giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

“Figli della catastrofi”, l’amicizia tra un ex Br e un bandito della Comasina

 

Due vite parallele che si incrociano fino a saldarsi in un’amicizia profonda in carcere  e ora in un libro in uscita, ‘Figli delle catastrofi’, edito da ‘Le milieu’.  Le firme sono quelle di due protagonisti della storia criminale italiana del secolo scorso che stanno scontando l’ergastolo: Giorgio Panizzari, uno dei 13 reclusi di cui le Brigate Rosse, a cui apparteneva,  chiesero la liberazione in cambio del rilascio di Aldo Moro, e Tino Stefanini, ex componente della ‘banda Vallanzasca’, uno dei gruppi militari più feroci degli  anni Settanta.

“Siamo in due piani diversi,  ma ci aprono al mattino attorno alle 7 e la chiusura è alle 20, 30, così abbiamo modo di trascorrere il più tempo insieme, discorrendo a volte del nostro trascorso, leccandoci a vicenda delle ferite indelebili di quel gruppo di amici che non sono più con noi, raccontandoci a vicenda di quella malavita che è finita e noi, sopravvissuti in via d’estinzione! Magari davanti a un piatto di aglio, olio e peperoncino”.

Carcere di Bollate, autunno 2019, nella stessa sezione in cui è rinchiuso anche Renato Vallanzasca, il capo della banda che atterriva Milano. Questa scena intima e idilliaca arriva dopo  duecento pagine gonfie di turbolenze e azione in quella breve ma intensa parte delle loro vite in libertà perché  due terzi dell’esistenza l’hanno trascorsa in carcere. Il racconto è lucido, senza sconti, come quando Panizzari, oggi 70enne,  ricorda l’amico Martino Zicchitella, “che non era un uomo da situazioni ordinarie”, morto nel corso del fallito attentato al questore anti – terrorismo Alfonso Noce. “Coloro che l’hanno conosciuto bene, sanno bene che Martino non avrebbe voluto una morte diversa e io – aggiunge con orgoglio – l’ho conosciuto bene!”.

Quando gli venne negato il permesso di recarsi a dare l’ultimo saluto all’amico Agrippino che stava morendo, Panizzari provò a chiedere la semilibertà al giudice che gli chiese: “Lei cosa pensa oggi dei familiari di quella vittima che tanti anni fa ha ucciso?”. Lui rispose che non aveva ucciso nessuno e che non gli sembrava serio chiedere scusa 40 anni dopo a chi aveva subito un lutto così straziante solo perché in quel momento chiedeva un beneficio penitenziario. Il giudice, contro il parere del procuratore generale, gli concesse la semilibertà.

La vita di Tino “è stata un cumulo di pene iniziato dal 1970, da una condanna ancora minorenne con un susseguirsi infinito di reati sempre più gravi. Una vita trascorsa da sparatorie, evasioni, violenza, arresti e i benefici previsti dalle leggi che mi lasciavano ogni tanto qualche spiraglio di libertà”.  “Questo libro non inneggia  a nulla”, scrive nella prefazione l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Panizzari ed esperto di terrorismo, spiegando che  il testo nasce dal “rispetto reciproco per le lotte portate avanti attraverso la rivolta contro la spersonalizzazione, contro un sistema repressivo, mai domi, sempre pronti ad urlare le loro ragioni”.  Panizzari scrive di essere stato trasferito in poco più di un anno “17 volte quasi sempre nelle carceri e case penali più infami del Paese; mi furono negati i colloqui con la mia convivente, mi furono ostacolati – quando non resi impossibili – i colloqui con gli avvocati. Presentai decine di esposti…fui ignorato. Le lotte in carcere imperversavano. Molti studenti, compagni operai, erano entrati in carcere, si fraternizzava e si parlava. Si discuteva di tutto, specie con quelli di Lotta Continua”.

E’ questo il momento in cui cambia la sua vita: “Se volevano prendersi la mia vita intera condannandomi all’ergastolo, io avrei preso la loro. Stavano nascendo i Nuclei Armati Proletari”. C’è spazio anche per l’episodio del sequestro di un agente della polizia penitenziaria nel manicomio di Aversa “col direttore che ci propose che ci avrebbe fatto risultare un cancro e uscire per malattia” se avessimo consegnato l’ostaggio. Panizzari venne poi condannato a due anni e otto  mesi con l’attenuante di avere agito per ‘motivi di valore morale e sociale’, cioè la volontà di denunciare le violenze nel manicomio . E per la storia della grazia ricevuta dall’allora Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, e poi revocata in seguito a un nuovo arresto per una rapina organizzata – questa la versione di Panizzari –   per pagare le cure alla compagna malata. Amara la conclusione di Stefanini che spiega “gli enormi cambiamenti nel sottobosco della malavita” con la “nuova generazione diventa egoista, che pensa al proprio orticello fregandosene di tutto ciò che la circonda; nella maggior parte dei casi escono ‘pentiti’ o collaboratori di giustizia, approfittando degli sconti di pena. Ben pochi pensano alle famiglie o a mantenere in carcere i coimputati che non hanno fatto la spia”.

(manuela d’alessandro)

Moro, il libro di Bianconi spiega che “erano comunisti contro comunisti”

“Nel disorientamento generale la congettura su imprecisati collegamenti con servizi segreti stranieri, dell’est e dell’ovest, nel pese già afflitto da stragi misteriose trame occulte e deviazioni istituzionali, può perfino suonare più rassicurante rispetto all’azione proditoria di una organizzazione rivoluzionaria nostrana”. Sono sei righe secche con cui Giovanni Bianconi, giornalista del Corriere della Sera, spiega e contrasta la dietrologia che sul caso Moro dura dal giorno dell’agguato 16 marzo 1978 e non accenna a diminuire, nonostante non abbia mai trovato il minimo riscontro.

Come mai ha trovato riscontro un’altra congettura dei legami con i  servizi segreti del leader delle Brigate Rosse Mario Moretti, il quale tra l’altro è detenuto in regime di semilibertà dal giugno del 1981 e tale circostanza dovrebbe bastare e avanzare da sola a spazzare qualsiasi dubbio in una situazione normale in un paese normale che evidentemente non è il nostro.

Il libro di Bianconi ricostruisce quello che accadde nei 55 giorni tra i palazzi delle istituzioni e l’appartamento dove venne tenuto il presidente della Democrazia Cristiana. Punta l’attenzione sul partito della fermezza sul no a qualsiasi trattativa dove la parte del leone la fece il Partito comunista italiano che per lungo tempo dirà che le Br erano “sedicenti rosse” e il segretario Enrico Berlinguer parlerà di “metodi nazi-fascisti”. Il partito temeva la concorrenza del partito armato dentro il movimento operaio.

Del partito armato Aldo Moro prima di essere rapito aveva parlato a più riprese sia in pubblico sia in privato con i suoi figli che riferiscono: “Il concetto di partito armato per lui significava una forza reale nella vita del paese una forza incidente che aveva obiettivi determinati e che non si poteva in alcun modo sottovalutare e soprattutto era e diventava per questo un problema politico e non più strettamente un problema di polizia di ordine pubblico, giudiziario”.

Purtroppo per Moro, eccezion fatta per un gruppo di fedelissimi che si diedero da fare per salvargli la vita, la classe politica con il fronte della fermezza non solo fu di tutt’altra opinione, ma sostenne che il presidente della Dc “non era lui” nelle lettere dalla prigionia. Insomma Moro fu isolato. Lui invocava la ragion di stato per tornare a casa, ricordando che in altri paesi in casi analoghi c’era stata trattativa. La politica invece interpretava la ragion di stato nel modo esattamente opposto.

La moglie Eleonora Moro dirà : “Siamo prigionieri” con riferimento al palazzo che non ascoltava le parole accorate dei familiari.

Quello di Bianconi è uno dei pochi libri schierati contro la dietrologia alla quale hanno dato spazio anche le commissioni parlamentari, soprattutto quella della scorsa legislatura presieduta da Giuseppe Fioroni e animata da diversi esponenti del partito erede del Pci. Chi scrive queste poche righe per dare atto a Bianconi di aver fatto un lavoro onesto di ricostruzione è convinto che la maggior parte della dietrologia sul caso Moro nasca proprio da una circostanza unica. Moro fu rapito da un gruppo di comunisti mentre altri comunisti erano in maggioranza di governo. E dopo oltre 40 anni non se ne viene fuori (frank cimini)

“16 marzo 1978″ di Giovanni Bianconi. 223 pagine, Editori Laterza