giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Tre Procure sui fondi Expo per la giustizia, avremo una verità?

Tre Procure ognuna per conto proprio  - caso alquanto eccezionale – stanno indagando sul gigantesco pasticcio dei fondi Expo assegnati alla giustizia milanese tra il 2010 e il 2015.  A quella di Milano, che aveva aperto un’indagine a carico di ignoti per turbativa d’asta, si aggiungono Brescia e Venezia, come si evince dalla lettura dell’atto di conclusione dell’istruttoria avviata a febbraio dall’Anac, più di due anni dopo le inchieste giornalistiche di Giustiziami, del ‘Giornale’ e del ‘Fatto’.

Nelle settimane scorse, i magistrati di queste due città hanno chiesto all’Autorità nazionale anticorruzione la trasmissione delle carte  sulle presunte anomalie nelle 25 procedure analizzate del valore di circa 9 milioni di euro. Brescia è competente su eventuali reati commessi dai magistrati milanesi, a cominciare dall’allora presidente del Tribunale Livia Pomodoro, mentre le toghe veneziane potrebbero essere interessate a chiarire la posizione di Claudio Castelli, che presiede la Corte d’Appello bresciana, e fu uno dei protagonisti al tavolo dove si discusse come utilizzare il ‘tesoro’ di Expo.

I nomi dei magistrati non sono indicati nel rapporto finale di Anac, molto più interessato  alle responsabilità del Comune, accusato come stazione appaltante di  avere distribuito il denaro attraverso affidamenti diretti quando la legge avrebbe imposto delle gare pubbliche.  Tra i “numerosi profili di criticità e di non rispondenza alle previsioni normative” spiccano quelli relativi all’assegnazione di una montagna di denaro per il processo civile telematico, la cui ‘costruzione’ è stata affidata  in regime pressoché monopolistico “senza indagini di mercato” a due società, Net Service ed Elsag Datamat.  Sospetti anche sulla fornitura della segnaletica per orientarsi nel Palazzo (come non ricordare i monitor disseminati nel Palazzo che senza requie né senso rimandano la beffarda scritta ‘Udinza Facile’)  e  sul curioso acquisto da Telecom, senza un apparente perché,  di 33 armadi e 1500 prese. Ingiustificato appare anche l’affidamento diretto alla Camera di Commercio per il nuovo sito del Tribunale in nome della Convenzione stipulata da Pomodoro che, finalmente,  e forse anche alla luce di un’inchiesta spinosa,  il suo successore Roberto Bichi ha revocato qualche giorno fa.

Ma che faranno ora le tre Procure  cui Anac ha girato il suo dossier finale?

Milano sembra scettica. Al procuratore Francesco Greco non sarebbe piaciuto il ritardo con cui Cantone ha cominciato a fare accertamenti e che non consentirebbe di indagare con intercettazioni e altri strumenti più tempestivi. Brescia per tradizione non ama infierire sui vicini colleghi, forse Venezia, lontana dal cuore e geograficamente da Milano, potrebbe essere più incisiva nella ricerca di una verità che appare necessaria. (manuela d’alessandro)

la delibera finale di Anac

 

 

La lettera di Spataro agli avvocati, l’orgoglio e l’amore per Andrea

 

Col permesso dell’autore, pubblichiamo la meravigliosa lettera che il magistrato Armando Spataro ha inviato agli avvocati milanesi per ricordare il figlio Andrea.

 

“Carissimi Avvocati,

è trascorso un mese dall’ultima volta in cui ho visto mio figlio Andrea, giovane avvocato penalista di 36 anni.

Ho già ringraziato molti di voi per la vicinanza manifestata in questi momenti di immaginabile dolore, ma spero ora di non apparire inopportuno nel tentativo di “far parlare Andrea”: sono tanti i genitori che soffrono per simili tragedie e non tutti hanno questa possibilità… e forse lo stesso mio figlio, dotato di una grande sobrietà, potrebbe non essere d’accordo…

Vi chiedo scusa, allora, se mi lascio guidare dal cuore: ho deciso di scrivervi egualmente perché voglio affidarvi non solo il ricordo di un figlio, ma quello di un figlio-avvocato. E ve lo trasmetto attraverso parole di un avvocato e di un giudice.

L’avv. Salvatore Scuto del foro di Milano, presso il cui studio mio figlio lavorava, ha di lui scritto: “Andrea aveva sviluppato una bella idea della funzione difensiva, moderna, senza retorica ma ferma nella convinzione dell’imprescindibile suo ruolo nella dinamica processuale. A volte rientrava da un’udienza o da un colloquio con un pubblico ministero infastidito, se non arrabbiato (in questo, e per fortuna, non era ancora un ‘disilluso’ ed io credo che non lo sarebbe diventato mai), per aver visto svolgere il ruolo della controparte in un modo non coerente con la sua idea del processo e della tutela dei diritti. Andrea è andato avanti ed ha superato e vinto la sua sfida con la forza delle sue idee e delle sue convinzioni, orgoglioso come era di essere avvocato. Quella forza e quella dignità lo hanno sostenuto sino alla fine facendo a gara con una riservatezza così ferrea da lasciare oggi, in chi gli ha vissuto accanto nella vita lavorativa, ammirazione accompagnata però da una punta di smarrimento.  I tanti suoi amici del tifo juventino hanno trovato le parole giuste per salutarlo nello stadio della sua Juventus quando gli hanno dedicato un striscione esposto nell’ultimo derby torinese con la scritta <<Andrea nessuno muore nel cuore di chi resta!>>. È’ proprio così Andrea”.

Ed il giudice Bruno Giordano, che lo ha seguito anche in una significativa esperienza accademica, così lo ha ricordato, descrivendo la sua incertezza nelle decisioni da prendere per il futuro: “..gli chiedo se vuole “veramente” preparare il concorso per magistrato. Lo trovo combattuto tra magistratura e avvocatura, che sceglie con il coraggio e la forza di chi vuole farcela, bene e da solo. Un giorno dopo il pensionamento del prof. Dominioni (con cui aveva collaborato) lo sento deluso, non vuole perdere l’incipiente carriera accademica, ma mi sembra che Andrea si senta finalmente libero di scegliere una sua strada. Gli propongo di iniziare un dottorato di ricerca. Ci pensa due giorni chiedendomi di non parlarne con il padre. E infatti non l’ho mai fatto. Poi Andrea mi raggiunge in ufficio, dove con garbo e eleganza, ma con commozione, mi dice che vuole fare l’avvocato, andare in udienza, lottare, lottare e lottare per affermare un diritto. Io mi arresi, Andrea ha lottato fino all’ultimo.

Il 5 luglio 2014 avevo spedito ad Andrea una mail per raccontargli della bellissima cerimonia cui avevo assistito nell’Aula Magna del Palazzo di Giustizia di Torino, intitolata a Fulvio Croce, quella annualmente organizzata dal locale Consiglio dell’Ordine in onore degli Avvocati che hanno esercitato per 60 o 50 anni la professione forense. Avevo parlato ad Andrea di una cerimonia “solenne ed informale insieme, carica di giustificato orgoglio dei protagonisti”. Gli avevo poi ricordato le coinvolgenti parole del Presidente avv. Mario Napoli e dell’avv. Ottolenghi (“un passato anche da partigiano ed un presente pure da scrittore”), citandogli infine quelle di  Giampaolo Zancan: “In cinquant’anni ho difeso tutti, ma non ho preso ordini da alcuno”, una frase che a mio figlio era piaciuta molto, che  esalta la libertà di pensiero e la coerenza che sono le doti morali più importanti per chiunque operi nel campo della giustizia.

Così chiudevo quella mail ad Andrea: “Zancan è giustamente orgoglioso della sua carriera, come io lo sono del fatto che tu sia un giovane avvocato!”

Andrea amava lottare, appunto, con libertà di pensiero, dignità e coerenza: non a caso gli piaceva molto la bronzea statua equestre di Ferdinando di Savoia – Duca di Genova, che domina il centro della Piazza Solferino di Torino: il cavallo ferito nella battaglia di Novara del marzo 1849 combattuta contro gli invasori durante la prima guerra di indipendenza, sta cadendo e morendo, ma chi lo cavalca continua a combattere con la spada in pugno. La lapide sotto la statua così descrive quella scena e ricorda Ferdinando “Ferito a morte il cavallo nella battaglia di Novara, seppe vendicare col valore l’ingiuria della fortuna”. Già, l’ “ingiuria della fortuna”.

Andrea era anche un accanito e conosciuto collezionista di statuette varie, soprattutto – ma non solo – dei Cavalieri dello Zodiaco, combattenti per il bene del cosmo e per la pace sulla Terra.

La lotta…la lotta dunque come regola di vita, non in senso retorico, ma quella quotidiana e silente per i principi in cui si crede, per il bene, per la solidarietà, per la vita…Ed eroe non è sempre e solo chi per tutto questo combatte e vince, ma anche chi combatte e perde.

L’11 settembre, cioè il giorno della S. Messa per Andrea, i suoi più cari amici gli hanno dedicato due pagine di amore che uno di loro ha letto in un’affollata Basilica milanese. Tra le altre, hanno ricordato queste sue belle parole da giovane avvocato che si guarda intorno e vuole capire e conoscere, parole che ripeteva ai suoi amici e colleghi: “il Tribunale va vissuto…e la giustizia non è l’avventura di un giorno !”

Erano questa sua visione della giustizia e la dignità con cui viveva la sua professione che mi rendevano e mi rendono orgoglioso di avere avuto un “figlio-avvocato”.

Sono queste sue parole che mi consentono di avere sempre mio figlio accanto.

Voglio ringraziarvi ancora, con tutto il cuore ed insieme a mia moglie, per l’affetto che ci avete manifestato in questi giorni di dolore, un affetto dedicato ad Andrea”.

Armando Spataro

 

Per Orlando va tutto bene, ma il processo digitale è di nuovo in tilt

Va tutto bene, aveva garantito in un comunicato il Ministro Andrea Orlando, il processo digitale funziona che è una meraviglia. Rassicurazioni arrivate all’indomani di una mail ai giudici in cui il Presidente del Tribunale Roberto Bichi ammetteva i gravi “malfunzionamenti” derivati da un “importante” aggiornamento del sistema e la possibilità di “atti dispersi” causati da “errori fatali”.

Invece veniamo a sapere che da venerdì a ieri c’è stata una nuova paralisi del sistema determinata da un imprevisto ‘riaggiornamento’ dell’aggiornamento che ha bloccato i registri della cancelleria, la consolle del magistrato e il deposito telematico degli atti da parte dei giudici.

A smentire subito Orlando (“l’attività è tornata a livelli di normalità col pieno recupero della funzionalità dopo l’aggiornamento”) era stato il giudice Enrico Consolandi che in una mail ai colleghi lamentava “migliaia di errori fatali”. E altri magistrati hanno fatto notare di avere autorizzato in questi giorni il deposito cartaceo di atti mandati dagli avvocati alla consolle e mai arrivati.

Ci spiega un giudice: “La consolle era talmente perfetta che hanno dovuto rilasciare un aggiornamento totale. Dopo il nuovo stop, persistono anomalie nella scrittura. Tutto il peso dei problemi del Pct si sta riversando sui tecnici che sono pochi e non ce la fanno”. (manuela d’alessandro)

bichi-ai-giudici-errori-fatali-e-atti-dispersi-per-il-crac-del-processo-digitale

Malfunzionamenti_PCT_precisazioni_dal_Ministero_della_Giustizia.html

Foto a casa Clooney, perché è stata assolta Selvaggia Lucarelli

Non ci sarebbe stata Selvaggia Lucarelli, ma la show girl Elena Santarelli dietro la trattativa col settimanale ‘Chi’ per la pubblicazione delle foto scattate alla festa di compleanno di Elisabetta Canalis nella villa sul lago di Como di George Clooney. E’ più di un’ipotesi quella che il giudice Stefano Corbetta avanza nelle 99 pagine di motivazioni in cui spiega perché  ha assolto il 17 luglio scorso l’opinionista del ‘Fatto’, scrittrice e giurata  tv assieme al blogger Gianluca Neri e alla giornalista Guia Soncini.

I primi due erano accusati di essersi intrufolati nella posta elettronica della mail della soubrette Federica Fontana e del marito Federico Rusconi per sottrargli 191 scatti patinati, preziosi perché carpiti all’interno delle preziose mura della villa di George, e di avere tentato di venderli  alla rivista regina del gossip per 120mila euro. Questa, almeno, la ricostruzione del pm Grazia Colacicco che viene fatta a pezzi dal giudice il quale accoglie in modo pressoché integrale la tesi contenuta nella memoria difensiva firmata dall’avvocato Barbara Indovina, legale di ‘Macchianera’.

“Non c’è prova che le foto oggetto della trattativa ‘Chi’ fossero proprio quelle che Neri inviò alla Lucarelli” e anzi “deve presumersi che la provenienza delle foto sia diversa” visti i “numerosi contatti sia telefonici sia tramite sms avuti nel periodo settembre – ottobre 2010 tra Parpiglia ed Elena Santarelli, una delle persone presenti alla festa di compleanno di Canalis e destinataria delle foto inviate da Federico Rusconi”. Manca peraltro, in questa ricostruzione del Tribunale, la “pistola fumante” sulla circostanza che “un qualche dispositivo nella disponibilità di Neri (o di Lucarelli o Soncini) si sia collegato o abbia tentato di collegarsi all’account federicafontana@me.com”. E neppure è provato che “le due mail” indirizzate al direttore di ‘Chi’ Signorini siano state inviate da Neri”, come sostenuto dalla Procura.

Incrociando le date  degli incontri tra i protagonisti della vicenda e le analisi delle pen drive sequestrate, il giudice arriva alla conclusione che vi è un dubbio “più che ragionevole” che le foto al centro della trattativa presenti sulla chiavetta del fotografo Gabriele Parpiglia  non fossero nemmeno quelle che Neri si era procurato su 4chan (contenitore di gossip mondiali dal quale il blogger ha sempre detto di avere attinto gli scatti ndr) e che poi furono inviate alla Lucarelli”.

Quanto alle presunte incursioni illecite degli imputati nelle mail di vari personaggi famosi, tra i quali Mara Venier (“Habemus Mara” e “Voglio tutti i suoi scheletri in fila”,  gli  sms di  Neri e Lucarelli), il giudice ritiene di accogliere l’orientamento della Cassazione per cui “il reato di trattamento illecito dei dati personali non è integrato se l’utilizzo avvenga per fini esclusivamente personali, senza una loro diffusione o destinazione a una comunicazione sistematica”.  Ma anche a volere non accogliere questa interpretazione  della Suprema Corte, Corbetta fa notare che mancherebbe un “danno di natura patrimoniale o non patrimoniale”  per configurare il reato. Resta da vedere se la Procura vorrà impugnare una sentenza che, così com’è, appare uno schiaffo a sette anni di indagini. (manuela d’alessandro)

 

Robledo assolto nonostante il grave abbaglio del pm sul figlio

 

 

Alfredo Robledo, un tempo procuratore aggiunto a Milano ora in servizio a Torino, è stato prosciolto a Brescia dall’accusa di abuso d’ufficio nata dall’esposto presentato da Edmondo Bruti Liberati all’epoca capo della procura di Milano in relazione al deposito di soldi sequestrati non nel Fondo unico giustizia ma presso la Banca del Credito Cooperativo di Carate Brianza.

Il proscioglimento arrivato solo adesso lascia ampiamente capire che lo scopo dell’esposto di Bruti non era certo quello di accertare le responsabilità del collega in relazione ai fondi sequestrati alle banche nella vicenda dei derivati a Palazzo Marino ma quello di metterlo in cattiva luce e in parole povere di farlo fuori. Insomma uno dei tanti capitoli della guerra interna alla procura di Milano, con  sullo sfondo la moratoria delle indagini su Expo decisa dal vertice massimo dell’ufficio inquirente.

La procura di Brescia, oggi smentita dal gup, aveva coltivato l’esposto di Bruti fino ad affermare: “Il presidente della Bcc di Carate Annibale Colombo era conoscente di lunga data dell’imputato Robledo e il figlio di quest’ultimo dipendente della filiale Bcc di Barlassina”. Il figlio di Robledo fa l’allenatore di pallacanestro e non ha mai lavorato in banca.  Un funzionario dell’istituto sentito come testimone aveva escluso la presenza di congiunti di Robledo tra i dipendenti ma evidentemente ciò non è bastato al pm, interessato a diffondere veleni. Va ricordato inoltre che la procura di Brescia aveva pure svolto accertamenti patrimoniali su Robledo che in relazione al reato di abuso d’ufficio non sono consentite.

Robledo nel corso della guerra interna alla procura era stato poi trasferito a Torino in riferimento a una serie di sms scambiati con l’avvocato della Lega Nord Domenico Aiello. L’uscita di Robledo ovviamente consentiva al capo della procura di dispiegare tutta la potenza della moratoria su Expo, solo parzialmente rimessa in discussione dall’avocazione da parte della procura generale che metteva sotto inchiesta il sindaco di Milano Beppe Sala e ne chiedeva il rinvio a giudizio per falso che sarà discusso davanti al gip il 14 dicembre prossimo.

Sala comunque era stato “salvato” dall’accusa di abuso d’ufficio per non aver indetto la gara pubblica sulla ristorazione con appalto assegnato direttamente a Oscar Farinetti. Per la procura di Bruti Sala favorì Farinetti “senza averne l’intenzione”. E poi c’era fretta, bisognava realizzare Expo. Insomma un abuso d’ufo a fin di bene, con archiviazione decisa dallo stesso giudice che come responsabile dell’informatizzazione aveva contribuito a evitare gare pubbliche sui fondi Expo giustizia. Ironia della sorte, tra i beneficiati addirittura una società con sede nel paradiso fiscale del Delaware.

Dunque Robledo ostacolava la moratoria e persino gli “affari” delle toghe. Doveva pagarla, l’ha pagata e la sentenza di proscioglimento di oggi a Brescia suona quasi come una beffa. Nel frattempo a Milano di nuove indagini su reati contro la pubblica amministrazione non c’è traccia. Del resto a succedere a Bruti ora in pensione è stato il suo braccio destro Francesco Greco eletto all’unanimità dal Csm dell’omertà. Il cosiddetto organo di autogoverno infatti, regista nemmeno tanto occulto Giorgio Napolitano, aveva da subito supportato Bruti contro Robledo (frank cimini)