giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

La donna è toga.
Il 65,5% dei magistrati praticanti sono femmine.

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La statistica consacra, come spesso accade, ciò che si vedeva già ad occhio nudo: le toghe rosa ormai sono un fiume in piena, e il mestiere di magistrato è sempre più un mestiere femminile. Dal processo Ruby a quello Santa Rita, bastava fotografare l’aula per toccare con mano quanto la presenza delle donne sui banchi fosse ormai pervasiva e a volte totalizzante: sei donne su sei nei due collegi giudicanti, donna il procuratore aggiunto del caso Ruby, donne le due pm del processo alla clinica degli orrori. E ancora: due donne su tre, presidente compreso, nel processo d’appello dei diritti tv a Silvio Berlusconi, e una donna sul banco dell’accusa; due donne su tre, presidente compreso, tra i giudici d’appello del processo a Dolce e Gabbana; e via di questo passo.
Dal sito del Consiglio superiore della magistratura, i dati confermano esattamente la tendenza. Tra i 9443 magistrati ordinari in servizio, i signori sono ancora in leggero vantaggio: 4828 contro 4615 signore. Ma è chiaro che è l’onda lunga degli anni in cui l’accesso delle donne alla funzione giudiziaria era una eventualità sporadica: basti pensare che solo nel 1963 i concorsi per magistratura vennero aperti anche al gentil sesso, e che il primo concorso della nuova era, tenutosi poco dopo, vide ammesse solo otto donne su un totale di 187 promossi. Poi, un po’ per volta, lo squilibrio si è ridotto. Ed ecco il dato che segna il ribaltamento della situazione: attualmente sono in servizio 713 uditori giudiziari senza funzioni, ovvero laureati in legge che hanno vinto il concorso per entrare in magistratura, e che stanno facendo il praticantato. I magistrati di domani, insomma. Ebbene, di questi sono maschi solo 246, ovvero il 34,5 per cento. Una percentuale quasi da specie protetta.
Sui motivi di questa avanzata costante delle toghe rosa si possono fare diverse letture. A partire da quelle della formazione scolastica: il bacino principale di provenienza nella scuole medie superiori continua ad essere il liceo classico, dove da anni la predominanza delle studentesse è un dato di fatto. Ma c’è anche chi chiama in causa le modalità di selezione dei concorsi per uditore, che richiede tecniche di studio in cui le ragazze eccellono. E indubbiamente c’è un dato oggettivo: mentre negli impieghi privati le possibilità di carriera delle donne continuano ad essere penalizzate, e conciliare il ruolo di lavoratrice e di madre è spesso difficile, in magistratura non sono ammesse discriminazioni, e per esempio il rientro in ruolo dopo il congedo per maternità avviene senza danni alla carriera.
Senza contare che l’organizzazione del lavoro, che permette la presenza fisica in ufficio per un numero di ore non altissimo, con la possibilità di ‘portarsi il lavoro a casa’ (pensiamo solo alla stesura delle motivazioni) si adegua meglio alle esigenze di flessibilità tipiche della vita femminile. Una riprova la si ottiene andando a guardare come si dividono le preferenze dei sessi tra funzioni requirenti e giudicanti: tra i giudici, le donne sono già oggi in maggioranza (3209 contro 3141) mentre tra i pubblici ministeri, che hanno vincoli maggiori e turni anche notturni, la prevalenza dei maschi continua a essere netta: 1294 contro 851. (orsola golgi)

 

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