giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Da Bruti ok alla Boccassini
Forno dà il via libera a Robledo
Ma chi valuta Bruti?
E comunque i pareri sono da buttare

Un girotondo spezzato. Il Procuratore dà un giudizio su un suo vice, un altro procuratore aggiunto valuta un collega pari-grado, ma poi nessuno valuta il procuratore stesso.

Questo accade alla Procura di Milano. In valutazione, tre pedine fondamentali, che aspettano di sapere dal Consiglio giudiziario, e poi dal Csm, se saranno riconfermate nei propri ruoli per i prossimi quattro anni. Ciascuno ha bisogno di un parere, tranne il procuratore stesso. Quindi Bruti Liberati valuta positivamente Ilda Boccassini, capo della Dda. Pietro Forno, numero uno del pool sui reati che riguardano i soggetti deboli, valuta positivamente Alfredo Robledo, capo dell’anticorruzione fino al giorno in cui Bruti l’ha esiliato all’Esecuzione. Ma chi dà il voto a Bruti, anche lui attualmente in valutazione? Nessuno, è capo di un ufficio e non è previsto che sia il Procuratore generale, per esempio, a formulare una valutazione da sottoporre al consiglio giudiziario.

Fatto singolare, poi, è che il consiglio giudiziario ha appena rispedito al mittente i pareri di Bruti su Boccassini e di Forno su Robledo. Perché? Troppo generici, non rispettavano i quesiti previsti. In sostanza, secondo alcuni membri dell’articolazione locale del Csm, quelle schede di valutazione assomigliavano troppo a una specie di copia-incolla del bilancio di responsabilità sociale della Procura, il rapporto che annualmente viene distribuito a tutti i sostituti, ai vertici del Palazzo di Giustizia, e anche ai giornalisti. Non una valutazione specifica sui magistrati in questione, insomma, ma un riepilogone dei dati che riguardano i loro dipartimenti. Curiosa in particolare la carenza di dettagli su un punto: la capacità di rapportarsi con i sostituti. Chissà cosa ne pensano i pm della Dda, o quelli del secondo dipartimento. Bruti per Boccassini, e Forno per Robledo, pare si siano astenuti dal precisarlo.

La requisitoria pudica di De Petris all’appello Ruby:
vietate le parolacce.

“Cosa andavi a fare ad Arcore, ragazzina mia?”. Piero De Petris pone una domanda da nonno dolce e preoccupato mentre cerca di farsi strada tra gli zig – zag di Ruby nelle sue “contraddittorie” dichiarazioni ai pm e al mondo sul sesso sì o sesso no ad Arcore.

Va in scena il primo processo ‘normale’ da quando Silvio Berlusconi ha messo piede in un’aula di giustizia. Sarà l’effetto Renzi con l’ex Cavaliere tra i ‘signori’ delle riforme o  sarà invece che ormai non fa più paura dopo averlo visto affranto su una sedia in ospizio con un camice bianco e una mazurca pallida  in sottofondo. Sarà anche la tempra degli uomini che si giocano questo processo. Piero De Petris, procuratore generale d’inarrivabile rigore nell’esposizione, mai una sbavatura a beneficio dei media, mai un aggettivo scomposto, già un ‘secolo’ giudiziario fa accusa di Berlusconi nel processo Imi – Sir.  E poi i professori Franco Coppi e Filippo Dinacci, che stanno composti nel loro banco, senza saltare su come molle ogni poco come facevano Niccolò Ghedini e Piero Longo. Ecco, appunto. Com’è lontana Ilda Boccassini con la sua requisitoria battente, con la “furbizia orientale” di Ruby, “il soddisfacimento del piacere sessuale del premier”, la “colossale balla” della telefonata Mubarak, il modello “italiano” delle ragazze che si vendono per poco.

De Petris  invece si produce in una requisitoria pudica, che quasi arrosisce nei suoi passaggi clou. Parla di “pernottamenti ad Arcore”, “commercio dei genitali”, soggiorni dall’ex premier che non sono proprio come “prendere il tè delle cinque a casa di un’anziana signora”, di “una competizione che si instaura tra giovani donne per rimanere lì la notte perché fonte di maggiore remunerazione” e la parentela con Mubarak d Ruby diventa un “mendacio”.   Quando deve riferire dell’intercettazione “Io sono la pupilla, lei il culo” in cui Ruby spiega il ruolo suo e di Noemi Letizia, la giovane amica napoletana di Silvio, la parolaccia gli muore in gola e rinuncia alla sua proverbiale precisione cambiando “culo” in “fondoschiena”.  Alla fine anche Coppi gli rende onore, nonostante la richiesta di 7 anni di carcere per Silvio “Una bellissima difesa di una sentenza indifendibile”. (manuela d’alessandro)

 

Camera Penale, la sentenza ‘Infinito’ è copiata
e gli osanna di Boccassini inopportuni

Sulla storica sentenza della Cassazione frutto dell’indagine ‘Infinito’, la Camera Penale di Milano non partecipa all’esultanza mediatica e della Procura che ha accolto la conferma di 92 condanne. E neppure mostra di gradire gli “osanna” di Ilda Boccassini  successivi al verdetto che ha sancito la presenza radicata della ‘ndrangheta in Lombardia.

Non è naturalmente il merito delle accuse al centro della riflessione contenuta in una nota firmata dal Consiglio Direttivo. Quello che preoccupa gli avvocati, “nonostante lo scrutinio di legittimità della Cassazione”,  è che si sia arrivati a questo epilogo a partire da una sentenza di primo grado considerata una “riproposizione pedissequa del contenuto dell’ordinanza di custodia cautelare che, a sua volta, aveva recepito integralmente contenuto e parole della richiesta di applicazione di quelle misure cautelari”. “Un pericoloso gioco di scatole cinesi – così viene definito il cammino di questa indagine verso la condanna definitiva pronunciata il 6 giugno dalla Cassazione – in cui le motivazioni di una parte del processo, ovvero quella cui si riconduce la responsabilità delle indagini e, quindi quella più vicina, anzi necessariamente alleata agli inquirenti, diventa il tessuto motivazionale di un giudizio di condanna, senza che sia stato possibile in modo esauriente e convincente individuare in quella motivazione parti della stessa a cui poter affidare la testimonianza di una autonomia del giudizio del decidente e, quindi, di un valido esercizio della delicata funzione giurisdizionale”. Continua a leggere

Nella ‘guerra’ tra pm, il gip dice no al sequestro di una barca

Nella guerra interna alla procura di Milano dove i procuratori aggiunti si contendono le inchieste spunta la storia di una barca che il pm Claudio Gittardi aveva sequestrato ritenendola profitto del reato di corruzione nella disponibilità dell’ex consigliere regionale Gianluca Guarischi, con il gip Fabio Antezza che dice di no e non convalida il sequestro.

L’inchiesta è uno stralcio del processo in corso a carico di Guarischi che, secondo l’accusa, avrebbe fatto da intermediario tra gli imprenditori Lo Presti padre e figlio e pubblici ufficiali da identificare nell’ambito di appalti della sanità. Tra gli indagati figurano tra gli altri l’ex governatore Roberto Formigoni, l’ex assessore alla sanità Bresciani e l’ex direttore generale Lucchina. Continua a leggere

L’antimafia nazionale sgrida quella milanese, “non ci da’ informazioni”

Il rimprovero spunta dal fitto elenco di processi e inchieste vittoriosi della Procura di Milano. Una ‘spina’ tra gli elogi che colpisce al cuore il gruppo di magistrati guidati da Ilda Boccassini nella lotta alla criminalità organizzata.  In sostanza, nella sua relazione annuale l’Antimafia nazionale accusa quella milanese di passarle poche informazioni e non aiutarla nella sua attività di  coordinamento. Come a dire, i ‘fuoriclasse’ della battaglia contro le mafie non fanno gioco di squadra. Nel rapporto vengono evidenziate le ”perduranti criticita’ nelle relazioni con la Dda di Milano, che incidono sull’esercizio delle funzioni di questa Dna”, dovute allo scarso ”flusso informativo” che non permette di ”cogliere tempestivamente e in modo sostanziale i nessi e i collegamenti investigativi tra le altre indagini in corso sul territorio nazionale” che presentano ”profili di collegamento” con quelle in corso nel capoluogo lombardo. Nonostante le disposizioni normative e le ”successive indicazioni contenute nelle circolari e risoluzioni adottate” dal Csm, scrive la Dna, ”l’Ufficio distrettuale di Milano non ha garantito sinora un adeguato flusso informativo in favore della Dna”. Da parte della Dda di Milano, ribadisce la Dna, non c’e’ uno scambio ”idoneo” di informazioni ”per la preclusione posta a conoscere specificatamente gli atti relativi ad indagini in corso e, tanto meno, le richieste cautelari avanzate, essendo state quest’ultime rese conoscibili solo dopo l’esecuzione delle misure” di custodia cautelare. Problemi simili, secondo la Dna, ”riguardano lo scambio informativo all’interno dello stesso ufficio”, perche’ ”le notizie relative alle indagini dei singoli procedimenti non risultano essere patrimonio comune di tutti i magistrati componenti della Dda” milanese.