giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

C’è sempre una pista anarchica ovunque e comunque

C’è sempre una pista anarchica, ovunque e comunque. A Torino, dove la procura aveva invano tentato di trasformare l’incendio di un compressore in un atto di terrorismo, il prossimo 21 aprile il tribunale di sorveglianza dovrà decidere su richiesta dei pm se applicare a Marco Boba la misura della sorveglianza speciale e tra gli elementi da valutare c’è un libro scritto sei anni fa dal titolo “Io non sono come voi”. “Io ho odio dentro di me c’è solo voglia di distruggere, le mie sono pulsioni nichiliste” si legge nel romanzo che dovrebbe costare a chi l’ha scritto secondo la procura una forte limitazione della libertà. Non il carcere perché per quello non c’è abbastanza. Ma un prezzo il redattore di Radio Black Out, occupante di El Paso, esponente del movimento anarchico, deve evidentemente pagare.
Da Torino a Roma dove il Riesame su input della Cassazione ha cancellato l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per quattro anarchici arrestati a giugno dell’anno scorso. Siccome il reato più grave era già stato annullato per Francesca Cerrone siamo davanti all’ennesima inchiesta flop sugli anarchici analoga a quella di Bologna.
Marco Boba, 53 anni, in passato aveva scontato diversi periodi detenzione per la sua partecipazione alle lotte sociali. A quanto pare non è sufficiente scontare le condanne ma è anche necessario abiurare la propria identità la propria appartenenza e dimostrare di aver assorbito un’altra idea, quella del silenzio e della rassegnazione.
Nel romanzo l’alter ego di Boba dice: “Per la società per il sistema io sono un violento ma ti assicuro che per indole sono una persona tranquilla, la mia violenza è un centesimo rispetto alla violenza quotidiana che subisco che subisci tu o gli altri miliardi di persone su questo pianeta”.
La misura della sorveglianza speciale risale ai tempi del fascismo ma viene usata spesso anche in democrazia o democratura a seconda dei punti di vista. Il provvedimento si concretizza in un serie di divieti che cancellano relazioni amicizie affetti nel nome della cosiddetta pericolosità sociale. La refrattarietà a piegare la testa è prova di pericolosità sociale secondo la procura già responsabile insieme al tribunale della vicenda di Dana Laureola da nove mesi in carcere con la prospettiva di restarci fino a due anni per aver parlato con il megafono durante una mafistazione dei NoTav in autostrada.
A Roma invece della mega operazione “antiterrorismo” del giugno scorso non resta quasi niente. Il reato associativo è stato spazzato via su indicazione della Cassazione. In carcere resta solo Claudio Zaccone per una presunta azione contro una caserma dei carabinieri ma anche per lui l’accusa di aver agito con fini di eversione dell’ordine democratico è caduta.
Daniele Cortelli, Flavia Di Giannantonio e Nico Aurigemma sono stati scarcerati. Prima la Cassazione e poi il Riesame hanno dato ragione al difensore Ettore Grenci secondo il quale il blitz era stato una repressione del dissenso sociale e politico. Si trattava di manifestazioni in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid fatte tra l’altro con l’uso di mascherine e rispettando le distanze tra le persone.
Le procure però sembrano non curarsi dei paletti più volte fissati dalla Cassazione in materia di terrorismo nel senso che non basta l’adesione astratta a una ideologia per far scattare le manette. I servizi di sicurezza poi ci hanno messo il carico presentando le operazioni flop di Bologna e di Roma nella relazione annuale come grandi successi investigativi. Al pari dell’estradizione dalla Spagna di Francesca Cerrone che adesso dell’intero castello di accuse deve fronteggiare solo il presunto furto di cemento del valore di 30 euro. Dopo aver fatto nove mesi di galera praticamente gratis. (frank cimini)

Cade accusa di terrorismo per altri 4 anarchici romani

È caduta l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per altri quattro anarchici romani arrestati a giugno dell’anno scorso. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Roma al quale la Cassazione aveva rimandato indietro gli atti spiegando che la mera adesione all’ideologia anarchica non basta per contestare l’aggravante di aver agito con fini di eversione dell’ordine democratico.

L’accusa di terrorismo cade per Claudio Zaccone, Daniele Cortelli, Flavia di Giannantonio e  Nico Aurigemma. Sono stati tutti scarcerati a eccezione di Zaccone che resta detenuto per un’azione contro una caserma dei carabinieri.

In precedenza era stata scarcerata Francesca Cerrone. L’operazione del giugno scorso si rivela sempre di più come un flop investigativo nonostante fosse stata citata come un successo nella relazione annuale dei servizi di sicurezza.

Va ricordata la storia di una analoga operazione avvenuta a Bologna nel maggio dell’anno scorso con scarcerazione da parte del Riesame di tutti gli anarchici dopo tre settimane.

A scoprire gli altarini nel caso di Roma è stata ancora una volta la Cassazione che già in passato aveva avuto modo di fissare paletti ben precisi in relazione all’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo.  Ma gli uffici inquirenti della magistratura e quelli della Digos sembrano proseguire imperterriti per la loro strada di fatto criminalizzando manifestazioni di dissenso come quelle organizzate sotto le carceri in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid.

Francesca Cerrone aveva scontato nove mesi di custodia cautelare e dell’accusa a suo carico resta solo il presunto furto di sacchi di cemento del valore di 30 euro. Per capire il contesto politico di queste inchieste va ricordato che Nico Aurigemma si era visto negare il permesso di colloquio con i genitori e la sorella perché il pm esprimendo parere contrario aveva indicato tra i motivi il fatto che il giovane si era avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia. Cioè Aurigemma per aver esercitato il suo diritto di indagato si vedeva negare un diritto da detenuto. (frank cimini)

 

La morte di Sasà nel carcere di Modena raccontata dalle carte giudiziarie

 

NDR e ABS. Alla voce “anamnesi personale”, nella copia sbiadiata del diario clinico di Salvatore “Sasà” Piscitelli, sono annotate due sigle. Una sta per “niente da rilevare”. L’altra significa “apparente buona salute”, come spiegano i medici che in carcere lavorano. L’aggettivo BUONO si intravede anche nella casella “esame obiettivo”.  Molti altri riquadri sono in bianco, vuoti.

Le 21 pagine della prima ricostruzione ufficiale

Un anno dopo le rivolte – e la morte di Sasà e altri dodici detenuti – vengono alla luce gli atti contenuti nel sottofascicolo aperto dalla procura di Modena, i risultati degli accertamenti effettuati dalla pm Lucia De Santis prima di spogliarsi della competenza e di ripassare l’inchiesta alla procura di Ascoli, da dove le era arrivata. Sono solo 21 pagine, le prime di fonte giudiziaria. Ma forniscono informazioni inedite, offrono spunti, alimentano dubbi. Sulla ultime ore di  Sasà raccontano una storia diversa da quella ricostruita e denunciata da almeno sette compagni di viaggio e di detenzione. Sembra un altro uomo, un quarantenne sano e in forze, senza problematiche particolari, senza bisogni urgenti. E’ morto, qualche ora dopo l’incontro con un medico, la compilazione (parziale) del diario clinico, le sigle e  gli aggettivi tranquillizzanti.

«Decesso presso il carcere di Ascoli»: lapsus della pm?

Il 23 marzo 2020, due settimane dopo la morte di Sasà Piscitelli, la pm modenese scrive alla direzione del carcere di Ascoli Piceno, dove nella notte tra l’8 e il 9 marzo il quarantenne era stato portato assieme a 41 compagni. Chiede di riferire le condizioni del detenuto all’arrivo in istituto, le circostanze del decesso, le attività di verifica dell’eventuale possesso di psicofarmaci, medicinali o stupefacenti, la documentazione medica sullo stato di salute nel tempo passato nella struttura. Nell’intestazione della richiesta la pm colloca la morte «presso la casa circondariale di Ascoli Piceno». Non sa che Sasà è deceduto in ospedale, come sostengono nella città marchigiana? O il suo è un banale errore di compilazione oppure un laspus?

Le cose che la direttrice non può sapere

La direttrice, Eleonora Consoli, si prende qualche settimana per raccogliere e comunicare le informazioni richieste. Risponde alla pm il 14 maggio. Precisa che il detenuto Salvatore Piscitelli è morto alle 17.25 presso l’ospedale civile di Ascoli Piceno, non in carcere. Riferisce che era arrivato in istituto alle 00.25 del 9 marzo 2020 assieme ad altri 41 ristretti, «tutti provenienti dalla casa circondariale di Modena, in quanto avevano partecipato ai disordini/rivolta avvenuti all’interno dell’istituto di Modena l’8.3.2020».  Non chiarisce come facesse lei a sapere che i nuovi giunti fossero stati coinvolti nelle azioni di protesta e di devastazione, se non richiamando genericamente il provvedimento con cui il Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria ha disposto i trasferimenti e d’urgenza. Lo dà per scontato.  Però nel verbale da lei allegato alla relazione, l’ultima pagina del suo rapporto, il compagno di cella di Sasà sostiene una cosa diversa. Il quarantenne, garantisce Mattia, non aveva aderito alla rivolta.

Il compagno: «Sasà non ha preso parte alla rivolta»

Mattia Palloni è uno dei cinque ragazzi che a novembre sottoscriveranno un esposto – choc, per denunciare pestaggi, abusi, torture. Sulla morte di Piscitelli viene sentito la prima volta, con la formula delle dichiarazioni spontanee, non a ridosso del decesso del compagno, ma a quasi due mesi di distanza. Il  2 maggio, messo di fronte a due assistenti e a un sovrintendente della polizia penitenziaria, non è molto loquace. Pare intimidito. Sostiene che lui e Sasà non presero parte alla sommossa di Modena. All’inizio avevano deciso di rimanere nella loro cella, condivisa. Poi furono costretti a uscire, perché la sezione era stata invasa dal fumo, provocato dall’incendio di suppellettili e arredi. Rassicurato il personale sanitario e un agente rimasti chiusi dentro un ambulatorio, sempre stando alle dichiarazioni spontanee di allora, entrambi raggiunsero il piazzale e altri reclusi. Qui un altro carcerato, sconosciuto, passò a Sasà  una bottiglia di metadone (prelevato dall’armadio blindato dell’infermeria, aperto con la chiave e non forzato, o forse presa dal tavolo usato da due infermiere per preparare le dosi da distribuire). Mattia cercò di non farlo bere. Non ci riuscì. E il compagno, inghiottita il liquido, restituì la bottiglia al fornitore.

Un medico solo per visitare 42 detenuti?

La direttrice, tornando all’arrivo al carcere di Ascoli, conferma l’avvenuta perquisizione e l’immatricolazione di Sasà. Scrive alla pm che alle 2.30 viene sottoposto alla visita di primo ingresso dal medico di turno del Servizio integrativo assistenza sanitaria, Simone C. In quella notte non ordinaria è presente un solo dottore, lui, posto di fronte a una impresa titanica: sottoporre ad accertamenti sanitari di base 42 detenuti e non detenuti qualunque, bensì i ragazzi e gli uomini in arrivo da un carcere devastato da una sommossa, dopo una razzia di litri di metadone e di una gran quantità di psicofarmaci.  «A molti di noi – renderanno poi noyo gli autori dell’esposto di novembre  – non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee». Per verificare le condizioni di Sasà, con trascorsi di tossicodipendenza e un fisico provato, il medico ci mette 15 minuti: dalle 2.30 alle 2.45, almeno stando all’appunto sul diario clinico. Alle 3.00 il detenuto in “apparente buona salute” viene collocato nella cella 52 del secondo piano, lato sinistro, reparto marino.

Per 10 ore nessuna notizia del detenuto in agonia

Per più di 10 ore su Sasà non ci sono annotazioni della direttrice. E’ come se sparisse, da notte fonda al primo pomeriggio. La colazione non gli è stata portata? E le sue medicine, le benodiazepine richiamate nel diario clinico alla voce “terapia in corso”? Gli agenti del turno 8/14 e il personale sanitario non hanno mai guardato dentro la cella 52? La relazione della direttrice riprende il filo, dopo questo vuoto totale, alle 13.20. A quell’ora, scrive alla pm,  «il ristretto non risponde agli stimoli del personale di polizia penitenziaria addetto alla vigilanza». Viene chiamato il medico di guardia Sias, Cristiano M.D.V, in servizio dalla prima mattinata.

La chiamata al 118 e l’arrivo dell’ambulanza

Il dottore capisce che la situazione è gravissima, sollecita l’intervento del 118 e gli inietta una fiala di Narcan (indicato poi con Naloxone) per “sospetta overdose di metadone”. Arriva  l’equipe esterna, con il dottor Ihaab A. L’ambulanza con a bordo Sasà, diretta d’urgenza all’ospedale civile di Ascoli, lascia il carcere alle 15.15. Una seconda lettiga carica un altro recluso “modenese” che ha bisogno di assistenza specializzata. Alle 17.25 il dottor Guido G. constatata e certifica la morte del detenuto Piscitelli, giunto e trattenuto al pronto soccorso in «stato di coma avanzato da verosimile intossicazione da farmaci».

La testimonianza del medico del carcere

«Mi sono attivato subito – dice adesso il dottor M.D.V, al telefono – appena gli agenti mi hanno chiamato in sezione. No, Piscitelli non avevo avuto modo di vederlo prima. Erano arrivati in più di 40, da Modena. Quando sono entrato in cella – riferisce – sembrava che dormisse. Ho provato a svegliarlo, ma non ha riaperto gli occhi. L’overdose di metadone non è così semplice da diagnosticare e su di lui non avevo informazioni.  Gli ho fatto una iniezione di Narcan, poi l’ho affidato al personale del 118.   Non è morto in carcere.  Il detenuto – ripete – è uscito dall’istituto ancora vivo. So che è deceduto in ospedale, dopo. Sono stato convocato dal magistrato, come testimone. Ho raccontato tutto questo, documentato. Non c’è un’altra verità».

Mai scritti – e non distrutti  – i nulla osta ai trasferimenti

La direttrice Consoli mette nero su bianco un’altra informazione. Piscitelli e i 41 compagni sono stati trasferiti d’urgenza nel suo istituto, «senza essere accompagnati da nessun fascicolo e/o altro documento».  Perché? Lei,  ecco il punto, non può avere contezza diretta del motivo. Però, senza dichiarare la fonte, scrive che «è andato tutto distrutto» nella rivolta. E’ vero per le carte redatte a Modena prima della sommossa. Non vale per gli atti successivi. All’arrivo ad Ascoli mancano altri documenti, quelli che per legge i medici avrebbero dovuto compilare dopo le violente azioni di protesta e prima delle traduzioni: i certificati delle visite effettuate a Modena e i nulla osta sanitari con l’ok al viaggio dall’Emilia alle Marche. Questi attestazioni non sono mai state scritte. I medici tenuti a redarle si sono giustificati dicendo che è mancato loro il tempo di provvedere, vista la situazione drammatica e l’alto numero di persone da assistere.

Ordine e sicurezza prima della salute

Non si fa riferimento ai nulla osta sanitari  mancati nemmeno nel provvedimento con cui il provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria ha disposto lo sfollamento dei  42 detenuti “modenesi” destinati ad Ascoli. A firmare l’ordine di trasferimento – il pomeriggio o la sera dell’8 marzo, in un orario non indicato – è Silvia Della Branca. Il carcere emiliano è in gran parte distrutto, inagibile. Decine e decine di reclusi devono avere una sistemazione alternativa e in fretta, visto che sta facendo notte. La funzionaria motiva la disposizione con esigenze di ordine e sicurezza. Il  poliziotto penitenziario a capo della scorta, quello che dovrebbe avere con sé i nulla osta sanitari al viaggio, per iscritto viene invitato a sorvegliare in modo adeguato i detenuti per impedire tentativi di evasione, anche con appoggi esterni, e «altri inconvenienti di qualsiasi natura che possano compromettere il regolare svolgimento della traduzione». Dalla casa di reclusione di Modena sono usciti parecchi detenuti in overdose e a tarda sera si sono contati tre morti, i primi di nove. Però in queste disposizioni non c’è alcun riferimento alle possibili condizioni di salute dei trasportati, né all’opportunità di avere medici al seguito e neppure alla necessità di dotarsi almeno di farmaci antagonisti salvavita.

Come stava davvero Sasà?

Sasà durante il viaggio cade in uno «stato di torpore», come dirà il 2 maggio il compagno di cella, Mattia. Il dottor Simone C., il medico che lo visita nel carcere di Ascoli o che attesta di averlo visitato, non lo rileva o non lo annota. Nel diario clinico sono più le parti in bianco di quelle compilate. NDR, ABS  e BUONO certificano condizioni di salute non preoccupanti. Le carte non spiegano se sia o no al corrente del furto di metadone e di psicofarmaci e delle overdosi in serie, nel carcere di provenienza. Quello che si vede è che non ha riempito lo spazio per registrare eventuali “lesioni all’ingresso” né le caselle riservate a “sintomi fisici e psichici di intossicazione in atto da sostanze stupefacenti” e “sindrome di astinenza in atto”. Le ha barrate con una riga, senza compilare altri campi né registrare parametri di base (ad esempio pressione, frequenza cardiaca, temperatura, auscultazione dei polmoni). In compenso, dopo la visita lampo, per Sasà ha valutato come “alto” il rischio di suicidio.

Versioni opposte sulle ultime ore di vita

Il vuoto dalle 3.00 alle 13.20 nella relazione inviata  dalla direttrice alla pm di Modena verrà colmato dalle lettere denuncia spedite in estate da due detenuti e dall’esposto di fine novembre 2020  firmato da  Mattia Palloni e altri quattro compagni,  ascoltati dalla procura emiliana a dicembre. «Sasà – concordano, con accuse tutte da dimostrare, diventate oggetto di indagine  – è stato picchiato prima, durante e dopo il viaggio. Stava malissimo ed era debole, non riusciva a reggersi in piedi. Ad Ascoli è stato trascinato fino alla sua cella e buttato dentro come un sacco di patate. La mattina del 9 marzo il compagno di stanza ha chiesto inutilmente aiuto e più volte. Nessuno è accorso ad aiutare Sasà. Si è sentito un agente pronunciare: “fatelo morire”». Sempre secondo i reclusi – testimoni, che non hanno competenze mediche e che non disponevano di strumenti diagnostici, il quarantenne sarebbe «morto in cella, portato via con un lenzuolo quando era già freddo». I medici con cui Piscitelli è stato a contatto, come detto, raccontano e certificano altro: il decesso in ospedale.

L’inchiesta è tornata nelle Marche

L’inchiesta è tornata nelle Marche, con i magistrati chiamati ad esaminare anche un esposto firmato dall’associazione Antigone, già presente nell’inchiesta modenese come persona offesa. Dagli uffici giudiziari interessati  – procura di Ascoli e procura generale di Ancona – non escono notizie né aggiornamenti. La sola indicazione fatta filtrare un paio di settimane fa, veicolata da un criptico servizio del tg Rai regionale, allude a una autopsia bis  (sulle carte e sui campioni e gli organi prelevati, poiché la salma di Sasà è stata fatta cremare “causa Covid”) oppure alla rilettura degli accertamenti post mortem alla luce delle omissioni, dei pestaggi e degli abusi denunciati dai compagni di viaggio e di cella. (lorenza pleuteri – per la foto si ringrazia la cooperativa teatrale Estia)

 

 

 

Libera anarchica Cerrone dopo 9 mesi di galera gratis

È stata scarcerata ieri sera senza alcun obbligo da rispettare a livello cautelare l’anarchica Francesca Cerrone accusata di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo, arrestata in Spagna estradata in Italia e trattenuta in cella dal Tribunale del Riesame. A dicembre dell’anno scorso la Cassazione annullava l’ordinanza di arresto rinviando gli atti al Riesame per una nuova udienza ma impiegando oltre tre mesi per depositare le motivazioni.
E in questo modo si è arrivati alla svarcerazionela scarcerazio e senza imporre alcun obbligo. Al momento dell’arresto Cerrone era stata indicata come una sorta di pericolo pubblico numero uno insieme ad altri quattro anarchici. Anche loro ricorrevano al Riesame che manteneva l’accusa e il provvedimento restrittivo. La Cassazione a novembre decideva di annullare le ordinanze e di farle riesaminare dal Tribunale di Roma. Anche in questo caso la riserva dei giudici della Suprema Corte si allungava fino a quattro mesi. Ora ci sono le motivazioni affinché si svolga una nuova udienza.

La Cassazione ribadisce che non basta la mera adesione ideologica ma c’è bisogno di  azioni e contributi concreti per sostenere l’accusa di terrorismo. I giudici per esempio “rimproverano” il Riesame per aver sopravvalutato l’accensione di alcuni fumogeni durante un sit-in davanti al carcere di Rebibbia in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid.

La Cassazione inoltre ridicolizza i giudici di merito che si erano aggrappati persino al potenziale sovversivo della musica in occasione del festival hiphop.

Dalle motivazioni della Cassazione, e non è la prima volta, emerge che le procure e i giudici territoriali praticano una sorta di emergenza infinita che mette a rischio fortemente il diritto al dissenso. Del resto l’indagine bolognese condotta dal pm Dambruoso era stata del tutto azzerata dalla Suprema Corte. E anche lì si trattava di manifestazioni a favore dei detenuti con mascherine e rispetto delle distanze.

E bisogna ricordare che nella relazione annuale dei servizi di sicurezza sia l’operazione di Bologna “Ritrovo” sia quella romana “Bystrock” erano state presentate come successi investigativi nonostante i ribaltamenti della Cassazione che in questi ultimi giorni si sono ulteriormente concretizzati. Anche se i giornaloni non ne parlano. In pratica sono fermi al giorno degli arresti alle conferenze stampa degli inquirenti e all’estradizione di Francesca Cerrone altro “successo”. (frank cimini)

 

 

 

 

 

Strage del Sant’anna le tesi “assolutorie” della procura

Strage del Sant’Anna, atto secondo
Ecco le tesi “assolutorie” della procura

Un anno dopo, dopo le rivolte che hanno incendiato decine di galere e la morte di tredici detenuti, dalla richiesta di archiviazione per otto decessi “modenesi” emergono altri passaggi destinati a far discutere. La sicurezza della casa di reclusione di Modena, anche a sommossa cessata e ad allarme rosso rientrato, è stata la priorità. E se il numero di croci è salito a nove, quando l’istituto non era più fuori controllo, la colpa non può essere addebitata a nessuno, se non ai reclusi stessi. Hanno rubato o distribuito metadone e psicofarmaci, ingerendone in quantità. Li hanno nascosti nelle mutande o nelle tasche. Non se ne sono liberati. Il carcere veniva prima, prima di ciascun uomo. Questa almeno sembra essere la tesi della procura, un pugno allo stomaco. Testualmente, a fronte della perdita di nove vite, le pm titolari delle indagini scrivono: «E’ evidente che l’esecuzione di perquisizioni personali a carico dei detenuti al momento del loro ingresso in cella non sia finalizzata a tutelare colui che fa ingresso ed evitare che porti con sé beni che possano nuocere alla sua stessa salute (nello specifico metadone) ma sia al contrario giustificata da motivi di sicurezza, ossia dalla necessità di evitare situazioni di pericolo capaci di mettere a repentaglio l’ordine e la sicurezza dell’istituto».
Alì Bakili probabilmente viene visitato una prima volta l’8 marzo, a sommossa in corso, e poi il 9 marzo. La dottoressa di turno la prima sera non si ricorda di lui, il collega del giorno dopo sì. Degli accertamenti sanitari e delle cure c’è traccia su due schede, redatte non si sa esattamente da chi (in un punto della richiesta di archiviazione si parla di personale 118 e in un altro punto di volontari) e con non meglio specificate imprecisioni. L’uomo resta fuori dagli sfollamenti e dai trasferimenti, fatali per quattro persone. La mattina del 10 marzo l’uomo è trovato senza vita nella cella numero 21, divisa con un compagno. E’ morto da ore. Anche lui ha ingerito metadone e farmaci, certifica l’autopsia, affidata alle sole consulenti della procura. Questo e non altro, è la loro delle anatomopatologhe, ha causato l’epilogo tragico. Le ecchimosi che ha sul corpo vengono spiegate nel solito modo, come per le altre vittime: se le sarebbe procurate da solo «presumibilmente» durante la rivolta, forse abbattendo un cancello o magari scalando un muro come un ragno (paragone scritto negli atti). Ma come è stato possibile che avesse sostanze letali a disposizione? Perché non gli sono state tolte, se le aveva addosso lui? Oppure, se le ha rimediate, come ha fatto? Dove le ha trovate? Le risposte date dai “custodi” e dalla procura lasciano senza fiato, perché parlano di una persona che era nelle mani dello Stato. «Nessuna responsabilità può ravvisarsi in capo a soggetti terzi in relazione al decesso di Bakili Alì: egli ha consapevolmente assunto metadone e altri farmaci, ad di fuori di qualunque controllo medico, assumendo il rischio di complicanze come quelle che effettivamente si sono verificate. Nessuna responsabilità può essere attribuita ai sanitari che hanno visitato il paziente in data 8 e 9 marzo 2020, né al personale della casa circondariale che ha organizzato e diretto le fasi del rientro dei detenuti nelle celle, posto che l’exitus è stato determinato da una condotta consapevole e intenzionale del detenuto (ritenuto evidentemente in grado di conoscere gli effetti della poliassunzione di oppioidi e medicinali e di poter far libere scelte in una istituzione totale), non controllabile da parte di soggetti terzi che, comunque, non avevano alcun obbligo giuridico (e qui ci sarà da discutere) di prevedere e impedire tale condotta». I detenuti riportati in cella (i pochi rimasti, dopo i trasferimenti in massa) non sono stati perquisiti, non nelle fasi più convulse e drammatiche. La procura giustifica anche questo, “assolvendo” pure la polizia penitenziaria. «Occorre evidenziare – scrivono le pm a capo delle indagini – come la scelta di non effettuare perquisizioni sia stata determinata dalla necessità di convincere gli ultimi rivoltosi, che ancora non avevano acconsentito a rientrare nelle proprie celle, a consegnarsi alle forze di polizia, evitando così un’irruzione del personale di polizia penitenziaria, a cui sicuramente (e chissà da che cosa viene dedotto) sarebbe seguito un vero e proprio scontro con i detenuti, pronti ad opporre resistenza attiva pur di mantenere il controllo della posizione conquistata». Alì Bakili muore. Non è l’ultimo. Il pomeriggio del 10 marzo viene constatato il decesso di Lofti Ben Mesmia, spirato da ore o forse da minuti (i pareri raccolti divergono e il medico del 118 che ha accertato la morte viene sentito «dopo molti mesi»). Non si muove. Dalla bocca gli esce bava marrone, come il compagno di cella dice a un assistente di passaggio, richiamando l’attenzione. Le carte evidenziano che durante la rivolta si era accaparrato sostanze letali, tenute nei boxer. Spiegano che il decesso è avvenuto dopo il rientro in cella, la sera prima, a sommossa rientrata. Confermano la presenza di piccole ecchimosi non letali. Per Lofti manca il racconto di quando, dove e da chi sia stato visitato (perlomeno nella richiesta di archiviazione, una sintesi degli atti prodotti dalla procura). La certezza dichiarata è che sia morto per overdose e che, anche per lui, «nessuna responsabilità possa ravvisarsi in capo a soggetti terzi».

(lorenza pleuteri)