giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Tra pm e tribunale pace ridicola toppa peggio del buco

Prima scatenano la guerra sulla sentenza di assoluzione del caso Eni-Nigeria dicendone di tutti i colori a carico degli interlocutori poi cercano di fare marcia indietro con una riunione che partorisce un comunicato “di pace”. È la storia degli ultimi giorni dei rapporti tra la procura e il Tribunale di Milano.

”La giurisdizione milanese ha sempre rispettato e valorizzato i principi costituzionali del giusto processo e dell’obbligatorietà dell’azione penale, della funzione del pm come organo di giustizia che dunque non vince e non perde i processi ma in conformità alle norme li istruisce” si legge nella nota a firma del presidente del Tribunale Roberto Bichi cofirmata dal procuratore Francesco Greco dal presidente della sezione misure di sorveglianza Fabio Roia dal numero uno dei gip Aurelio Barazzetta e dagli aggiunti Maurizio Romanelli e Eugenio Fusco.

Insomma questi signori in toga vorrebbero farci credere che non era accaduto nulla. Una riedizione di quanto gridava il mitico Everardo Della Noce durante latrasmissione “Quelli che il calcio”. “… ma alla fine non è successo niente”.

Eppure la mitica procura che fu di Mani pulite aveva spedito ai colleghi di Brescia competenti a indagare sui magistrati di Milano le parole di un testimone largamente inattendibile secondo il quale due avvocati patrocinatori di Eni  Nerio Diodà e Paola Severino ex ministro della giustizia avrebbero avuto “accesso” al presidente del Tribunale Marco Tremolada.

Brescia archiviava senza fare iscrizioni al registro degli indagati e senza interrogare nessuno. D’altronde si trattava di cosa senza fondamento. Ma proprio per questa ragione la mossa della procura era stata gravissima. E infatti il presidente Bichi aveva preso una posizione netta mettendo nero su bianco la parola “insinuazioni”.

Adesso arrivano i tarallucci e vino, la voglia di metterci una pietra sopra al fine di evitare ulteriori imbarazzi. Ma resta che la procura si era mossa come il classico elefante in cristalleria. Nonostante il procuratore aggiunto Fabio De Pasquale in sede di requisitoria con grande onestà avesse affermato “qui sia chiaro non c’è la pistola fumante”. La richiesta di condanna poggiava su una sorta di prova logica nell’ambito del cosiddetto rito ambrosiano nato con Main pulite.

I giudici hanno deciso di assolvere e non si tratta certo del primo processo in tema di corruzione internazionale in cui la tesi dei pm di Milano è stata sconfitta. Anche se il comunicato congiunto quello della “pace” dice di non voler sentire di processi vinti e persi. La toppa è peggio del buco.

(frank cimini)

Libera anarchica Cerrone dopo 9 mesi di galera gratis

È stata scarcerata ieri sera senza alcun obbligo da rispettare a livello cautelare l’anarchica Francesca Cerrone accusata di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo, arrestata in Spagna estradata in Italia e trattenuta in cella dal Tribunale del Riesame. A dicembre dell’anno scorso la Cassazione annullava l’ordinanza di arresto rinviando gli atti al Riesame per una nuova udienza ma impiegando oltre tre mesi per depositare le motivazioni.
E in questo modo si è arrivati alla svarcerazionela scarcerazio e senza imporre alcun obbligo. Al momento dell’arresto Cerrone era stata indicata come una sorta di pericolo pubblico numero uno insieme ad altri quattro anarchici. Anche loro ricorrevano al Riesame che manteneva l’accusa e il provvedimento restrittivo. La Cassazione a novembre decideva di annullare le ordinanze e di farle riesaminare dal Tribunale di Roma. Anche in questo caso la riserva dei giudici della Suprema Corte si allungava fino a quattro mesi. Ora ci sono le motivazioni affinché si svolga una nuova udienza.

La Cassazione ribadisce che non basta la mera adesione ideologica ma c’è bisogno di  azioni e contributi concreti per sostenere l’accusa di terrorismo. I giudici per esempio “rimproverano” il Riesame per aver sopravvalutato l’accensione di alcuni fumogeni durante un sit-in davanti al carcere di Rebibbia in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid.

La Cassazione inoltre ridicolizza i giudici di merito che si erano aggrappati persino al potenziale sovversivo della musica in occasione del festival hiphop.

Dalle motivazioni della Cassazione, e non è la prima volta, emerge che le procure e i giudici territoriali praticano una sorta di emergenza infinita che mette a rischio fortemente il diritto al dissenso. Del resto l’indagine bolognese condotta dal pm Dambruoso era stata del tutto azzerata dalla Suprema Corte. E anche lì si trattava di manifestazioni a favore dei detenuti con mascherine e rispetto delle distanze.

E bisogna ricordare che nella relazione annuale dei servizi di sicurezza sia l’operazione di Bologna “Ritrovo” sia quella romana “Bystrock” erano state presentate come successi investigativi nonostante i ribaltamenti della Cassazione che in questi ultimi giorni si sono ulteriormente concretizzati. Anche se i giornaloni non ne parlano. In pratica sono fermi al giorno degli arresti alle conferenze stampa degli inquirenti e all’estradizione di Francesca Cerrone altro “successo”. (frank cimini)

 

 

 

 

 

Strage del Sant’anna le tesi “assolutorie” della procura

Strage del Sant’Anna, atto secondo
Ecco le tesi “assolutorie” della procura

Un anno dopo, dopo le rivolte che hanno incendiato decine di galere e la morte di tredici detenuti, dalla richiesta di archiviazione per otto decessi “modenesi” emergono altri passaggi destinati a far discutere. La sicurezza della casa di reclusione di Modena, anche a sommossa cessata e ad allarme rosso rientrato, è stata la priorità. E se il numero di croci è salito a nove, quando l’istituto non era più fuori controllo, la colpa non può essere addebitata a nessuno, se non ai reclusi stessi. Hanno rubato o distribuito metadone e psicofarmaci, ingerendone in quantità. Li hanno nascosti nelle mutande o nelle tasche. Non se ne sono liberati. Il carcere veniva prima, prima di ciascun uomo. Questa almeno sembra essere la tesi della procura, un pugno allo stomaco. Testualmente, a fronte della perdita di nove vite, le pm titolari delle indagini scrivono: «E’ evidente che l’esecuzione di perquisizioni personali a carico dei detenuti al momento del loro ingresso in cella non sia finalizzata a tutelare colui che fa ingresso ed evitare che porti con sé beni che possano nuocere alla sua stessa salute (nello specifico metadone) ma sia al contrario giustificata da motivi di sicurezza, ossia dalla necessità di evitare situazioni di pericolo capaci di mettere a repentaglio l’ordine e la sicurezza dell’istituto».
Alì Bakili probabilmente viene visitato una prima volta l’8 marzo, a sommossa in corso, e poi il 9 marzo. La dottoressa di turno la prima sera non si ricorda di lui, il collega del giorno dopo sì. Degli accertamenti sanitari e delle cure c’è traccia su due schede, redatte non si sa esattamente da chi (in un punto della richiesta di archiviazione si parla di personale 118 e in un altro punto di volontari) e con non meglio specificate imprecisioni. L’uomo resta fuori dagli sfollamenti e dai trasferimenti, fatali per quattro persone. La mattina del 10 marzo l’uomo è trovato senza vita nella cella numero 21, divisa con un compagno. E’ morto da ore. Anche lui ha ingerito metadone e farmaci, certifica l’autopsia, affidata alle sole consulenti della procura. Questo e non altro, è la loro delle anatomopatologhe, ha causato l’epilogo tragico. Le ecchimosi che ha sul corpo vengono spiegate nel solito modo, come per le altre vittime: se le sarebbe procurate da solo «presumibilmente» durante la rivolta, forse abbattendo un cancello o magari scalando un muro come un ragno (paragone scritto negli atti). Ma come è stato possibile che avesse sostanze letali a disposizione? Perché non gli sono state tolte, se le aveva addosso lui? Oppure, se le ha rimediate, come ha fatto? Dove le ha trovate? Le risposte date dai “custodi” e dalla procura lasciano senza fiato, perché parlano di una persona che era nelle mani dello Stato. «Nessuna responsabilità può ravvisarsi in capo a soggetti terzi in relazione al decesso di Bakili Alì: egli ha consapevolmente assunto metadone e altri farmaci, ad di fuori di qualunque controllo medico, assumendo il rischio di complicanze come quelle che effettivamente si sono verificate. Nessuna responsabilità può essere attribuita ai sanitari che hanno visitato il paziente in data 8 e 9 marzo 2020, né al personale della casa circondariale che ha organizzato e diretto le fasi del rientro dei detenuti nelle celle, posto che l’exitus è stato determinato da una condotta consapevole e intenzionale del detenuto (ritenuto evidentemente in grado di conoscere gli effetti della poliassunzione di oppioidi e medicinali e di poter far libere scelte in una istituzione totale), non controllabile da parte di soggetti terzi che, comunque, non avevano alcun obbligo giuridico (e qui ci sarà da discutere) di prevedere e impedire tale condotta». I detenuti riportati in cella (i pochi rimasti, dopo i trasferimenti in massa) non sono stati perquisiti, non nelle fasi più convulse e drammatiche. La procura giustifica anche questo, “assolvendo” pure la polizia penitenziaria. «Occorre evidenziare – scrivono le pm a capo delle indagini – come la scelta di non effettuare perquisizioni sia stata determinata dalla necessità di convincere gli ultimi rivoltosi, che ancora non avevano acconsentito a rientrare nelle proprie celle, a consegnarsi alle forze di polizia, evitando così un’irruzione del personale di polizia penitenziaria, a cui sicuramente (e chissà da che cosa viene dedotto) sarebbe seguito un vero e proprio scontro con i detenuti, pronti ad opporre resistenza attiva pur di mantenere il controllo della posizione conquistata». Alì Bakili muore. Non è l’ultimo. Il pomeriggio del 10 marzo viene constatato il decesso di Lofti Ben Mesmia, spirato da ore o forse da minuti (i pareri raccolti divergono e il medico del 118 che ha accertato la morte viene sentito «dopo molti mesi»). Non si muove. Dalla bocca gli esce bava marrone, come il compagno di cella dice a un assistente di passaggio, richiamando l’attenzione. Le carte evidenziano che durante la rivolta si era accaparrato sostanze letali, tenute nei boxer. Spiegano che il decesso è avvenuto dopo il rientro in cella, la sera prima, a sommossa rientrata. Confermano la presenza di piccole ecchimosi non letali. Per Lofti manca il racconto di quando, dove e da chi sia stato visitato (perlomeno nella richiesta di archiviazione, una sintesi degli atti prodotti dalla procura). La certezza dichiarata è che sia morto per overdose e che, anche per lui, «nessuna responsabilità possa ravvisarsi in capo a soggetti terzi».

(lorenza pleuteri)

Carceri, anatomia della strage del Sant’Anna

Modena, carcere Sant’Anna, piazzale esterno, 8 e 9 marzo 2020. Lo scenario è da «medicina da campo di guerra», senza precedenti in tempo di pace. Una dottoressa dichiarerà a verbale di aver visitato in un paio d’ore una quarantina di detenuti reduci dalla sommossa e dai roghi, il che fa tre minuti a testa e sempre che non si siano state pause anche brevissime tra un paziente e l’altro. Parma, notte tra l’8 e il 9 marzo. Una collega spigherà agli investigatori non aver potuto verificare in presenza le condizioni di salute di sedici ragazzi appena arrivati, alcuni dei quali con problemi evidenti all’ingresso, perché si erano addormentati in cella e le celle di notte si possono aprire solo in situazioni particolari. Li ha “visitati” dai corridoi, guardando dentro le celle. Ed era sicura che fossero tutti vivi, perché all’accensione della luce erano stati disturbati e si muovevano. Ancora Modena, 8 marzo. Medici e infermieri attivati per la maxi emergenza, con l’istituto fuori controllo e 546 detenuti presenti e potenzialmente bisognosi di cure, non hanno con sé abbastanza dosi di farmaci necessari per contrastare le overdosi di metadone e psicofarmaci. Si devono far portare altre confezioni da un pronto soccorso. Alessandria, un’ora all’alba del 9 marzo. Tra il malore di un detenuto appena giunto, la chiamata d’emergenza e l’arrivo di una ambulanza medicalizzata, a supporto di una dottoressa della casa circondariale, passano 40 minuti.
Un anno fa, durante e dopo le rivolte scoppiate in decine di carceri italiane, morirono tredici reclusi. Dopo dodici mesi di indagini – e di silenzi e indifferenza – per otto delle vittime della strage viene notificata la richiesta di archiviazione delle indagini firmata dalla procura di Modena, destinata ad essere formalmente contrastata dai legali del Garante dei detenuti, da Antigone e da un padre. Otto dei 9 carcerati “modenesi” – si sostiene – sono stati stroncati dalle conseguenze provocate dall’ingestione di metadone associato a psicofarmaci, senza alcuna concausa, senza azioni di terzi o omissioni (o perlomeno con omissioni, come il mancato rilascio di nulla osta scritti ai trasferimenti, che vengono giustificate dalla procura con lo stato di necessità e il contesto emergenziale). Analoga richiesta era stata presentata a Bologna, dove pende un’ opposizione già formalizzata. Da Rieti, dove i morti sono stati tre, tutto tace. Idem da Ascoli e da Ancona, le due città dove potrebbe essere finito il fascicolo sulla fine tragica di Salvatore Sasà Piscitelli, palleggiato tra Marche ed Emilia Romagna. Le indagini modenesi sui reati commessi dai rivoltosi sono ancora in corso, così come quella su maltrattamenti, abusi e torture denunciati da almeno nove scampati (due denunce formali iniziali, due lettere con firme oscurate, un esposto con cinque sottoscrizioni della prima ora). Quest’ultima e l’inchiesta madre, sugli otto morti, sembra non siano state incrociate («Procediamo separatamente, perché un conto sono gli ipotetici maltrattamenti e un altro conto i decessi», ha spiegato il procuratore capo pro tempore).
La richiesta di archiviazione delle indagini presentata al gip Modena, aperta contro ignoti e rimasta tale, in 76 pagine racconta le ultime ore di vita di Hafedh Chouchane, Erial Ahmadi, Slim Agrebi (spirati l’8 marzo, il primo giorno della rivolta) Alì Bakili e Lofti Ben Mesmia (trovati senza vita il 10 marzo), Ghazi Hadidi (deceduto il 9 durante il trasporto a Trento, soccorso troppo tardi alla fermata di Verona), Artur Iuzu (morto in una cella del carcere di Parma, il 9), Abdellha Rouan (accasciatosi all’arrivo alla casa circondariale di Alessandria, sempre il 9). Una strage senza precedenti. L’epilogo di una rivolta che la procura ritiene sia stata «evidentemente» predeterminata, basandosi su tempi e modalità della protesta.
Le prime 25 pagine di testo (e le fotografie dei reparti inagibili e delle postazioni assaltate) servono per ricostruire le drammatiche fasi della rivolta, l’assalto alle infermieri e la razzia di metadone e psicofarmaci, la distribuzione di flaconi e pasticche come se fossero caramelle, il metadone bevuto a canna, le devastazioni e gli incendi, infermiere e medici barricati in stanze ammorbate dal fumo. Un crescendo drammatico Una situazione senza precedenti, ad altissima tensione. Per ricomporre il quadro la procura si basa sulle autopsie (tutte fatte solo dai consulenti della pubblica accusa, senza consulenti delle persone offese, nominati successivamente), sulle analisi tossicologiche, sulle relazioni e sulle dichiarazioni di agenti e graduati della polizia penitenziaria e di operatori sanitari del carcere ed esterni. I detenuti sentiti a verbale sono pochissimi.
Gli agenti hanno sparato in aria (dicono loro) per evitare evasioni e contenere i disordini, però il “particolare” non è stato dichiarato nelle informative al Parlamento e omesso dalle poche persone che qualche dichiarazione iniziale la fanno. Il metadone era presente in grande quantità (pari a 18 flaconi da 1,25 litri ciascuno). Ma non è strano, non secondo il personale medico e la procura. Era quello necessario per garantire due mezze giornate di terapia ai detenuti cui era prescritto. Ed era conservato correttamente, così si legge, con le modalità previste dalla linee guida della regione Emilia Romagna (che però non prevedono l’eventualità di rivolte e i rischi connessi) e accorgimenti supplementari.
Nelle pagine successive vengono trattati i diversi scenari (decessi in carcere durante le rivolte, gestione sanitaria degli scampati, morti in cella dopo le rivolte e morti a seguito delle traduzioni), approdando a conclusioni simili per tutte le otto vittime. L’overdose (spiegata in termini di effetti letali sull’organismo) è l’unica causa individuata. Sui corpi sono stati trovati segni di ecchimosi e contusioni, ma si esclude che possano aver contribuito a provocare i decessi. Sarebbero stati lasciati da azioni fatte dai detenuti durante le azioni di protesta o a precedenti tentativi di suicidio. Al detenuto morto sulla strada per Trento, Ghazi Hadidi, mancavano due denti, Aveva problemi odontoiatrici, da tempo. Ma non è stato chiarito dove e come abbia perso uno o entrambi. Ha preso qualche colpo in faccia? O già non li aveva? Il trauma al viso non è considerato in alcun modo influente sulla morte. Una dottoressa si ricorda che aveva già un dente rotto(non saltato via), però non sa dire quale.
Il capitolo centrale è quello sulla gestione sanitaria dei detenuti, che a Modena erano 546. La descrizione della ore di massimo allarme è pesante, dura, drammatica. Forse per la prima volta si percepisce in quali condizioni si siano trovati ad operare medici, infermieri e volontari, costretti ad occuparsi di decine di persone in pericolo di vita e in un contesto delicato, come è quello carcerario. Sono stati colti impreparati, anche loro? Hanno fatto tutto il possibile, come sostiene la procura? Ci sono state sottovalutazioni? La necessità di salvare vite, è la risposta data dall’inchiesta, ha prevalso su tutto. L’ordinamento penitenziario impone che siano da sottoporre a visita medica i reclusi da trasferire (con un nulla osta sanitario da consegnare al caposcorta), chi arriva in carcere, coloro che sono coinvolti in azioni i cui la polizia penitenziaria usa la forza (pratica ammessa in determinate circostanze). Nelle carte della procura sintetizzate dalla richiesta di archiviazione (carte che rimandano ad atti ponderosi e con contenuti più ampi) non è indicato il numero di medici e infermieri schierati per reggere l’onda d’urto dei carcerati (e del personale del penitenziario con problemi da salute) da visitare e curare. Si legge che è stato attivato il protocollo delle maxi emergenze 118 (senza riferimenti a piani specifici per emergenze in ambito carcerario) e che vengono allestiti due posti medici avanzati., due tendoni attrezzati per il triage, per i primi accertamenti, per la stabilizzazione e per l’osservazione dei pazienti. Si attesta la presenza di volontari della Croce rossa e della Protezione civile, sempre senza indicare il numero(che potrebbe essere riportato negli atti integrali, quelli che la procura deve depositare e mettere a disposizione delle parti). La situazione è paragonata a quella della “medicina da campo di guerra”.
Dal carcere devastato e incendiato vengono portati fuori detenuti sballati, in stato comatoso, cianotici, con le pupille ristrette e altri sintomi da intossicazione da oppiacei e psicofarmaci. Sotto i tendoni e nei letti disponibili tutti non ci stanno. Vengono adagiati e assistiti sull’aiuole e sull’asfalto. La priorità è scongiurare tragedie. La ventilazione manuale o in maschera supportano la respirazione. La somministrazione di antidoti contrasta gli effetti del metadone. Ma non ci sono abbastanza dosi per tutti. Occorre farsi mandare altri farmaci antagonisti da un pronto soccorso. E per le persone più gravi viene disposto l’accompagnamento in ospedale. Non c’è nemmeno il tempo – afferma la procura, facendo proprie le spiegazioni dei sanitari – di chiedere il nome e di identificare i reclusi presi in carico (senza documenti addosso e con i fascicoli dell’ufficio matricola distrutti), di registrare le visite, redigere via libera ai trasferimenti. «E’ evidente come in tale contesto di criticità – si rimarca – non è stata prodotta alcuna documentazione scritta che potesse avere valore di nulla osta al trasferimento», perché compilarlo avrebbe sottratto energie e minuti «preziosissimi per assistere quante più persone possibili».. La situazione d’emergenza non consente nemmeno, non nelle prime ore, di procedere alla registrazione degli interventi sanitari effettuati. La procura ritiene lo stesso che ci sia la prova (anche se dovrebbe chiamarsi prova quella che si acquisisce in giudizio e non nelle indagini preliminari) che tutti i detenuti siano stati visitati, come d’obbligo.. Alcuni sono stati visitati due volte, si dà atto. Ghazi Hadidi, ad esempio. Si era ripreso, dopo un doppio giro di controlli. Si è allontanato da un tendone dei soccorritori fumando una sigaretta. A Verona è arrivato morto, nell’ultima cella di un furgone della polpenitenziaria. L’autista e i sei agenti di scorta hanno detto di non aver percepito nulla di anomalo, in quanto i carcerati a bordo – moribondo compreso – «erano in silenzio, poiché stavano presumibilmente dormendo». I compagni di viaggio non sono stati interrogati (o perlomeno non è annotato nella richiesta di archiviazione). C’è invece un detenuto che ha deposto di averlo visto durante la sommossa con le tasche piene di farmaci e una bottiglia di metadone in uno zaino.
Ma quanto sono durate le visite mediche pre trasferimenti? E quanto sono state approfondite, compatibilmente con la situazione e la necessità di salvare vite? Una dottoressa, parlando dei detenuti portati in barella nel posto medico avanzato riservato alle urgenze, dice: «In un paio d’ore ne avrò visitato circa una quarantina». Tre minuti a controllo, più o meno. Nessuno, tra loro e tra gli altri passati dal tendone nelle ore successive, «presentava lesioni da aggressioni fisiche». Alla fine, tra i carcerati rimasti a Modena e tra i 417 portati altrove, si conteranno nove cadaveri.
A Parma la storia lascia l’amaro in bocca. Sedici detenuti “modenesi” arrivano alle 22.30. Tutti vengono perquisiti, per verificare che non abbiano addosso metadone o altro. I quattro che presentano sintomi «evidenti da abuso di sostanze (occhi semichiusi, rallentati nelle reazioni, alcuni con eloquio incerto)sono collocati in celle diverse, assieme a compagni che stanno bene. Poi uno peggiora , soccorso dal personale e fatto portare in ospedale. Un’ora dopo il cessato allarme, alle 2 di notte, la dottoressa di turno si ricorda che si sono i nuovi giunti da visitare, come previsto dall’ordinamento penitenziario. Ma si tratta di persone pericolose e in più dormono già e i protocolli per il Covid complicano tutto. La dottoressa, è scritto nei atti, effettua le visite dall’esterno delle celle. Guarda dentro le stanze dal corridoio, dopo aver fatto accendere le luci. Si vede perfettamente, annota la procura, perché le porte blindate sono aperte e ci sono solo i cancelli a sbarre tra controllante e controllati Lei deduce che siano tutti vivi e che non abbiano bisogno di cure urgenti, perché si muovono, disturbati dalle lampade e dalle voci . Uno alza la testa, per riappisolarsi subito. La dottoressa, finito il giro, in una mail garantisce al suo referente: «Ho sinceramente fatto del mio meglio». Sono le 2.39. Quattro ore più tardi il compagno di cella esce dal bagno e si accorge che Artur Iuzu non respira o respira male. «I sanitari giungevano sul posto immediatamente». Troppo tardi, anche per lui.
(Lorenza Pleuteri)

Terrorismo, Cassazione: per Cerrone motivazione carente

“La motivazione sull’esistenza dell’ipotizzata associazione con finalità terroristiche è carente. La sovrapposizione della struttura associativa e quella del centro sociale è affermata ma non sufficientemente illustrata e non fa comprendere  in che modo la frequentazione e del centro sociale Bencivengasia già di per se espressiva dell’esistenza di un rapporto di stabile e organica compenetrazione e del sodalizio tale da implicare un ruolo dinamico e funzionale”. Questo scrive la Cassazione in merito all’attività politica dell’anarchica Francesca Cerrone arrestata per  ordine dei giudici di Roma.

La Cassazione ha annullato con rinvio degli atti al Riesame per un nuovo giudizio l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Cerrone nel frattempo resta detenuta e va ricordato che la Cassazione ha impiegato dai primi d dicembre a oggi due mesi e mezzo depositare la motivazione. Non sono stati ancora depositati invece i motivideella decisione relativa ad altri quattro anarchici i quali ai primi di novembre erano stati rimandati gli atti al Riesame sempre  con annnullamento dell’ordine di carcerazione.

Per quanto riguarda la posizione di Cerrone la Cassazione ha annullato senza rinvio il mandato di arresto in riferimento alla stesura del documento “Dire e se dire” dove veniva contestata l’istigazione a delinquere anche in rapporto alla campagna di solidarietà con i detenuti. Sempre senza rinvio cassata l’accusa riguardante i fumogeni accesi durante una manifestazione davanti al carcere di Rebibbia.

In pratica il lavoro della procura, del gip autore del solito copia e incolla, e del Riesame responsabile dell’assenza totale di qualsiasi sforzo critico è stato fatto a pezzi dalla Cassazione. La suprema corte già in pasto aveva fissato dei paletti ben precisi in tema di associazione sovversiva ma le procure fanno di non capire sempre ligi ai canoni dell’emergenza infinita.

(frank cimini)