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Anarchici, dietrofront del pm Dambruoso sul “terrorismo”

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La procura di Bologna ha chiuso le indagini che nel maggio 2020 avevano portato agli arresti per associazione sovversiva finalizzata al terrorismo rinunciando alla contestazione proprio del reato più grave. Il pm Stefano Dambruoso ha dovuto prendere atto delle sconfitte riportate davanti al Riesame prima e alla Cassazuone poi dove gli arresti erano stati annullati.
“Non basta la comune adesione all’ideologia anarchica
come effettivo e reale ‘contagio’ del gruppo investigato da parte delle idee e finalità terroristiche eventualmente sviluppatesi in altre cellule della galassia anarchica mentre viene richiesto al giudice di merito di fornire la prova di una tale e concreta contaminazione che deve portare alla gemmazione di cellule autonome aventi le caratteristiche tipiche dell’associazione sovversiva con finalità di terrorismo”. Era questo uno dei passaggi della motivazione con cui la Cassazione rigettava il ricorso del pm Stefano Dambruoso contro la decisione del Riesame di Bologna di scarcerare gli anarchici arrestati a maggio.

La Cassazione ricordava inoltre che non erano state rinvenute armi ma unicamente artifici pirotecnici aste e bastoni impiegati per dispiegare bandiere o stendardi. L’acquisto di maschere antigas non era finalizzato al compimento di azioni violente ma a scopi protettivi in vista di possibili azioni delle forze di polizia in occasione delle manifestazioni di piazza.

Nel corso dei cortei e delle manifestazioni alle quali parteciparono gli indagati “al di là di qualche imbrattamento e danneggiamento non vi fu mai pericolo concreto per la pubblica incolumità“.

In occasione dell’incendio di un impianto di ricetrasmissione diventato il fulcro della ricostruzione accusatoria la Cassazione sposava la tesi dei giudici del Riesame. C’era l’obiettivo di danneggiare la struttura “ritenuta espressione dell’assoggettamento alle tecnologie da parte delle istituzioni dello Stato piuttosto che la volontà di causare un pericolo di devastazione di maggiori proporzioni”.

Al centro dell’inchiesta che portò agli arresti poi revocati dal Riesame c’erano una serie di manifestazioni di solidarietà con i detenuti che avevano visto aggravata la propria condizione dalla diffusione del Covid. Le riunioni pubbliche si erano svolte usando ogni precauzione dalle mascherine al rispetto della distanza tra le persone. Per cui l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo era apparsa spropositata e animata dalla volontà di reprimere il dissenso rispetto alle politiche securitarie. I giudici del Riesame avevano rilevato proprio questo rischio.
Insomma tanto rumore per nulla. Il blitz era costato un po’ di settimane di carcere ai militanti del gruppo anarchico che ora saranno presumibilmente processati solo per i reati fine che da soli
non sarebbero bastati a giustficare le richieste di manette. La procura decideva di forzare la mano anche montando una campagna mediatica sulle pagine dei giornali locali i quali poi avrebbero riportato solo in poche righe la sconfessione del “teorema” da parte del Riesame per concentrarsi nel titolo sulla “manifestazione non autorizzata” per celebrare le scarcerazioni. (frank cimini)

Categoria: Terrorismo