giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

I 90 anni di Lodovico Isolabella, il maestro del “punto nel processo”

 

Lunedì 12 aprile, il Tribunale di Milano ha reso omaggio all’avvocato Lodovico Isolabella, che si appresta, nonostante i 90 anni compiuti a dicembre (è del 1930), a sostenere un importante processo il prossimo 14 maggio.

Evento organizzato presso la Sala del consiglio dell’Ordine dal Presidente Vinicio Nardo e da uno dei tanti ex collaboratori (Davide Steccanella) che in oltre sessant’anni sono passati dallo studio di via Fontana, Isolabella è arrivato con i figli Francesco e Luigi, a loro volta avvocati, dove si erano dati appuntamento alcuni membri storici di quello studio.

Dall’ex giudice Gianfranco Gilardi agli avvocati Giovanni Dedola, Angela Maggi, Francesco Arata, Daniele Benedini, Carlo Baccaredda, Maddalena Padovan, Luca Troyer, fino ad Alessandra Mandolesi, che ancora oggi, dopo 25 anni, lavora con lui.

Ad ascoltare il racconto di aneddoti, processi e vita vissuta con Isolabella erano collegate tantissime persone in diretta zoom e con la pagina FB della Camera Penale di Milano.

Oltre all’ex giudice Armando Spataro e Annalori Ambrosoli, madre di Umberto attuale componente dello studio, sono intervenuti colleghi, amici e tantissimi altri ex, da Fabrizio De Sanna ad Alberto Sanjust, da Giacomo Lunghini a Davide Sangiorgio e da Alessandra Matturri ad Angela Quatraro.

E’ stato proiettato il trailer di una video intervista di Enrico Riccioni dal titolo “La lotta per la libertà” e al termine dell’incontro, durato oltre due ore, Isolabella, che non ha mancato di ricordare i tanti processi fatti ai tempi insieme ai presenti, ha ringraziato tutti, ricordando l’importanza della difesa dell’uomo quale essenza del ruolo dell’avvocato. 

 

“Quando mi presentai nello studio di via Fontana 4, ai tempi più piccolo di quello di oggi, era il settembre del 1987 e c’era un gran fermento di persone che si agitavano intorno a un signore con un’ottocentesca barbetta a punta, il quale si limitò a dirmi “ma questo non è uno studio, è un casino!”, e senza neppure chiedermi chi diavolo fossi mi ordinò di seguirlo mentre si recava con passo rapido al vicino Tribunale, seguito da un codazzo di “praticanti” con borse e faldoni.

Arrivati davanti al grande scalone centrale di corso di Porta Vittoria ci fermammo perché lui si mise a raccogliere delle erbe nell’arida aiuola che sopravvive nel cemento esterno del palazzone e che poco dopo gli vidi poggiare, con enfasi mista a una mezza risata, sul banco solenne del Tribunale riunito per l’udienza.

Non ho mai saputo a cosa servisse produrre erbacce in un processo per reati valutari, ma ricordo che pensai chegli avvocati non dovevano essere tutti necessariamente noiosi e “tromboni” se tra loro c’era uno come lui, e chequel mestiere avrebbe potuto riservare qualche creatività.

Isolabella è stato il mio primo e unico Maestro, “Trova il punto del processo”, era la sua regola, perché diceva che all’interno di ogni causa, anche quella più complessa, si annida sempre il punto decisivo, quello intorno cui ruota il tutto, e che andava trovato studiando pazientemente ogni pagina e incartamento.

Il prezioso archivio web di Radio Radicale consente di riascoltare a distanza di anni l’audio di alcuni grandi processi del secolo scorso e tra questi quello celebrato avanti la Corte di Assise di Milano (presieduta da Antonio Cusumano) per la morte di Sergio Ramelli.

Il 12 maggio 1987, dopo l’intervento del Prof Giandomenico Pisapia, prende la parola l’avvocato Lodovico Isolabella in difesa di due imputati.

A fronte di una responsabilità accertata, il difficile compito del difensore era quello di aiutare una Corte formata da giudici popolari a pervenire a una condanna “giusta” che tenesse in debito conto la realtà storica di un fatto avvenuto 12 anni prima, quando l’intero tessuto sociale, culturale e politico della città era completamente diverso da quello del giorno del tardivo giudizio.

Per tutta la prima parte del suo intervento Lodovico Isolabella si impegna a ricostruire alla Corte con infinita pazienza e l’ausilio di un immenso materiale raccolto quale fosse la Milano del 1975.

E così, una delle migliaia di arringhe in difesa di due delle migliaia di imputati di un conflitto che produsse nel nostro Paese numeri da “guerra civile a bassa intensità” (come ha detto qualcuno), si trasforma in una formidabile lezione di Storia, e stupisce che a tenerla sia chi per tradizioni familiari, culturali e anche generazionali, era quanto di più distante potesse esserci da quel conflitto.

Isolabella inizia raccontando un episodio accaduto a Ramelli mesi prima del suo omicidio all’Istituto tecnico Molinari quando fu cacciato perché fascista e suo padre costretto a passare attraverso la gogna di due cordoni posizionati ai due lati, e senza che nessun rappresentante della Scuola o di altre Istituzioni muovesse un dito a difesa di quel ragazzo e di quel padre.

Questo gli consente di ricostruire il 1975 a Milano in termini di realtà e solo al termine di quell’immane sforzo di memoria Isolabella può affermare a gran voce una grande verità, e cioè che nella richiesta di pene esemplari per quei pochi imputati, il Pubblico Ministero, lo Stato e la stessa opinione pubblica, in realtà assolvono le proprie coscienze da un’accusa ben più grave: quella di avere contribuito a far si che quella gigantesca tensione sfociasse in quei singoli delitti e non viceversa.

E nello straordinario richiamo al processo di Norimberga, Isolabella punta il dito contro la sempiterna pretesa del vincitore di processare, applicando codici propri, il vinto, il quale di codici propri ne aveva altri, per arrivare a concludere in modo apparentemente provocatorio (ma non lo era) che: “Questi ragazzi che uccidevano rincorrevano la vita e non la morte!”.

Io credo che l’esito del processo di primo grado abbia recepito, con quella sentenza che definiva “oltre l’intenzione degli imputati” la morte di Ramelli, il significato più profondo della straordinaria arringa di Isolabella.

Mentre ascoltavo la prima parte di quella arringa mi riempiva di orgoglio pensare di avere avuto il privilegio di lavorare per anni a stretto gomito con una persona così”.

Davide Steccanella

 

 

 

 

 

 

Cade accusa di terrorismo per altri 4 anarchici romani

È caduta l’accusa di associazione sovversiva finalizzata al terrorismo per altri quattro anarchici romani arrestati a giugno dell’anno scorso. Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Roma al quale la Cassazione aveva rimandato indietro gli atti spiegando che la mera adesione all’ideologia anarchica non basta per contestare l’aggravante di aver agito con fini di eversione dell’ordine democratico.

L’accusa di terrorismo cade per Claudio Zaccone, Daniele Cortelli, Flavia di Giannantonio e  Nico Aurigemma. Sono stati tutti scarcerati a eccezione di Zaccone che resta detenuto per un’azione contro una caserma dei carabinieri.

In precedenza era stata scarcerata Francesca Cerrone. L’operazione del giugno scorso si rivela sempre di più come un flop investigativo nonostante fosse stata citata come un successo nella relazione annuale dei servizi di sicurezza.

Va ricordata la storia di una analoga operazione avvenuta a Bologna nel maggio dell’anno scorso con scarcerazione da parte del Riesame di tutti gli anarchici dopo tre settimane.

A scoprire gli altarini nel caso di Roma è stata ancora una volta la Cassazione che già in passato aveva avuto modo di fissare paletti ben precisi in relazione all’associazione sovversiva finalizzata al terrorismo.  Ma gli uffici inquirenti della magistratura e quelli della Digos sembrano proseguire imperterriti per la loro strada di fatto criminalizzando manifestazioni di dissenso come quelle organizzate sotto le carceri in solidarietà con i detenuti alle prese con l’emergenza Covid.

Francesca Cerrone aveva scontato nove mesi di custodia cautelare e dell’accusa a suo carico resta solo il presunto furto di sacchi di cemento del valore di 30 euro. Per capire il contesto politico di queste inchieste va ricordato che Nico Aurigemma si era visto negare il permesso di colloquio con i genitori e la sorella perché il pm esprimendo parere contrario aveva indicato tra i motivi il fatto che il giovane si era avvalso della facoltà di non rispondere nell’interrogatorio di garanzia. Cioè Aurigemma per aver esercitato il suo diritto di indagato si vedeva negare un diritto da detenuto. (frank cimini)

 

Nell’annus horribilis 96 vittime di omicidio di genere femminile

Vicktoria, l’ultima della serie nera, aveva 42 anni e faceva la badante. Uccisa con 5 coltellate, è stata sepolta sotto il campo di un ex bocciofila di Brescia. Del delitto è sospettato l’ex fidanzato.

Concetta, la prima della lista di sangue, di anni ne aveva 79 e abitava in un paesino in provincia di Catania. Il marito novantenne l’ha massacrata a bastonate.

Alessandra, 47 anni, guidava i tram a Milano. Il geloso ex compagno l’ha fulminata con una fucilata, nella sua casa di Truccazzano, nel pieno del lockodown primaverile.  Sempre nel periodo del primi giro di blocchi un cliente insoddisfatto ha strangolato Stefania, 45 anni, costretta a vendersi per bisogno in un appartamento della periferia popolare di Milano. Polizia e carabinieri per mesi non  hanno taciuto che si era trattato di un omicidio, scoperto  con l’autospia  posticipata a causa della pandemia e  rivelato solo quando il presunto responsabile e stato fermato. E poi Fatima, Bruna, Ambra, Speranza e troppe altre ancora.

Nell’annus horribilis dell’emergenza covid  – e dell’ecatombe provocata dal virus – al 19 novembre si contano 96 vittime di omicidio, 85 delle quali in ambito in ambito familiare o affettivo, in 59 casi colpite a morte da un partner o un ex partner.

Più di metà dei delitti complessivi -  126 dei 237 censiti – ha avuto come scenario la famiglia o una relazione e a perdere la vita sono state in maggioranza le donne. Il calo degli omicidi globali, in corso da anni , non si è arrestato. In questi primi dieci mesi e mezzo è sceso anche il numero delle donne ammazzate (con una lieve variazione al rialzo per una sottovoce), ma la percentuale rispetto al totale delle vittime è tornata a salire, in controtendenza.

I DATI

I numeri ufficiali aggiornati al 19 novembre arrivano dal Dipartimento di pubblica sicurezza e precisamente dalla Direzione centrale della polizia criminale guidata da Vittorio Rizzi, a ridosso della Giornata dedicata al contrasto alla violenza contro le donne. Nel 2017 gli omicidi volontari registrati e perseguiti sono stati 375, con 132 vittime di genere femminile. Nel 2018 si sono contati 358 delitti dolosi  e 141 donne uccise. Nel 2019 il totale è calato rispettivamente a 315 omicidi e a 111 vite femminili stroncate.  In questi  tre anni alla voce omicidi in ambito familiare o affettivo si è oscillati da 143 a 160 a 151, con 96, 111 e 94 donne ammazzate.

Il CONFRONTO

Il confronto tra le prime 46 settimane del 2019 e lo stesso periodo 2020 certifica che lo stare chiusi in casa per un lungo periodo, costretti alla coabitazione forzata, non ha appesantito il bilancio complessivo degli omicidi, per ora in linea con il trend degli ultimi anni: l’aggiornamento delle aggressioni letali censite al 19 novembre si attesta a 286 l’anno scorso, quest’anno si ferma a 237.

Le vittime di genere femminile, sempre da gennaio al 19 novembre,  sono quasi le stesse: 98 nel 2019, 96 quest’anno. Gli assassini hanno colpito in ambito familiare o affettivo 134 volte l’anno scorso e 126 nel 2020. Le donne massacrate in un contesto di relazione parentale o sentimentale  sono state 2 in più, 83 tra inizio anno e 19 novembre 2019 e 85 nell’arco temporale 2020 corrispondente.

Passando dai numeri assoluti alle percentuali, e per la voce omicidi volontari in ambito familiare o affettivo, si percepisce meglio il peso della violenza estrema commessa sulle donne:  rappresentano il 67  per cento delle vittime tra le mura domestiche e  tra coniugi, fidanzati, ex .

Un passo indietro, dopo la contrazione del 2019 (l’anno scorso sono state il 62 per cento, contro il 69 per cento del 2018 e il 67 per cento del 2017).

LE STORIE

Il sito femminicidioitalia.com -  solitamente preciso nel raccogliere, analizzare e divulgare i dati – conta un femminicidio in meno rispetto alle statistiche di polizia (58 e non 59). E divide i dati per mesi, raccontando la storia di ogni vittima.

Nel primo lockdown, stando a queste elaborazioni, non c’è stato un boom di donne assassinate(diversamente da quanto sostenuto da altri siti, che arrivano a parlare di aumenti del 200 per cento): 17 donne ammazzate in quanto tali tra marzo e maggio 2020, 21 nello stesso trimestre 2019, 16 nel medesimo periodo 2018.

Torino e provincia si distinguono negativamente per gli omicidi-suicidi, ben 9 da inizio anno a metà novembre. Le vittime sono in prevalenza donne, gli autori persone vicine. Perché tutte queste storiacce in serie? Quali sono gli elementi comuni? E le differenze? Che cosa si può imparare, da questa violenza etero e autodiretta? Il Corsera sostiene che la pandemia “probabilmente esasperato tante situazioni già al limite” e ricorda le vittime una ad una. In alcuni casi si accenna a depressione e problemi mentali, in altri si rileva che gli assassini avevano a disposizione armi da fuoco, legali e illegali.

Il 13 gennaio  un 54enne di Avigliana aggredisce la moglie Stefania, 48 anni, all’apice di una lite. La stordisce con una badile e la finisce con un dardo scagliato con una balestra, la stessa arma usata per uccidersi.

La notte del 6 febbraio, a Piossasco, un grafico danese di 39 anni accoltella la moglie  Anna, architetto di 32 anni di origine russa, e si toglie la vita con un fendente alla gola.

A lockdown appena iniziato, a Beinasco, un ex vigile urbano di 65 anni ammazzata con un revolver la moglie Bruna e il figlio Simone, lei 60 anni, lui 29 anni. L’ultimo colpo è per sé stesso.

Nella notte del 5 luglio 2020, a Torino, una donna 33enne uccide la madre di 60 anni, Luana, con tre coltelli diversi.  Poi si getta dal balcone di casa.

A Carmagnola, il 17 luglio, un pensionato di 68 anni centra con un colpo di pistola la moglie Eufrosina, un anno meno di lui. Fugge, si rifugia in un’altra casa, si siede sul divano e si spara.

Il 31 luglio, a Vinovo, a perdere la vita è una donna di 44 anni, Emanuela:  l’ex convivente, un metronotte disoccupato di 48 anni, la fulmina con la pistola d’ordinanza e si suicida.

A Rivara, il 21 settembre, un padre di 47 anni uccide il figlio undicenne con una pistolettata al cuore e si spara alla tempia.

A Venaria, il 26 settembre, un uomo in sedia toglie la vita alla moglie da cui sta per separarsi, Maria di 41 anni, e la fa finita. Lo strumento è il medesimo: una pistola non autorizzata. Il 9 novembre, in un a villetta di Carignano, un operaio agricolo di 40 anni stermina la famiglia con una semiautomatica comprata pochi giorni prima e legalmente detenuta:  spara alla moglie Barbara di 38 anni e ai due figli gemelli, Alessandro e Aurora di 2 anni, e si sucida, dopo aver soppresso anche il cane di casa.

MINIMI STORICI A MILANO

A Milano, città cui si guarda nel bene e nel male, in questo annus horribilis gli omicidi sono scesi ai minimi storici (questa almeno è l’impressione, avvalorata dalle statistiche tratte dalle cronache e incrociate coi dati Istat di tre decenni). Da inizio anno a metà novembre se ne contano “solo” 7 (e compresi quelli preterintenzionali).

Gli uomini rimasti a terra sono 4 (e di uno, straniero,  carabinieri e procura non hanno reso noto nemmeno il nome), le donne 3. Carla, una pensionata di 90 anni, è stata uccisa in casa con colpi alla testa inferti con un barattolo di marmellata, dal ragazzo che lavorava nell’attività di famiglia,  un bulgaro in precedenza  affidato al figlio e alla nuora. Movente? Un piccolo prestito non concesso e  furto di 150 euro e di alcuni monili.

Stefania è la donna costretta a prostituirsi, ammazzata dall’ultimo cliente, diventata ufficialmente vittima di omicidio 6 mesi dopo l’autopsia. Anche Manuela, transessuale di 48 anni e origini brasiliane, è  stata massacrata da un compagno  occasionale, a coltellate.

Pure in provincia e nel territorio dI Monza e Brianza il numero di omicidi datati 2020 è assai basso, da record assoluto:  quelli  finiti sui giornali sono 5 (2 vittime di genere maschile e 3 donne, una uccisa dalla figlia depressa, una  dal convivente e una dal fidanzato).

Nel 1990, per dare una idea dell’andamento di questo tipo di reato nel corso di 31 anni, si contarono  49 omicidi in città e 67 in provincia (che allora comprendeva anche Lodi e dintorni),  nel 2000 si scese rispettivamente a  20 e 25, nel 2010 il calo arrivò 18 nel capoluogo e 17 fuori. Undici delitti metropolitani e 16 in provincia nel 2017, 9 e 14 nel 2018 e 9 (in città) e 9 (tra la provincia di Milano e  Monza e Brianza) nel 2019.

I DATI DI EURES

Anche i ricercatori dell’Eures mettono l’accento sull’aumento dei femicidi – suicidi, su scala nazionale raddppiati.  Il numero di vittime complessive di genere femminile, confermano, è sceso. Ma il lockdown, giocoforza, ha cambiato dinamiche, contesti, moventi, differenze e composizione del “campione” preso in considerazione, i 91 casi contati da gennaio a fine ottobre 2020. “Il dato è in leggera flessione rispetto alle 99 vittime dello stesso periodo 2019. A diminuire significativamente sono soltanto le vittime femminili della criminalità comune (da 14 ad appena 3 nel periodo gennaio-ottobre 2020), mentre risulta sostanzialmente stabile il numero dei femminicidi (termine usato in alternativa a femicidi, ndr) familiari (da 85 a 81) e, all’interno di questi, il numero dei femminicidi di coppia (56 in entrambi i periodi), mentre aumentano le donne uccise nel contesto di vicinato (da 0 a 4)”.

Altra osservazione, sempre degli esperti di Eures: “Uno degli aspetti più interessanti riguarda la correlazione tra convivenza e rischio omicidiario.

Se infatti il femminicidio è un reato commesso nella maggior parte dei casi all’interno delle mura domestiche, e segnatamente all’interno della coppia, il lockdown ha fortemente modificato i profili di rischio del fenomeno, aumentando quello nei rapporti di convivenza e riducendolo negli altri casi: il rapporto di convivenza, già prevalente nel 2019 (presentandosi per il 57,6 per  delle vittime), raggiunge il 67,5 per cento nei primi dieci mesi del 2020, attestandosi addirittura all’80,8 per cento nel trimestre del Dpcm Chiudi Italia (quando, tra marzo e giugno 2020, ben 21 delle 26 vittime di femminicidio in famiglia convivevano con il proprio assassino). In valori assoluti, nel confronto tra i primi dieci mesi del 2019 e il medesimo periodo del 2020, il numero dei femminicidi familiari con vittime conviventi sale da 49 a 54 (+10,2 per cento), mentre contestualmente scende da 36 a 26 quello delle vittime non conviventi (-27,8 per cento)”.

Capitolo moventi, da leggere con una osservazione di base.

Con numeri relativamente bassi – siamo sotto i 100, piaccia o meno – le oscillazioni percentuali vanno prese con cautela.

“Se la gelosia patologica e il possesso continuano a rappresentare anche nel 2020 il principale movente alla base dei femminicidi (con il 31,6 per cento dei casi), le prescrizioni imposte dal lockdown e la forte estensione dei tempi di convivenza – è la tesi dei ricercatori di Eures -  spiegano il forte aumento dei femminicidi seguiti alla esasperazione  delle condizioni di litigiosità/conflittualità domestica (27,8 per cento a fronte del 18,1 del 2019) così come quelli correlati ad una situazione di disagio della vittima (o dell’autore), passati di litigi e dissapori che, evidentemente, in una situazione di costretta e continuativa convivenza, hanno generato veri e propri corto circuiti, esasperando le microconflittualità quotidiane precedentemente rese più gestibili dalle minori occasioni di contatto. Aumentano anche le donne uccise per l’incapacità dell’autore (generalmente il coniuge) di prendersi cura della malattia (fisica o psicologica) della vittima (dal 10,8 al 20,3 per cento del totale) o dell’autore (dal 16,9 al 17,7 per cento): il disagio complessivamente inteso, in assenza di un adeguato supporto socio-sanitario, arriva a spiegare nell’anno del lockdown oltre un terzo dei femminicidi censiti.  Marginale appare invece il movente economico, passato dal 4,8 al 2,5 per cento”.

(lorenza pleuteri)

Stupro, due anni più terapia ma non vale certo per tutti

È una sentenza di cui dovremo ricordarci non appena per un fatto analogo un immigrato extracomunitario sarà condannato a 8 anni di carcere. Succede al Tribunale di Milano.
Il  giornalista ed ex assessore di Milano Paolo Massari ha patteggiato due anni per la violenza sessuale nei confronti di un’amica, perpetrata il 14 giugno scorso. La donna, una 56enne sua ex compagna di scuola, era stata stuprata in casa dopo una cena con lui, poi era uscita nuda in strada pur di allontanarsi dal suo aguzzino; quindi era stata soccorsa e aveva denunciato. L’ex assessore era stato portato in carcere. Da quanto si e’ saputo, ha ammesso i fatti e ha chiesto scusa alla vittima, risarcendola di una cifra attorno ai 50mila euro. In base alla norma prevista dal “codice rosso” per i profili per cui sulla “pericolosita’” prevale la “fragilita’” psicologica del soggetto, e’ prevista la pena sospesa e il trattamento terapeutico di due anni. Qualora l’imputato non si presenti anche ad una sola seduta il percorso si interrompe e si torna alla pena afflittiva. Gia’ in passato Massari si era autosospeso dalla giunta Moratti per una vicenda relativa a molestie sessuali.
“La pena è adeguata al fatto concreto – spiega il procuratore aggiunto Maria Letizia Mannella – il comportamento processaule dell’imputat è stato corretto. L’imputato ha intrapreso una terapia”.

Chi scrive queste poche e povere righe è contrario all’esistenza stessa del carcere ma ha l’impressione che la sentenza del caso Massari sia un unicum o quasi. La pena appare anzi è assolutamente ridicola rispetto a quanto avviene regolarmente nei palazzi di giustizia. Massari, ricco, belloccio, famoso e colto come suggerisce un collega della cronaca giudiziaria ha beneficiato di una sorta di perdono di fatto. Aveva anche una decina di precedenti prescritti fuori dalle indagini ma va detto anche che a difenderlo c’era e c’è un avvocato bravissimo come Luigi Isolabella erede di un principe del foro milanese. E fatto non secondario con i giornali che non infieriscono come fanno di solito con i  comuni mortali e i poveri cristi.

Questa vicenda appare sicuramente illuminante perché dimostra che la legge non è uguale per tutti. Si, così sta scritto nei tribunali ma non è vero. anzi. Una volta si parlava di giustizia di classe ed è il caso di recuperare quel termine perché assolutamente rispondente alla realtà. (frank cimini)

Quando la Digos ha nulla da fare… storia di democratura

“È stato individuato attraverso l’acqusizione di alcuni elementi come l’acquisto con carta di credito presso l’esercizio ‘Brico. io” di tre delle quattro lattine di vernice rossa utilizzate per l’imbrattamento della statua di Montanelli” scrive la mitica procura di Milano nel decreto di perquisizione a carico di un giovane studente universitario con l’aggravante di far parte del gruppo Lume (Laboratorio universitario metropoliano) che aveva rivendicato “l’azione illecita”.

E’ noto che da tempo i vari uffici Digos sparsi per il paese sono in pratica disoccupati per mancanza di materia prima e hanno il problema di giustificare la loro esistenza e soprattutto i loro costi di strutture spropositate rispetto alla bisogna. Per cui nel caso specifico i poliziotti sono stati scatenati dal pubblico ministero Leonardo Lesti un altro quantomeno semi disoccupato a rintracciare gli eversori che imbrattarono la statua dell’illustre giornalista il quale fosse in vita forse sorriderebbe di tutto questo.

E le agenzie di stampa allertate dai solerti inquirenti hanno dato notizia dell’avvenimento con flash stellati come si fa di solito per arresti molto importanti. Ma evidentemente i tempi sono quelli che sono per cui inquirenti in toga e in divisa insieme ai media sono costretti a accontentarsi per soddisfare il bisogno di sicurezza creato artificiosamente e intensificato nel regime di Covid 19.

Il giovane nato nel 1999 quando i cosiddetti anni di piombo erano finiti da un pezzo è stato identificato e rilasciato alla fine della brillante operazione coordinata dal procuratore aggiunto Alberto Nobili che alla  vicenda ha dedicato sicuramente un’attenzione degna di miglior causa.

È questa una piccola storia di democratura che racconta come “nulla restera‘ impunito”, neanche il minimo dissenso. Del resto sono tempi in cui le Digos a Milano e non solo occupano il loro tempo facendo visita alle famiglie dei liceali affinché intervengano sui loro pargoli a spiegare che “così non si fa”. Il ragazzo del ‘99 già oltre il liceo probabilmente ha proseguito sulla “cattiva strada” senza ascoltare i consigli dei “grandi” ansiosi di agire per il suo bene. Speriamo solo che la prossima volta paghi in contanti (frank cimini)