giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Morire di amianto in metro, chiesto il processo per ex dirigenti di Atm

Sono morti in sei in sei anni, tra il 2009 e il 2015, tutti coi polmoni triturati dal mesotelioma o dal cancro, tutti dipendenti dell’Azienda Trasporti Milanesi (Atm). Un autista di bus, due elettricisti, un meccanico, un addetto alla manutenzione delle macchine, un operaio. Altri due sono vivi col respiro mozzato dalle placche pleuriche.

Per il pm Maurizio Ascione, i responsabili di questo strazio sono due ex direttori generali della società: Elio Gambini, 84 anni, e Roberto Massetti, 76. Tra il 1998 e il 2001, quando la presenza di amianto in metropolitana e in altre strutture aziendali  era “massiccia”, non avrebbero applicato la legge in tema di prevenzione e nemmeno informato i lavoratori dei rischi che correvano. Le polveri galleggiavano ovunque: nei depositi degli autobus e nei tunnel della metropolitana, nei tetti in eternit degli hangar dove la notte riposano i mezzi. Toccava ai manager, sostiene Ascione che da anni si occupa delle vittime da esposizione di amianto, proteggere i dipendenti facendo applicare le regole di sicurezza: maschere sul viso; tute da lavare periodicamente; viste mediche; manutenzione dei luoghi a rischio. Gli indagati, convocati a ottobre per un interrogatorio, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere di fronte alle accuse di omicidio colposo e lesioni gravi.

Nel luglio scorso, il pm Ascione aveva ottenuto la sua prima vittoria: la condanna fino a 7 anni per 11 ex manager di Pirelli per la morte di 24 operai.  In precedenza, i processi per l’amianto alla Franco Tosi e all’Enel di Turbigo si erano conclusi con l’assoluzione di tutti gli imputati. (manuela d’alessandro)

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Il marito poliziotto, l’avvocatessa 007 e il ladro più sfortunato di Milano

Questa è la storia di una coppia di investigatori piuttosto originali e di un ladro che più sfigato non ce n’è.

Partiamo dal secondo: è un tunisino di 20 anni con numerosi precedenti per furto e rapina, l’ultima delle quali compiuta ai danni di una signora anziana usando un coltello. Gli altri due invece sono un’avvocatessa penalista nota per la sua tenacia e per alcuni guizzi di vero genio, Debora Piazza, e il di lei marito, un poliziotto dall’aria riflessiva e intelligente, Marco.

Sabato sera il tunisino prova a introdursi in casa dei due. Ha un attrezzo in mano, stacca la maniglia della porta. Sfortuna vuole che nell’abitazione ci siano i proprietari. Sfortuna vuole che uno dei due nella vita faccia il poliziotto. Al ladro non resta che scappare a gambe levate. Tanto in fretta da dimenticarsi il cappellino sul posto. Sfortuna vuole, per il giovane, che la coppia si sia dotata di un impianto di videosorveglianza. La sfiga ipermetrope vuole, ancora, che la padrona di casa sia una penalista con molti clienti nel giro della mala di piccolo o grande cabotaggio. Et voilà, mentre la scientifica arriva sul posto, parte un’altra indagine, parallela, non esattamente ortodossa ma forse più rapida ed efficace di quella ufficiale. Un’inchiesta ‘vecchio stampo’, da piedipiatti, con servizi di osservazione sul campo e raccolta di informazioni da fonti confidenziali. Debora fornisce ai suoi clienti le foto estrapolate dalla telecamera: “Trovatelo!”. E quelli lo trovano. Le danno le dritte giuste. Dopo una serie di appostamenti, la 007 in gonnella lo individua al Giambellino, in un bar di cinesi, dopo l’ultima soffiata di un cliente. E chi meglio di un marito poliziotto può arrestare un ladro? Il marito arriva e arresta. Già che c’è, l’avvocatessa mostra al furfante le foto che lo ritraggono, e pure quella del cappellino lasciato in loco commissi delicti.

Davanti a tanta tenacia che vuoi fare? Ammetti. E il tunisino ammette: “Ok, ero io in casa vostra”. Stamattina è stato processato per direttissima. Si è scoperto che era anche evaso dai domiciliari. Arresto convalidato. Pare che Marco voglia cambiare lavoro e stia studiando per entrare nel mondo legale. Chissà se invece Debora vuole diventare uno sbirro.

 

 

 

Lap dance per carabinieri sotto copertura
Nel privé vicino al Tribunale

 

A due passi dal Tribunale, lo scrupoloso militare sotto copertura verifica se davvero nello strip club si commettano reati di pubblica decenza. E’ uno sporco lavoro, e qualcuno lo deve pur fare.

Siamo all’Extasìa, un club nella  zona di largo Augusto, a duecento metri in linea d’aria dal dal Palazzo di Giustizia. I carabinieri hanno avuto una soffiata: nel privé succede di tutto, non si fanno solo spettacoli erotici, le ragazze danno vita a vere e proprie orge con i clienti. Ecco che ben quattro militari vanno a verificare di persona, su mandato della Procura. Un luogotenente, un appuntato, un tenente e un maresciallo si introducono nel privé, pagando qualche decina di euro.

Ed ecco le loro testimonianze. Una ragazza che si presenta come Alessia “spontaneamente si poneva a cavalcioni del militare strusciando il seno contro il viso e il torace del militare…Rimasta nuda,mimava movenze sessuali, strofinando il seno sul viso del militare. Si specifica che il militare aveva più volte l’opportunità di toccare i fianchi, le cosce e poi di accarezzare tutto il corpo, cosa che la ragazza gradiva“.

Rebecca invece “si era avvinghiata al militare, abbassandogli la cerniera dei pantaloni e inserendovi una mano sino a toccargli ripetutamente il pene…poi cercava ripetutamente di farsi toccare più volte l’organo genitale”.

Nel contempo Giulia se la prende con un altro carabiniere, “appoggiandogli il seno sull’avambraccio”. E ancora, “Valentina in arte Lulù” strusciava il proprio bacino sul pube del militare, toccandolo tra le gambe e in particolare massaggiandogli il pube, il torace e i capezzoli”, ma ancora con i vestiti addosso.

Intanto in un altro locale, il Lap Zeppelin, continua l’accurata indagine. In quel luogo di perdizione, Maria “lecca il lobo dell’orecchio sinistro e invita (il militare, ndr) a toccarla ovunque…Denudatasi completamente inizia a simulare un rapporto sessuale sedendosi sulle gambe di questi (…) e strusciandosi sui jeans del militare”.

Grazie a queste relazioni di servizio, i carabinieri dimostrano, supportati dal pm Ester Nocera, che all’Extasìa si favoriva e sfruttava la prostituzione. Una vera associazione per delinquere di cui faceva parte, stando alle accuse, anche un collega di chi aveva condotto l’inchiesta: un altro carabiniere. In primo grado, il Tribunale di Milano assolve tutti con la formula “il fatto non sussiste”. Ieri, invece, la terza sezione della Corte d’Appello, presieduta dal giudice Piero Gamacchio, ribalta il verdetto. Tutti condannati. Il barista se la cava meglio di tutti: due anni. Va peggio al carabiniere, il quale, stando al capo di imputazione, si occupava di “controllare le quote dei privé e garantiva la sicurezza all’interno dei locali, provvedeva ad accompagnare le ragazze nei luoghi di dimora a fine turno”: tre anni di reclusione. Cinque anni e quattro mesi, invece, per il capo dell’associazione.

Tutti assolti in primo grado, dicevamo. Il collegio presieduto dal giudice Aurelio Barazzetta, aveva argomentato su un presunto “mutamento dei costumi occorso negli ultimi decenni, concretizzantosi in particolare nell’affievolimento del senso del pudore” che porta a qualificare la lap dance come una “rappresentenzione artistica”. Tesi efficacemente contestata dalla Procura, nel suo ricorso, e poi in aula dal sostituto pg Nunzia Ciaravolo. Ora parola alla Cassazione.