giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

La forza di Cappato che resta in aula dopo la morte della madre

La notizia arriva nel giorno in cui la sua battaglia si compie. “Tua mamma è morta”. Marco Cappato stava ascoltando i suoi avvocati chiedere l’assoluzione nel processo che lo vede accusato di ‘aiuto al suicidio’ per avere accompagnato Fabiano Antoniani in una clinica svizzera. Si alza, il volto stravolto da uno dei dolori più taglienti. Esce dall’aula circondato dal pudore delle telecamere e dei taccuini che, per una volta, si abbassano. Piange abbracciato alla moglie Simona, poi con gli occhi rossi torna a sedersi al suo posto, nella stanza gremita dell’Assise, diventata all’improvviso silenziosa attorno a una sofferenza che tutti sono in grado di riconoscere. Il processo riprende con la sua liturgia. Parola ai legali e spazio a eventuali dichiarazioni dell’imputato. Cappato è di nuovo in piedi, la prima voce esce bassa, poi fila via sicura: “In piena sintonia e assonanza con gli argomenti che avete prospettato  rimettendovi alla Corte Costituzionale, voglio dire che ho aiutato Fabiano a morire per una motivazione di libertà e di diritto all’autodeterminazione individuale, a determinate condizioni”. Ricorda le donne e gli uomini che ha portato in Svizzera, sottolinea che finora il diritto a morire quando la vita non è più ritenuta dignitosa è per pochi. Per chi ha denaro e forza di affrontare un viaggio lontano dalle sue radici. Prima che i giudici si chiudano in camera di consiglio lascia il Palazzo di Giustizia, ricevendo l’affetto di chi resta ad ascoltare la sua vittoria e quella di Fabiano, che diventò suo amico per sempre nella strenua ricerca di pace. (manuela d’alessandro)       

“Mi sedetti su un gradino della banca e cambiò la mia vita”

Tutto per Achille Serra, poi Questore di Milano, Prefetto di Palermo, Firenze, Roma e senatore della Repubblica, inizia il 12 dicembre 1969 quando il capufficio Ernesto Panvini decide di mandarlo in piazza Fontana “per imparare”, mettendosi alla prova con quella che sembrava un’attività di routine. “Avevo 27 anni, dopo la laurea in Legge e il concorso sono arrivato a Milano, ero un apprendista commissario – racconta – mi avevano messo alla centrale operativa per fare esperienza sul campo. Arrivò al 113 una telefonata anonima in cui si riferiva che era scoppiato un tubo del gas e c’erano uno o due feriti. Panvini annunciò  che toccava a me perché era una buona occasione per apprendere il mestiere.  Appena giunto in piazza Fontana con altri due colleghi a bordo della volante ‘in sirena’, mi resi subito conto che non era affatto una cosa da poco”.

Le immagini e gli odori sono nitidi nel suo ricordo: “Vidi che tutti i vetri dei palazzi circostanti erano frantumati e avvertii un odore di carne bruciata. Quando entrai, mi si spalancò uno ‘spettacolo’ che, ancora oggi, a 50 anni di distanza, ho negli occhi: c’era un uomo vicino all’ingresso tagliato in due, mezzo tronco e mezzo sangue. In mezzo a un fumo indescrivibile e alle urla dei feriti, scorsi alcuni arti staccati dai corpi”. In quel momento, il giovane poliziotto capì che doveva avvertire i suoi superiori: “Mi attaccai alla radio e invocai almeno un centinaio di ambulanze, ma dalla centrale operativa mi presero per pazzo. Mi dissero: ‘Sei giovane, non ti preoccupare, vedrai che si risolve tutto, adesso mandiamo il funzionario anziano’. Rientrai e la prima cosa che volli fare, siccome c’era tantissimo fumo, fu quella di aiutare i feriti che non riuscivano a uscire. Era molto difficile perché al centro della sala c’era un buco enorme, una voragine. Si sentiva un penetrante odore di mandorla perché la bomba aveva lasciato questa sensazione olfattiva”.  La scena si era animata all’improvviso e con violenza: “Eravamo vicini al Natale e i milanesi andavano fuori per le spese. Appena sentito il botto, la gente si riversò su piazza Fontana e arrivarono di corsa a sirene spiegate le ambulanze, le auto dei vigili del fuoco, dei carabinieri, della polizia”. In quel momento la vita di Serra prese una direzione non prevista, senza possibilità di ritorno. “Dopo avere fatto tutto che quello che potevo, mi sedetti sconvolto sul gradino della banca insieme a Panvini. Avevo preso da poco la decisione che, dopo l’esperienza milanese, sarei andato a Roma per diventare avvocato. Ma in quell’istante, in piazza Fontana, fui certo che sarebbe stato molto più opportuno restare in polizia per difendere la sicurezza e la legalità”. Dei funerali Serra ricorda “un’intera città che piangeva e l’omelia del cardinale Colombo. Non scorderò mai che, quando arrivò in piazza Fontana, si inginocchiò sul cadavere ‘mezzo uomo e mezzo sangue’ e lo benedisse, come poi fece con tutti gli altri”. Tra i sentimenti ancora vivi a 50 anni di distanza “c’è il rancore per quel governo che non trasferì il mio carissimo amico Calabresi, che, dopo la la morte di Pinelli, subì un ‘omicidio quotidiano’ e non gli diede la scorta. Quello era il momento in cui si chiedeva il disarmo della polizia. Un periodo terribile a cui guardo ancora con amarezza e stupore”. La giustizia ha stabilito che gli autori della strage appartenevano al gruppo di estrema destra di Ordine Nuovo. E’ una risposta sufficiente per Serra? “”Preferisco non rispondere, io ho una mia idea su quello che accadde e la tengo per me”. (manuela d’alessandro)

 

‘Gli sfiorati’, Steccanella sgretola le certezze di una generazione

 


“Appartengo alla generazione di quelli che hanno mancato gli appuntamenti più significativi. Troppo piccolo per vivere da protagonista gli anni Sessanta e Settanta e troppo vecchio per godere degli stupefacenti sviluppi tecnologici del millennio”.

Davide Steccanella è uno sfiorato, appena lambito dalle contestazioni giovanili e dal furore omicida di quella stagione che traboccava di sangue e sogni. Figlio della levigata borghesia milanese, si increspa da ragazzo per il calcio, il divertimento  e la musica rock, tiene a distanza siderale la politica e diventa avvocato con l’ossessione di “cercare il punto”, come gli insegna il suo maestro in toga Ludovico Isolabella.  Finché, durante una vacanza in Spagna, ormai professionista affermato e uomo che, direbbe Montale, “l’ombra sua non cura”, divora un libro con Aldo Moro in copertina e si infligge delle domande su quelle che per lui erano state fino a quel momento verità intangibili, “il pensiero di ogni buon democratico che legge Repubblica, esalta la legalità e a ogni elezione vota obbediente il nominativo indicatogli dal centrosinistra riformista”.

Da questo momento è come se il ragazzo distratto negli anni in cui tutto gli arrivava come calore di fiamma lontana  abbia una seconda possibilità per gettarsi nell’incendio di quella che rappresentò al tempo stesso primavera e tomba di una generazione. Con un’indagine storica alla Javier Cercas, l’io narrante compie un viaggio nei luoghi della sua città toccati dagli avvenimenti di quegli anni, quasi avesse la necessità di tastare le pietre e calpestare passi antichi per capire, e nel cuore di chi, amici e non, anche colpevoli per sentenza definitiva, ha vissuto e conosciuto quello che lui ha ignorato.

“Chi oggi si preoccuperebbe di manifestare per l’Angola?”, è la riflessione che porta Steccanella a misurarsi con la voragine tra la generazione pronta a morire per chi viveva in emisferi remoti e quella degli sfiorati, aggrappati a un individualismo diventato edonista negli anni Ottanta, marchiati dalla fuga nella droga.

“Nel 1968 Milano era una città molto diversa da quella di oggi. Era meno colorata ma sembrava più in rilievo perché era più mossa e meno plastico da modellino. Le persone che andavano a piedi sembravano più visibili e tangibili e si sparpagliavano maggiormente rispetto a quella massa informe che oggi si vede marciare, quasi compatta, verso una meta precisa a orari prefissati”.

Con uno sguardo candido e puntiglioso, nutrito da letture a perdifiato, Steccanella fa alzare “l’onda rimossa” di quegli anni sommergendo le comuni certezze: “Avevo scoperto che la stragrande maggioranza dei brigatisti  erano operai e, in gran parte, emigrati dal sud o comunque dei proletari. Questo significava che, contrariamente a quanto aveva sempre raccontato il PCI, non era vero che le Brigate Rosse fossero ‘nemiche degli operai’ (…) Dietro le Brigate Rosse c’erano solo le Brigate Rosse e non erano affatto un fenomeno momentaneo”. A permettergli di centrare finalmente “il punto”, dopo una spasmodica ricerca, sono le parole dell’’Irriducibile’, ormai vecchio e malato, capaci di restituire a tutto il libro il respiro di un pezzo del Novecento che attraversò come una febbre incurabile  diversi angoli del pianeta, non solo Milano, non solo l’Italia. E solo nel volto di un uomo prossimo alla fine, Steccanella cessa di essere uno sfiorato e viene posseduto, da ora e per sempre, da un sentimento assoluto di appartenenza. (manuela d’alesssandro)

Gli sfiorati di Davide Steccanelli, edizioni Bietti, pagg. 214, disponibile alla libreria Accademia di corso di Porta Vittoria e nelle librerie Feltrinelli. Il romanzo ha vinto il premio ‘Avvocati e Autori’ della Lombardia. 

 

 

La strada che gli studenti hanno voluto per l’operaio deportato

Si chiamava Francesco, Francesco Gervasoni.  Aveva 40 anni, compiuti in settembre, una moglie e due figli.  La mattina del 23 novembre 1944  diede un bacio a Maria  e salutò Bruno e Germano , il piccolo di 4 anni e il maggiore, 11 anni. Fu l’ultima vota che la moglie e i bambini lo videro.

Era uscito presto per andare a lavorare alla Pirelli, alla Bicocca, dove si prevedeva di aderire ad un’ora di sciopero generale.  Non torno più. I fascisti e una squadraccia delle Ss arrestarono i 183 operai dello stabilimento, compresi quelli non coinvolti nell’agitazione. “Maria, me porten via”, deve essere stato il suo primo pensiero. Per qualche giorno i lavoratori restarono rinchiusi a San Vittore  e poi furono caricati a forza – tutti, tranne i 27 scartati per l’intercessione del padrone o per via dell’età    – su un vecchio treno merci piombato in partenza dallo Scalo Farini, destinazione Germania  e l’inferno.  Alla stazione di Vignate, il paese del resto della famiglia,  Francesco riuscì a lanciare un biglietto dal convoglio in transito, il 28 novembre.  Qualcuno lo raccolse e lo fece avere alla moglie. “Cara Maria, vai in ditta a ritirare i soldi e il pacco e la borsa del pane… Io parto per il mio destino. Baci e te e ai bambini”. Il destino  del padre di famiglia e di 26 dei compagni  della Bicocca era l’internamento nel campo di lavoro di Kahla, in quella che diventò la Ddr, cunicoli di una ex miniera dove si costruivano  pezzi di aerei da combattimento, i Messerschmitt  262, l’orgoglio del Terzo Reich.

A Maria arrivò, dopo, un lettera spedita dal  carcere di piazza Filangieri prima della partenza. Una seconda lettera, l’ultima, venne recapitata quando Francesco era già  morto da settimane, ucciso il 20 febbraio 1945 dalla fatica, dal freddo, dalla fame, dalla tubercolosi, dal dolore. Dalla disumanità. “Deperimento generale”, scrissero sul certificato di decesso.  I turni nei tunnel duravano dodici ore filate, la sveglia veniva data alle quattro. L’unico pasto della giornata erano i mestoli di brodaglia e pane  fatto con poca farina di segale e  segatura di pioppo, con un po’ di burro e dello zucchero o bucce di patate e rape, quando andava bene. Per i malati portati in infermeria le razioni di dimezzavano.  Mancavano letti e coperte, vestiti, scarpe, stufe, medicine, sapone per lavarsi.  Le punizioni corporali fiaccavano chi resisteva o reagiva.   Non ce la fecero in nove, della Pirelli.  Prima dell’arrivo dei liberatori, i  fucilieri del sedicesimo Battaglione del Belgio,  le fosse comuni  scavate in un bosco   furono riempite con i corpi  consunti di 441 dei 991 schiavi di Hitler provenienti dall’Italia e con i cadaveri dei compagni originari di altre nazioni. Germano e Bruno finirono in collegio, a centinaia di chilometri da casa e dalla mamma, costretta a separarsi da loro perché da sola non sarebbe riuscita a crescerli.  La vedova venne assunta allo stabilmente della Bicocca, al posto del marito, classificato come un politischer vorbeugungshäftling, le dissero, un deportato politico, marchiato con un triangolo rosso. Colpevole di niente, come milioni di vittime. Francesco Gervasoni non era un capopopolo, non era un sovversivo, non era un partigiano né un soldato. Milanese, nativo di Settala, pensava solo alla famiglia e al lavoro. Aveva partecipato agli scioperi antinazisti e antifascisti del ‘43 del ’44. Nulla di più. Per lungo tempo gli operai della Pirelli cancellati dal mondo  – Mario Ampusi,  Romeo Astesani, Silvio Bernardelli, Angelo Colombo, Domenico Dossi, Alfredo  Guazzoni, Carlo Inzoli e Giuseppe Merlini, oltre a lui  – sono rimasti “invisibili”. Kahla non stava nell’elenco ufficiale dei campi di concentramento. Non aveva camere a gas né forni crematori. Cadde nell’oblio.

Pinuccia Curti, la moglie di Bruno, anni dopo in un vecchio solaio ha trovato una busta , con dentro il biglietto gettato dal treno e le due lettere del suocero. Un pezzo alla volta ha cominciato a cucire insieme brandelli di memoria, informazioni, la poca documentazione reperibile.  Ha portato a Kahla il resto della famiglia, crollato il Muro di Berlino, e ci è tornata appena ha potuto. Ha scritto alla Pirelli, ai referenti delle istituzioni e alle autorità, coinvolgendo manager e diplomatici.  E’ andata nelle scuole di Vignate, per raccontare ai ragazzi del loro compaesano e di altri deportati. Ha trovato scampati e parenti e congiunti di vittime,  attraverso la trasmissione ‘Chi l’ha visto’, con un appello che a lei, timida e ritrosa, è costato molto. Grazie ad internet e ai social i contatti si sono moltiplicati, la rete di relazioni si è allargata, le ricerche hanno avuto un impulso. Persone di luoghi diversi avevano combattuto per cercare di sapere come erano morti i loro cari, i sopravvissuti si sono raccontati. Testimonianze, ricordi, sangue versato, lacrime e dolore si sono tramutati in pagine di libri e tesi di laurea,  in uno spettacolo teatrale di enorme impatto emotivo andato in scena a Milano, viaggi  periodici a Kahla, croci e tombe su cui pregare , la targa commemorativa fatta apporre dalla Pirelli nell’ex campo di lavoro.  Bruno e Germano non ci sono più. Ci sono i  figli, i nipoti. E c’è altro.

Sabato 23 novembre 2019 Francesco Gervasoni diventerà memoria collettiva e condivisa. Pubblica.  L’amministrazione comunale vignatese, su richiesta degli studenti delle medie e del professor Giorgio Gorla, anche lui volato via prima di raggiungere l’obbiettivo, alle 11 intitolerà una strada all’operaio deportato, una scelta forte e in controtendenza, in questi tempi di odio, rimozione, revisionismo, rigurgiti di fascismo.  “E’ un atto di giustizia – si commuove la  nuora, Pinuccia Curti -  ed è un modo per ridare dignità a Francesco e, con lui, a tutti gli operai deportati”. (Lorenza Pleuteri)

Scalfarotto come Hitler, youtuber a processo

Ivan Scalfarotto come Adolf Hitler per le sue politiche a tutela dei diritti civili. C’è anche questo nell’abisso della rete, nel canale Mary Tube “consacrato a Maria Regina della Pace e Madre della Verità per l’evangelizzazione attraverso il mezzo video”. Chi ha postato quel video, Ivan R., 44 anni, sarà processato dal Tribunale di Parma il prossimo 28 novembre per diffamazione aggravata, su denuncia del parlamentare del Pd, assistito dall’avvocato Davide Steccanella. Nel filmato pubblicato l’8 luglio 2015,  si vede la  foto di Scalfarotto, seguita nel fotogramma successivo da quella del dittatore e poi dalla frase: “La storia tende a ripetersi. Il male assume nuove forme per imporre la dittatura di una ideologia. Le ideologie vanno sempre imposte fin dalla più tenere età”. Nella querela, il politico definisce il video, intitolato ‘Stop ideologia gender, colonizzazione ideologica’, “una gravissima offesa a dir poco infamante a fronte di una pubblica comparazione con colui che è considerato probabilmente il più feroce dittatore della storia umana e per di più con quell’odioso insistente richiamo alla tutela infranta dei bambini”. Sottolinea, inoltre, anche il suo impegno per i diritti civili “in ragione del quale ho dovuto subire in questi anni numerosi attacchi alla mia persona”.  Il filmato e mostra “anche immagini di bambine e bambini durante la tristemente nota ‘Hitler jugend’”. (manuela d’alessandro)