giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Perché gli scippatori vanno in galera e i corrotti no?
Un’idea di riforma da chi esegue le pene

“Volete sapere perché gli scippatori vanno in galera e i corrotti no? Semplice, basta leggere un articolo di legge e semplicissimo sarebbe cambiarlo”. Così semplice che non si fa, appunto, preferendo arrovellarsi su complicate ipotesi di riforma.

Spiega il il sostituto procuratore generale di Milano Antonio Lamanna, magistrato di grande esperienza che diede parere  favorevole all’affidamento ai servizi sociali di Silvio Berlusconi dopo la condanna Mediaset. “Quando viene pronunciata una sentenza di condanna definitiva a pena detentiva, entrano in gioco l’articolo 656 del codice di procedura penale e l’articolo 4 bis della legge sull’ordinamento penitenziario. Se la pena non supera i tre anni, e ciò accade per la maggior parte dei casi, il pubblico ministero ne sopende l’esecuzione, tranne che per una serie di reati che vengono indicati in queste norme”.

Quello che stupisce sono alcuni dei reati che costituiscono eccezione alla regola generale, per i quali cioé non si può sospendere la pena detentiva e si finisce in carcere senza ‘sconti’: scippo, contrabbando aggravato di sigarette, furto in appartamento. Tra queste fattispecie certamente la corruzione non sfigurerebbe. Invece chi prende mazzette ed è condannato a meno di tre anni (succede spesso per la concessione delle generiche o perché si viene giudicati con riti alternativi), evita il carcere. “Basterebbe aggiungere la corruzione accanto allo scippo, al contrabbando e agli altri reati, tra i quali le violenze sessuali, per essere sicuri che chi commette un reato grave come la corruzione sconti in carcere almeno parte della pena”. Una riforma facile, facile. Non giustizialismo, ma buon senso, per un reato tra i più odiosi perché spesso colpisce la fiducia nelle istituzioni e viene compiuto non da chi nasce in ambienti criminogeni ma da chi ‘sceglie’ di tradire la fiducia dei cittadini. (manuela d’alessandro)

Tremonti indagato, al Tribunale dei Ministri la procedura è incerta

Non si sa nemmeno, stando alla procedura, se Giulio Tremonti, indagato per corruzione, abbia diritto o meno a leggere gli atti che lo accusano prima dell’eventuale interrogatorio davanti al Tribunale dei Ministri, dove intanto è stata depositata la nomina del suo difensore, il professor PierMaria Corso.

Il legale, stamattina, ha incontrato il pm Roberto Pellicano che due settimane fa, insieme al collega Giovani Polizzi, decise l’iscrizione di Tremonti nel registro degli indagati per una presunta tangente da 2,4 milioni ricevuta da Finmeccanica attraverso una consulenza fiscale inesistente affidata allo studio da lui fondato e dov’è tornato dopo l’esperienza ministeriale.

E anche per un professore come Corso è difficile districarsi tra le norme del Tribunale dei Ministri che risalgono al 1989, prima della riforma del processo penale. Non è dato sapere se il Tribunale dei Ministri debba o meno varare un provvedimento di chiusura delle indagini con conseguente messa a disposizione degli atti affinché l’indagato possa consultarli e difendersi. E’ ragionevole ipotizzare che nel caso il Tribunale Ministeriale decida la convocazione di Tremonti debba dargli la possibilità di leggere le carte. E’ certo invece che in caso di rinvio a giudizio il processo verrà celebrato alla Camera dei Deputati e la Procura che ha avviato l’indagine verrà sentita al fine di acquisire il suo parere. (frank cimini e manuela d’alessandro)