulmina con la pistola d’ordinanza e si suicida.

A Rivara, il 21 settembre, un padre di 47 anni uccide il figlio undicenne con una pistolettata al cuore e si spara alla tempia.

A Venaria, il 26 settembre, un uomo in sedia toglie la vita alla moglie da cui sta per separarsi, Maria di 41 anni, e la fa finita. Lo strumento è il medesimo: una pistola non autorizzata. Il 9 novembre, in un a villetta di Carignano, un operaio agricolo di 40 anni stermina la famiglia con una semiautomatica comprata pochi giorni prima e legalmente detenuta:  spara alla moglie Barbara di 38 anni e ai due figli gemelli, Alessandro e Aurora di 2 anni, e si sucida, dopo aver soppresso anche il cane di casa.

MINIMI STORICI A MILANO

A Milano, città cui si guarda nel bene e nel male, in questo annus horribilis gli omicidi sono scesi ai minimi storici (questa almeno è l’impressione, avvalorata dalle statistiche tratte dalle cronache e incrociate coi dati Istat di tre decenni). Da inizio anno a metà novembre se ne contano “solo” 7 (e compresi quelli preterintenzionali).

Gli uomini rimasti a terra sono 4 (e di uno, straniero,  carabinieri e procura non hanno reso noto nemmeno il nome), le donne 3. Carla, una pensionata di 90 anni, è stata uccisa in casa con colpi alla testa inferti con un barattolo di marmellata, dal ragazzo che lavorava nell’attività di famiglia,  un bulgaro in precedenza  affidato al figlio e alla nuora. Movente? Un piccolo prestito non concesso e  furto di 150 euro e di alcuni monili.

Stefania è la donna costretta a prostituirsi, ammazzata dall’ultimo cliente, diventata ufficialmente vittima di omicidio 6 mesi dopo l’autopsia. Anche Manuela, transessuale di 48 anni e origini brasiliane, è  stata massacrata da un compagno  occasionale, a coltellate.

Pure in provincia e nel territorio dI Monza e Brianza il numero di omicidi datati 2020 è assai basso, da record assoluto:  quelli  finiti sui giornali sono 5 (2 vittime di genere maschile e 3 donne, una uccisa dalla figlia depressa, una  dal convivente e una dal fidanzato).

Nel 1990, per dare una idea dell’andamento di questo tipo di reato nel corso di 31 anni, si contarono  49 omicidi in città e 67 in provincia (che allora comprendeva anche Lodi e dintorni),  nel 2000 si scese rispettivamente a  20 e 25, nel 2010 il calo arrivò 18 nel capoluogo e 17 fuori. Undici delitti metropolitani e 16 in provincia nel 2017, 9 e 14 nel 2018 e 9 (in città) e 9 (tra la provincia di Milano e  Monza e Brianza) nel 2019.

I DATI DI EURES

Anche i ricercatori dell’Eures mettono l’accento sull’aumento dei femicidi – suicidi, su scala nazionale raddppiati.  Il numero di vittime complessive di genere femminile, confermano, è sceso. Ma il lockdown, giocoforza, ha cambiato dinamiche, contesti, moventi, differenze e composizione del “campione” preso in considerazione, i 91 casi contati da gennaio a fine ottobre 2020. “Il dato è in leggera flessione rispetto alle 99 vittime dello stesso periodo 2019. A diminuire significativamente sono soltanto le vittime femminili della criminalità comune (da 14 ad appena 3 nel periodo gennaio-ottobre 2020), mentre risulta sostanzialmente stabile il numero dei femminicidi (termine usato in alternativa a femicidi, ndr) familiari (da 85 a 81) e, all’interno di questi, il numero dei femminicidi di coppia (56 in entrambi i periodi), mentre aumentano le donne uccise nel contesto di vicinato (da 0 a 4)”.

Altra osservazione, sempre degli esperti di Eures: “Uno degli aspetti più interessanti riguarda la correlazione tra convivenza e rischio omicidiario.

Se infatti il femminicidio è un reato commesso nella maggior parte dei casi all’interno delle mura domestiche, e segnatamente all’interno della coppia, il lockdown ha fortemente modificato i profili di rischio del fenomeno, aumentando quello nei rapporti di convivenza e riducendolo negli altri casi: il rapporto di convivenza, già prevalente nel 2019 (presentandosi per il 57,6 per  delle vittime), raggiunge il 67,5 per cento nei primi dieci mesi del 2020, attestandosi addirittura all’80,8 per cento nel trimestre del Dpcm Chiudi Italia (quando, tra marzo e giugno 2020, ben 21 delle 26 vittime di femminicidio in famiglia convivevano con il proprio assassino). In valori assoluti, nel confronto tra i primi dieci mesi del 2019 e il medesimo periodo del 2020, il numero dei femminicidi familiari con vittime conviventi sale da 49 a 54 (+10,2 per cento), mentre contestualmente scende da 36 a 26 quello delle vittime non conviventi (-27,8 per cento)”.

Capitolo moventi, da leggere con una osservazione di base.

Con numeri relativamente bassi – siamo sotto i 100, piaccia o meno – le oscillazioni percentuali vanno prese con cautela.

“Se la gelosia patologica e il possesso continuano a rappresentare anche nel 2020 il principale movente alla base dei femminicidi (con il 31,6 per cento dei casi), le prescrizioni imposte dal lockdown e la forte estensione dei tempi di convivenza – è la tesi dei ricercatori di Eures -  spiegano il forte aumento dei femminicidi seguiti alla esasperazione  delle condizioni di litigiosità/conflittualità domestica (27,8 per cento a fronte del 18,1 del 2019) così come quelli correlati ad una situazione di disagio della vittima (o dell’autore), passati di litigi e dissapori che, evidentemente, in una situazione di costretta e continuativa convivenza, hanno generato veri e propri corto circuiti, esasperando le microconflittualità quotidiane precedentemente rese più gestibili dalle minori occasioni di contatto. Aumentano anche le donne uccise per l’incapacità dell’autore (generalmente il coniuge) di prendersi cura della malattia (fisica o psicologica) della vittima (dal 10,8 al 20,3 per cento del totale) o dell’autore (dal 16,9 al 17,7 per cento): il disagio complessivamente inteso, in assenza di un adeguato supporto socio-sanitario, arriva a spiegare nell’anno del lockdown oltre un terzo dei femminicidi censiti.  Marginale appare invece il movente economico, passato dal 4,8 al 2,5 per cento”.

(lorenza pleuteri)

Anarchici, Cassazione manda ko il pm Dambruoso

“Non è predicabile soltanto in ragione della comune adesione all’ideologia anarchica un effettivo e reale ‘contagio’ del gruppo investigato da parte delle idee e finalità terroristiche eventualmente sviluppatesi in altre cellule della galassia anarchica mentre viene richiesto al giudice di merito di fornire la prova di una tale e concreta contaminazione che deve portare alla gemmazione di cellule autonome aventi le caratteristiche tipiche dell’associazione sovversiva con finalità di terrorismo”. È questo uno dei passaggi della motivazione con cui la Cassazione rigetta il ricorso del pm Stefano Dambruoso contro la decisione del Riesame di Bologna di scarcerare gli anarchici arrestati a maggio.

La Cassazione ricorda inoltee che non sono state rinvenute armi ma unicamente  artifici pirotecnici aste e bastoni impiegati per dispiegare bandiere o stendardi. L’acquisto di maschere antigas non era finalizzato al compimento di azioni violente ma a scopi protettivi in vista di possibili azioni delle forze di polizia in occasione delle manifestazioni di piazza.

Nel  corso dei cortei e delle manifestazioni alle quali parteciparono gli indagati “al di là di qualche imbrattamento e danneggiamento non vi fu mai pericolo concreto per la pubblica incolumità“.

In occasione dell’incendio di un impianto di ricetrasmissione diventato il fulcro della ricostruzione accusatoria la Cassazione sposa la tesi dei giudici del Riesame. C’era l’obiettivo di danneggiare la struttura “ritenuta espressione dell’assoggettamento alle tecnologie da parte delle istituzioni dello Stato piuttosto che la volontà di causare un pericolo di devastazione di maggiori proporzioni”.

Al centro dell’inchiesta che portò agli arresti poi revocati dal Riesame c’erano una serie di manifestazioni di solidarietà con i detenuti che avevano visto aggravata la propria condizione dalla diffusione del Covid. Le riunioni pubbliche si erano svolte usando ogni precauzione dalle mascherine al rispetto della distanza tra le persone. Per cui l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo era apparsa spropositata e animata dalla volontà di reprimere il dissenso rispetto alle politiche securitarie. I giudici del Riesame avevano rilevato proprio questo rischio. E adesso la Cassazione ha confermato spiegando che si trattava di attività politica legittima alla luce del sole. Dambruoso è il magistrato assurto alla gloria della copertina di Time nel periodo in cui si occupava da Milano di terrorismo internazionale di matrice islamica. Poi era stato deputato di Scelta Civica con Mario Monti.(frank cimini)

 

 

 

 

 

Da Francia no a estradizione Vincenzo Vecchi, Italia ko

Non sarà estradato in Italia Vincenzo Vecchi il militante antagonista condannato a 9 anni di reclusione per devastazione e saccheggio in relazione alle manifestazioni del G8 a Genova e per un corteo a Milano. Lo ha deciso la corte di Appello francese di Angers perché il reato non fa parte del codice d’Oltralpe. I giudici hanno ritenuto validi delle accuse italiane solo l’aggressione a un fotografo e il possesso di una molotov fatti per i quali c’è una pena di 1 anno 2 sei e 23 giorni che bisognerà decidere successivamente se Vecchi dovrà scontare in Italia o in Francia. Questo dipende dall’accettazione o meno da parte dell’Italia della sentenza di Angers.
Per la giustizia italiana si tratta di una sconfitta grave dipesa anche dal fatto che le nostre autorità non vollero scorporare i reati. Una sconfitta giuridica e politica che dimostra come la credibilità dei nostri tribunali all’estero sia abbastanza scarsa.
Dice l’avvocato Eugenio Losco: “Si tratta di un importante precedente perché stavolta giustizia francese è entrata nel merito accogliendo uno dei rilievi principali delle difese sollevato fin dall’inizio per il mancato rispetto della procedura. Il reato di devastazione e saccheggio è una fattispecie incostituzionale con delle pene incongrue spropositate e non conformi alla normativa di altri stati europei. La sua contestazione deve essere limitata a casi particolari assimilabili a eventi bellici e non certo alle contestazioni di piazza”.
Va ricordato che solo in Italia in Albania e in Russia per il reato di devastazione e saccheggio si rischiano condanne fino a 15 anni di reclusione.
Vecchi che vive e lavora in Francia da otto anni era stato arrestato su richiesta dell’Italia poi le udienze per decidere su estradizione erano slittate anche a causa del Covid e nel frattempo il militante no global era stato rimesso in libertà perché la corte di Rennes allora competente non aveva ravvisato pericoli di fuga (frank cimini)

Cassazione rinvia al Riesame il “terrorismo anarchico”

La Cassazione ha annullato con rinvio a un nuovo Riesame l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo contestata a quattro anarchici arrestati a giugno scorso a Roma. All’origine della decisione potrebbe esserci una carenza di motivazione come avevano sottolineato i difensori degli indagati nei loro ricorsi. Bisognerà aspettare almeno una ventina di giorni per conoscere i motivi della scelta operata dalla Suprema Corte. Nel frattempo gli indagati restano in carcere.

G,i avvocati della difesa avevano presentato ricorso contro gli arresti paventando che il costante richiamo alla vicinanza ideologica a una determinata area dell’anarchismo diventasse l’unico criterio alla base degli arresti. I legali ricordavano che proprio la Cassazione aveva nel recente passato fissato dei paletti ben precisi affinché non si perseguisse il fatto ma il “tipo di autore”. Si tratta della tendenza che è storicamente rappresentata nel concetto di “diritto penale del nemico”.

Del resto al centro dell’inchiesta c’erano una serie di manifestazioni sit-in volantinaggi contro il carcere come istituzione e per denunciare le condizioni di detenzione aggravate dall’emergenza Covid. C’era e c’è il rischio di criminalizzare un pubblico attivismo politico impostato su una critica radicale anche dura a istituzioni pubbliche.

Sempre la Cassazione ha chiuso almeno per il momento un’altra partita quella relativa all’inchiesta “sorella” di quella romana avviata dalla procura di Bologna rigettando il ricorso del pm Stefano Dambruoso contro le scarcerazioni di un gruppo di anarchici finiti in carcere a maggio e poi rimessi fuori dal Riesame. Per Dambruoso noto per essere finito sulla copertina della rivista Time come cacciatore di terroristi islamici si tratta di una sconfitta su tutta la linea.

Per quanto riguarda l’indagine romana la Cassazione dovrà esaminare il prossimo 16 dicembre il ricorso di un’altra indagata Francesca Cerrone arrestata in Spagna e poi estradata.

Non è stata ancora fissata invece l’udienza sempre davanti alla Suprema Corte per discutere il ricorso dell’avvocato Ettore Grenci per conto dell’indagato Nico Aurigemma al quale era stato negato il colloquio con i genitori e la sorella. Tra i motivi del no al colloquio spiccava il parere del pm relativo al fatto che Aurigemma si era avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia. Cioè era stato penalizzato e “punito” per aver esercitato un suo diritto (frank cimini)

 

Dissenso radicale uguale terrorismo domani in Cassazione

L‘attivismo politico impostato su una critica anche dura e radicale a istituzioni pubbliche trattato come associazione sovversiva finalizzata al terrorismo. Se ne discute domani in Cassazione dove sarà esaminata la richiesta degli avvocati di un gruppo di anarchici arrestati a Roma a giugno scorso di annullare le misure cautelari in carcere poi confermate dal tribunale del Riesame.

”Il costante richiamo alla vicinanza ideologica a una determinata area dell’anarchismo diviene l’unico criterio che consente al tribunale di qualificare azioni e finalità delle stesse sotto la nozione di terrorismo tralasciando tutte le altre verifiche che la giurisprudenza costituzionale e quella di legittimità richiede siano svolte con particolare rigore attenzione e cautela” scrive in uno dei ricorsi l’avvocato Ettore Grenci che avverte: “Cosi si verifica esattamente il pericolo da cui ci mette in guardia la Corte Costituzionale ovvero quello di perseguire non il fatto ma il tipo di autore tendenza che è storicamente rappresentata nel concetto di diritto penale del nemico non a caso formatasi proprio sulla criminalizzazione di movimenti e organizzazioni ritenute ‘anti-Stato’”.

Nel motivare le misure cautelari sia il gip sia il Riesame avevano censurati in modo particolare le manifestazioni con sit-in volantinaggi e altro in relazione alle strutture carcerarie e alle condizioni di detenzione aggravate ulteriormente dalla crisi legata al Covid. Insomma domani in Cassazione si parlerà dell’infinità emergenza italiana e di una sorta di democratura che di fatto mette a rischio il dibattito politico fino a eliminarlo del tutto (frank cimini)