giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Un anno ai domiciliari per errore di carabinieri, giudici e avvocato

Per un errore dei carabinieri, di un magistrato e anche del suo primo avvocato, Donato C., 43 anni, ha trascorso un anno agli arresti domiciliari quando avrebbe dovuto essere libero, come stabilito da un giudice. Addirittura è stato processato per evasione dai domiciliari che non avrebbe dovuto scontare, finendo assolto con sentenza del 6 novembre scorso.

La sua storia, comprese le ammissioni  dello sbaglio da parte dei protagonisti, è contenuta in una serie di atti processuali. Il 13 luglio 2017, il Tribunale di Milano dispone per Donato C., che si trovava a San Vittore dopo essere stato condannato a un anno e tre mesi per favoreggiamento di un latitante, l’immediata scarcerazione’ e la remissione in libertà “considerato che, nonostante i precedenti penali, non aveva mai subito carcerazioni e che, pertanto, si ritiene che la presente vicenda processuale possa sortire adeguato effetto deterrente e non si renda necessaria l’applicazione di ulteriori misure cautelari”. La sua condanna avrebbe quindi potuto e dovuto scontarla con le misure alternative, come l’affidamento in prova.

Quella sera stessa, si presenta alla stazione dei carabinieri di Rozzano esibendo il provvedimento firmato dal giudice. Il militare di servizio nella caserma, è scritto in una nota in cui il Comandante della stazione ammette lo sbaglio, “nell’erroneo convincimento che si trattasse della sostituzione della custodia cautelare con la misura meno afflittiva dei domiciliari redasse il verbale di sottoposizione che certifica che, da quel momento, il Comando ha assunto l’onere dei controlli sulla persona sottoposta a misura restrittiva”. L’errore viene ‘raddoppiato‘, sempre lo stesso giorno, quando il suo legale presenta al Tribunale un’istanza per autorizzare il suo assistito ad allontanarsi da casa per qualche ora al giorno per la spesa, le cure mediche e altre necessità quotidiane. E viene ‘triplicato‘ quando pochi giorni dopo, il 31 luglio, un giudice della sezione feriale del Tribunale non si rende conto che Donato C. dovrebbe essere libero e lo autorizza ad allontanarsi dalla propria abitazione dalle 10 alle 12 e dalle 16 alle 18. “Il fatto che questa vicenda kafkiana si sia protratta per un anno – si legge ancora nella nota del Comandante dei Carabinieri di Rozzano – è anche (o soprattutto) dovuto alla circostanza che il 31 luglio 2017 fu inviato il provvedimento col quale Donato C. venne autorizzato ad allontanarsi dalla propria abitazione”. La svolta arriva quando l’uomo, stanco di ripetere che un giudice lo aveva messo in libertà, si rivolge all’avvocato Debora Piazza la quale, incredula, attesta che effettivamente Donato C. è vittima di un grave errore giudiziario. Il 19 luglio 2018, Piazza manda una ‘diffida’ ai carabinieri di Rozzano nella quale sottolinea che il suo assistito è sottoposto a “un inspiegabile e del tutto ingiustificato provvedimento” e “ha scontato un anno di arresto domiciliari in modo del tutto illegittimo”. Il giorno dopo, arriva la revoca dei domiciliari.

L’esito grottesco di questa sequela di errori arriva quando Donato C. viene processato, su richiesta della Procura, per evasione perché si è allontanato “senza autorizzazione” dalla sua abitazione violando  – si legge nel capo d’imputazione – “l’ordinanza che ha disposto i domiciliari”. Accusa da cui è stato assolto il 6 novembre scorso ‘perché il fatto non sussiste’. Ora, tramite il suo legale, chiederà un lauto risarcimento per ingiusta detenzione. “E’ una vicenda che lascia basiti – commenta l’avvocato Piazza – e certifica la lontananza dei principi contenuti nei manuali del diritto dalla realtà”. (manuela d’alessandro)

 

 

La rivolta dei direttori contro le possibili carceri comandate dalla polizia

E’ in atto, anche se per ora sottotraccia, la rivolta dei direttori delle carceri italiane contro la possibile riforma che  gli toglierebbe molti poteri a vantaggio dei comandanti della polizia penitenziaria nell’amministrazione degli istituti di pena. Anche l’Unione delle Camere Penali e il portavoce del Garante dei detenuti si sono espressi contro la possibile approvazione definitiva, entro il 30 ottobre, di un decreto legislativo del governo in materia di revisione dei ruoli delle forze di polizia che potrebbe mutare in modo radicale i rapporti di potere all’interno delle carceri.

“Depotenziare il nostro ruolo – scrivono oltre cento  dirigenti penitenziari in una missiva a Franco Basentini, capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria – sottraendogli alcune prerogative fondamentali per governare con i necessari equilibrio e terzietà la difficile e complessa realtà penitenziaria significa creare una pericolosa alterazione degli equilibri gestionali, senza, di contro, lasciarne intravedere i vantaggi; significa minare la governabilità degli istituti, attesa la indefettibile funzione di coordinamento del Direttore rispetto alla coesistenze delle diverse istanze interne al ‘sistema’ carcere (trattamentali, amministrative, contabili) che devono necessariamente interagire con quelle di sicurezza e i cui operatori non possono, ovviamente, riferirsi al Comandante di Reparto quale loro vertice”. Inoltre, secondo i direttori si metteranno a rischio quei “principi di equità e umanità” affidati dal legislatore ai vertici degli istituti, sulla base anche di quanto sancito dalla Costituzione. “Spesso a guidare le carceri sono vicedirettori con una delega. Quello che potrebbe succedere – immagina Alessandra Naldi, ex garante dei detenuti del Comune di Milano – è che queste figure sarebbero subordinate ai comandanti della polizia giudiziaria”

Netta l’avversione espressa in una nota anche dall’Unione delle Camere Penali secondo la quale “affidare al Corpo di Polizia Penitenziaria il potere disciplinare, della valutazione dirigenziale, della partecipazione alle commissioni selettive del personale e ai consigli di disciplina significa far regredire il sistema penitenziario a un’idea del carcere esclusivamente punitiva, annullando la figura del Direttore che possa mediare tra le esigenze trattamentali e quelle si sicurezza”. “Preoccupazione” viene manifestata pure dal portavoce della Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, Stefano Anastasia, che sottolinea come ai direttori verrebbe anche tolta “la valutazione di ultima istanza nell’uso delle armi prevista dall’articolo 41 dell’ordinamento penitenziario”. “Dare più poteri ai comandanti delle forze di polizia – commenta Eugenio Losco della Camera Penale di Milano – significherebbe  andare ancora di più nella direzione di una eccessiva severità delle carceri”. (manuela d’alessandro)

 

 

Perché la fine dell’ergastolo ostativo non favorisce la mafia

“Dopo la decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non è vero che, come ho letto, rivedremo circolare per le strade i boss mafiosi’. Questa è una bugia anche se detta da un procuratore antimafia”.  Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale all’Università di Ferrara, tra i massimi esperti in Italia di ergastolo ostativo e capofila nella battaglia per eliminarlo, chiarisce i contenuti e conseguenze della  decisione della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

Perché non favorisce la mafia

“Questo argomento ha intasato la rassegna stampa degli ultimi giorni, gonfia di dichiarazioni bellicose. Sono prese di posizione  chiaramente mirate a esercitare pressioni sul panel dei 5 giudici europei alla vigilia della loro odierna, coerente e scontata decisione. Eppure, i vari procuratori (anche emeriti) che hanno preso così la parola dovrebbero sapere che l’articolo 3 della CEDU è una delle sole quattro norme della CEU che non ammettono eccezione o sospensione, nemmeno in uno Stato di guerra. I giudici europei non ignorano affatto il fenomeno mafioso, ma sanno che nessun reato, per quanto grave, legittima la violazione della dignità umana protetta da quel divieto. Forse, nei prossimi giorni, ci toccherà sentire voci scandalizzate che chiederanno all’Italia di uscire dal Consiglio d’Europa”.

Cosa succede ai boss

“Caduto l’automatismo ostativo -argomenta – si ritornerà alla regola alla regola della valutazione giurisdizionale individuale. Si chiama riserva di giurisdizione ed è prevista dalla Costituzione come meccanismo di garanzia per tutti cittadini, detenuti compresi. Chi preferisce un giudice ‘passacarte’, in realtà mostra totale sfiducia nella magistratura di sorveglianza, preferendo alla sua autonomia e indipendenza una sua subordinazione alle informative degli apparati di polizia.

Perché è una decisione scontata 

Non sono affatto sorpreso di questa decisione. La sentenza Viola del 13 giugno scorso non faceva altro che applicare al caso italiano una giurisprudenza consolidatissima che considera contraria all’articolo 3 della CEDU una pena perpetua priva di concrete prospettive di liberazione del detenuto, alla luce del suo percorso educativo. Solo chi antepone la logica della politica a quella, stringente, del diritto, poteva anche solo ipotizzare un esito differente”.

Cosa deve fare ora l’Italia

La decisione di oggi è importante per due ragioni; la prima è che la sentenza definitiva segnala nell’ergastolo ostativo un problema strutturale nel nostro ordinamento penitenziario, invitando l’Italia a porvi rimedio attraverso una sua riforma ‘di preferenza di iniziativa legislativa’. Diversamente i molti ricorsi siamesi pendenti a Strasburgo e promossi da altri ergastolani ostativi saranno certamente accolti e l’Italia subirà ripetute condanne per non avere adempiuto all’obbligo di rispettare una delle norme chiave della CEDU.  La seconda ragione è che il 22 ottobre, la Corte Costituzionale si pronuncerà su due questioni di legittimità riguardanti l’articolo 4 – bis, comma I, dell’ordinamento penitenziario, che introduce il regime ostativo applicato all’ergastolo. I giudici costituzionali dovranno misurarsi con le meditate argomentazioni dei loro colleghi di Strasburgo”. Attualmente tre ergastolani su quattro sono ostativi, cioè condannati per gravi reati associativi, che, diversamente da tutti gli altri ristretti in prigione, non beneficeranno mai di alcuna misura extramuraria a meno che non rivelino ciò che ancora sanno dei loro crimini. Lo scopo di tale regime – come la stessa Corte Costituzionale ha recentemente riconosciuto – è di incentivare, per ragioni investigative e di politica criminale generale, la collaborazione con la giustizia attraverso un ‘trattamento penitenziario di particolare asprezza. Il perno di questo regime – una vera e propria presunzione legale assoluta – è che solo collaborando si ha la prova certa sia della rottura col sodalizio criminale che dell’avvenuto processo di ravvedimento del reo”.

La Corte Europea ha bocciato la collaborazione come condizione per avere i benefici?

No, la Corte Europea non ha bocciato la collaborazione come condizione per accedere ai benefici penitenziari ma ha contestato l’equivalenza tra mancata collaborazione e pericolosità sociale del condannato, invitando il legislatore italiano a prevedere anche per l’ergastolano non collaborante la necessità di accedere ai benefici penitenziari, se ha dato la prova del sicuro ravvedimento. Come afferma la sentenza Viola contro Italia numero 2, la scelta se collaborare o meno può non essere libera, quando il reo teme ritorsioni  su di sé o vendette contro i propri familiari. E afferma realisticamente che la stessa collaborazione può nascere non da un’autentica collaborazione, ma anche dall’unico proposito di ottenere i vantaggi di legge, Ecco perché  il solo modo di restituire coerenza al sistema è che sia la magistratura di sorveglianza a valutare, caso per caso, alla luce dell’intero percorso trattamentale del reo, se sia ancora specialmente pericoloso, indipendentemente dalla sua collaborazione con la giustizia.

Logica emergenziale o logica costituzionale?

Rispondo con le parole di Leonardo Sciascia, che di mafia sapeva e scriveva, qaundo ancora se ne negava l’esistenza:  la criminalità mafiosa non si combatte con la ‘terribilità del diritto’ ma con gli strumenti dello Stato di diritto.

(manuela d’alessandro)

 

 

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Egidio, morto a 82 anni dopo 9 mesi in carcere con un cancro

Egidio T., operaio saldatore e giramondo in pensione, nessuna condanna in un’aula di giustizia prima di quella che ha segnato l’ultimo vicolo della sua vita, è morto a 82 anni dopo avere trascorso 9 mesi nel carcere di Parma in compagnia di un cancro. La sua è una storia contorta, di disfunzioni comuni nel sistema della giustizia. Nessuno ha una colpa precisa che sia andata così, spiega il suo avvocato Letizia Tonoletti, ma certo quell’uomo, “che spesso doveva attaccarsi a una macchinetta per respirare”, non doveva finire in una prigione. Solo il giorno prima del suo decesso, avvenuto il 6 settembre, il magistrato di. Sorveglianza ha autorizzato la detenzione domiciliare in ospedale. Era stato condannato nel 2017 a tre anni e mezzo di carcere dal Tribunale di Ancona per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina perché, nel 2012, avevano trovato un uomo  dentro a un baule legato sopra al suo furgone, sbarcato con un traghetto dalla Grecia all’Italia. “Dopo essere stato denunciato, il mio assistito non ha più ricevuto notizie di quel procedimento perché ha cambiato domicilio dimenticandosi di comunicarlo alla magistratura”. Si è ricordato di quella vicenda quando, subito dopo la sentenza, sono andati a prenderlo nell’alloggio popolare dove viveva per rinchiuderlo. Il suo difensore non ha potuto che prenderne atto perché il reato è ostativo e quindi non permetteva di evitare il carcere salvo gravi problemi di salute. E, in questi casi, l’istanza può essere presentato solo dopo che il condannato finisce dentro, cosa che Tonoletti ha fatto a maggio di quest’anno, dopo avere tergiversato per via dei problemi economici che Egidio avrebbe potuto patire perché con la condanna gli era stato tolto anche l’assegno assistenziale a integrazione della modesta pensione. Ai primi di settembre, il giudice della Sorveglianza di Reggio Emilia ha scritto alla difesa che avrebbe concesso la detenzione domiciliare solo dopo le dimissioni dall’ospedale in cui era stato ricoverato. Nei giorni seguenti, dal carcere è arrivata al magistrato la comunicazione che il ricovero si sarebbe potuto protrarre vista la gravità del quadro clinico. Il 5 settembre sono stati firmati finalmente i domiciliari, in ospedale. “Egidio mi aveva giurato di essere innocente – dice la legale – e di avere caricato il baule sotto minaccia di morte da parte di un uomo, non immaginando il contenuto del bagaglio. Il suo errore è stato non avere comunicato il cambio di residenza. Se l’avesse fatto, un legale avrebbe potuto chiedere di patteggiare una pena che on comportava il carcere o, almeno, fare appello, fermando così l’esecuzione della pena. La sua però è una dimenticanza comprensibile considerando anche che, dopo la denuncia, ha trascorso lunghi periodi in ospedale a causa del tumore. Sarebbe inoltre giusto che, davanti a casi che coinvolgono soggetti così fragili, la magistratura, prima di emettere l’ordine di esecuzione, allerti i servizi sociali in modo da poter presentare subito un’istanza di misure alternative. Quanto ai tempi, quelli presi dalla magistratura per decidere sono standard”. In carcere Egidio, che ha vissuto per tanti anni in Argentina, “ha sempre detto di essere stato trattato bene, ma non vedeva l’ora di uscire”. Prima di entrarci, racconta chi lo conosceva attraverso l’associazione di Parma  ‘Rete Diritti in Casa’, “era sereno e pimpante, nonostante la malattia”.

 

 

Giulia Ligresti, innocente dopo 6 anni da colpevole

Ci sono casi  in cui la fallibilità della giustizia diventa eclatante. Per  6 anni Giulia Ligresti, figlia del costruttore Salvatore, è stata colpevole con sentenza definitiva, quella con cui un giudice di Torino ha accolto la sua richiesta di patteggiare 2 anni e otto mesi nell’ambito del crac di Fonsai, la compagnia assicurativa di famiglia. Ora la corte d’appello di Milano ha revocato quel verdetto, cancellandolo, perché il 29 ottobre scorso Paolo Ligresti, suo fratello, è stato assolto per gli stessi fatti dalla Cassazione. Un innocente e una colpevole per le stesse accuse non possono essere tollerati nel nostro ordinamento e ai magistrati non è restato che prenderne atto restituendo a Giulia una fedina penale cristallina.

Non è l’unica assurdità in  questo storia perché il 19 ottobre, dieci giorni prima dell’epilogo favorevole a suo fratello, Giulia era finita in carcere diversi anni  dopo la sentenza per quella prassi dei tribunali di Sorveglianza a metterci secoli a fissare le udienze. Nonostante potesse in teoria avere accesse a misure alternative alla detenzione, il giudice di Torino aveva respinto l’istanza di messa alla prova presentata dai suoi legali, Gian Luigi Tizzoni e Davide Sangiorgio. Un mese dopo, appurato il contrasto della sua sentenza con quella favorevole a Paolo, aveva potuto lasciare San Vittore.

“La sentenza di Milano – commentano i suoi avvocati – restituisce piena dignità a Giulia Ligresti, bersaglio di un’ingiusta carcerazione e ristabilisce la verità su un’operazione finanziaria la cui reale storia inizia finalmente a essere scritta. Non ci fu nessun crac e nessuna responsabilità da parte della famiglia”.  Giulia era stata arrestata insieme alla sorella Jonella e al padre il 17 luglio 2013 con l’accusa di aggiotaggio e falso in bilancio. In seguito a una perizia medica, che aveva accertato la sua profonda prostrazione psicologica, aveva lasciato il carcere un mese dopo. Ora potrà chiedere un risarcimento per ingiusta detenzione anche se lei, nel giorno della vittoria, preferisce non infierire: “Ho sempre avuto fiducia nella giustizia senza smettere di lottare, nemmeno quando sono finita in carcere da innocente”. (manuela d’alessandro)