giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Nell’annus horribilis 96 vittime di omicidio di genere femminile

Vicktoria, l’ultima della serie nera, aveva 42 anni e faceva la badante. Uccisa con 5 coltellate, è stata sepolta sotto il campo di un ex bocciofila di Brescia. Del delitto è sospettato l’ex fidanzato.

Concetta, la prima della lista di sangue, di anni ne aveva 79 e abitava in un paesino in provincia di Catania. Il marito novantenne l’ha massacrata a bastonate.

Alessandra, 47 anni, guidava i tram a Milano. Il geloso ex compagno l’ha fulminata con una fucilata, nella sua casa di Truccazzano, nel pieno del lockodown primaverile.  Sempre nel periodo del primi giro di blocchi un cliente insoddisfatto ha strangolato Stefania, 45 anni, costretta a vendersi per bisogno in un appartamento della periferia popolare di Milano. Polizia e carabinieri per mesi non  hanno taciuto che si era trattato di un omicidio, scoperto  con l’autospia  posticipata a causa della pandemia e  rivelato solo quando il presunto responsabile e stato fermato. E poi Fatima, Bruna, Ambra, Speranza e troppe altre ancora.

Nell’annus horribilis dell’emergenza covid  – e dell’ecatombe provocata dal virus – al 19 novembre si contano 96 vittime di omicidio, 85 delle quali in ambito in ambito familiare o affettivo, in 59 casi colpite a morte da un partner o un ex partner.

Più di metà dei delitti complessivi -  126 dei 237 censiti – ha avuto come scenario la famiglia o una relazione e a perdere la vita sono state in maggioranza le donne. Il calo degli omicidi globali, in corso da anni , non si è arrestato. In questi primi dieci mesi e mezzo è sceso anche il numero delle donne ammazzate (con una lieve variazione al rialzo per una sottovoce), ma la percentuale rispetto al totale delle vittime è tornata a salire, in controtendenza.

I DATI

I numeri ufficiali aggiornati al 19 novembre arrivano dal Dipartimento di pubblica sicurezza e precisamente dalla Direzione centrale della polizia criminale guidata da Vittorio Rizzi, a ridosso della Giornata dedicata al contrasto alla violenza contro le donne. Nel 2017 gli omicidi volontari registrati e perseguiti sono stati 375, con 132 vittime di genere femminile. Nel 2018 si sono contati 358 delitti dolosi  e 141 donne uccise. Nel 2019 il totale è calato rispettivamente a 315 omicidi e a 111 vite femminili stroncate.  In questi  tre anni alla voce omicidi in ambito familiare o affettivo si è oscillati da 143 a 160 a 151, con 96, 111 e 94 donne ammazzate.

Il CONFRONTO

Il confronto tra le prime 46 settimane del 2019 e lo stesso periodo 2020 certifica che lo stare chiusi in casa per un lungo periodo, costretti alla coabitazione forzata, non ha appesantito il bilancio complessivo degli omicidi, per ora in linea con il trend degli ultimi anni: l’aggiornamento delle aggressioni letali censite al 19 novembre si attesta a 286 l’anno scorso, quest’anno si ferma a 237.

Le vittime di genere femminile, sempre da gennaio al 19 novembre,  sono quasi le stesse: 98 nel 2019, 96 quest’anno. Gli assassini hanno colpito in ambito familiare o affettivo 134 volte l’anno scorso e 126 nel 2020. Le donne massacrate in un contesto di relazione parentale o sentimentale  sono state 2 in più, 83 tra inizio anno e 19 novembre 2019 e 85 nell’arco temporale 2020 corrispondente.

Passando dai numeri assoluti alle percentuali, e per la voce omicidi volontari in ambito familiare o affettivo, si percepisce meglio il peso della violenza estrema commessa sulle donne:  rappresentano il 67  per cento delle vittime tra le mura domestiche e  tra coniugi, fidanzati, ex .

Un passo indietro, dopo la contrazione del 2019 (l’anno scorso sono state il 62 per cento, contro il 69 per cento del 2018 e il 67 per cento del 2017).

LE STORIE

Il sito femminicidioitalia.com -  solitamente preciso nel raccogliere, analizzare e divulgare i dati – conta un femminicidio in meno rispetto alle statistiche di polizia (58 e non 59). E divide i dati per mesi, raccontando la storia di ogni vittima.

Nel primo lockdown, stando a queste elaborazioni, non c’è stato un boom di donne assassinate(diversamente da quanto sostenuto da altri siti, che arrivano a parlare di aumenti del 200 per cento): 17 donne ammazzate in quanto tali tra marzo e maggio 2020, 21 nello stesso trimestre 2019, 16 nel medesimo periodo 2018.

Torino e provincia si distinguono negativamente per gli omicidi-suicidi, ben 9 da inizio anno a metà novembre. Le vittime sono in prevalenza donne, gli autori persone vicine. Perché tutte queste storiacce in serie? Quali sono gli elementi comuni? E le differenze? Che cosa si può imparare, da questa violenza etero e autodiretta? Il Corsera sostiene che la pandemia “probabilmente esasperato tante situazioni già al limite” e ricorda le vittime una ad una. In alcuni casi si accenna a depressione e problemi mentali, in altri si rileva che gli assassini avevano a disposizione armi da fuoco, legali e illegali.

Il 13 gennaio  un 54enne di Avigliana aggredisce la moglie Stefania, 48 anni, all’apice di una lite. La stordisce con una badile e la finisce con un dardo scagliato con una balestra, la stessa arma usata per uccidersi.

La notte del 6 febbraio, a Piossasco, un grafico danese di 39 anni accoltella la moglie  Anna, architetto di 32 anni di origine russa, e si toglie la vita con un fendente alla gola.

A lockdown appena iniziato, a Beinasco, un ex vigile urbano di 65 anni ammazzata con un revolver la moglie Bruna e il figlio Simone, lei 60 anni, lui 29 anni. L’ultimo colpo è per sé stesso.

Nella notte del 5 luglio 2020, a Torino, una donna 33enne uccide la madre di 60 anni, Luana, con tre coltelli diversi.  Poi si getta dal balcone di casa.

A Carmagnola, il 17 luglio, un pensionato di 68 anni centra con un colpo di pistola la moglie Eufrosina, un anno meno di lui. Fugge, si rifugia in un’altra casa, si siede sul divano e si spara.

Il 31 luglio, a Vinovo, a perdere la vita è una donna di 44 anni, Emanuela:  l’ex convivente, un metronotte disoccupato di 48 anni, la fulmina con la pistola d’ordinanza e si suicida.

A Rivara, il 21 settembre, un padre di 47 anni uccide il figlio undicenne con una pistolettata al cuore e si spara alla tempia.

A Venaria, il 26 settembre, un uomo in sedia toglie la vita alla moglie da cui sta per separarsi, Maria di 41 anni, e la fa finita. Lo strumento è il medesimo: una pistola non autorizzata. Il 9 novembre, in un a villetta di Carignano, un operaio agricolo di 40 anni stermina la famiglia con una semiautomatica comprata pochi giorni prima e legalmente detenuta:  spara alla moglie Barbara di 38 anni e ai due figli gemelli, Alessandro e Aurora di 2 anni, e si sucida, dopo aver soppresso anche il cane di casa.

MINIMI STORICI A MILANO

A Milano, città cui si guarda nel bene e nel male, in questo annus horribilis gli omicidi sono scesi ai minimi storici (questa almeno è l’impressione, avvalorata dalle statistiche tratte dalle cronache e incrociate coi dati Istat di tre decenni). Da inizio anno a metà novembre se ne contano “solo” 7 (e compresi quelli preterintenzionali).

Gli uomini rimasti a terra sono 4 (e di uno, straniero,  carabinieri e procura non hanno reso noto nemmeno il nome), le donne 3. Carla, una pensionata di 90 anni, è stata uccisa in casa con colpi alla testa inferti con un barattolo di marmellata, dal ragazzo che lavorava nell’attività di famiglia,  un bulgaro in precedenza  affidato al figlio e alla nuora. Movente? Un piccolo prestito non concesso e  furto di 150 euro e di alcuni monili.

Stefania è la donna costretta a prostituirsi, ammazzata dall’ultimo cliente, diventata ufficialmente vittima di omicidio 6 mesi dopo l’autopsia. Anche Manuela, transessuale di 48 anni e origini brasiliane, è  stata massacrata da un compagno  occasionale, a coltellate.

Pure in provincia e nel territorio dI Monza e Brianza il numero di omicidi datati 2020 è assai basso, da record assoluto:  quelli  finiti sui giornali sono 5 (2 vittime di genere maschile e 3 donne, una uccisa dalla figlia depressa, una  dal convivente e una dal fidanzato).

Nel 1990, per dare una idea dell’andamento di questo tipo di reato nel corso di 31 anni, si contarono  49 omicidi in città e 67 in provincia (che allora comprendeva anche Lodi e dintorni),  nel 2000 si scese rispettivamente a  20 e 25, nel 2010 il calo arrivò 18 nel capoluogo e 17 fuori. Undici delitti metropolitani e 16 in provincia nel 2017, 9 e 14 nel 2018 e 9 (in città) e 9 (tra la provincia di Milano e  Monza e Brianza) nel 2019.

I DATI DI EURES

Anche i ricercatori dell’Eures mettono l’accento sull’aumento dei femicidi – suicidi, su scala nazionale raddppiati.  Il numero di vittime complessive di genere femminile, confermano, è sceso. Ma il lockdown, giocoforza, ha cambiato dinamiche, contesti, moventi, differenze e composizione del “campione” preso in considerazione, i 91 casi contati da gennaio a fine ottobre 2020. “Il dato è in leggera flessione rispetto alle 99 vittime dello stesso periodo 2019. A diminuire significativamente sono soltanto le vittime femminili della criminalità comune (da 14 ad appena 3 nel periodo gennaio-ottobre 2020), mentre risulta sostanzialmente stabile il numero dei femminicidi (termine usato in alternativa a femicidi, ndr) familiari (da 85 a 81) e, all’interno di questi, il numero dei femminicidi di coppia (56 in entrambi i periodi), mentre aumentano le donne uccise nel contesto di vicinato (da 0 a 4)”.

Altra osservazione, sempre degli esperti di Eures: “Uno degli aspetti più interessanti riguarda la correlazione tra convivenza e rischio omicidiario.

Se infatti il femminicidio è un reato commesso nella maggior parte dei casi all’interno delle mura domestiche, e segnatamente all’interno della coppia, il lockdown ha fortemente modificato i profili di rischio del fenomeno, aumentando quello nei rapporti di convivenza e riducendolo negli altri casi: il rapporto di convivenza, già prevalente nel 2019 (presentandosi per il 57,6 per  delle vittime), raggiunge il 67,5 per cento nei primi dieci mesi del 2020, attestandosi addirittura all’80,8 per cento nel trimestre del Dpcm Chiudi Italia (quando, tra marzo e giugno 2020, ben 21 delle 26 vittime di femminicidio in famiglia convivevano con il proprio assassino). In valori assoluti, nel confronto tra i primi dieci mesi del 2019 e il medesimo periodo del 2020, il numero dei femminicidi familiari con vittime conviventi sale da 49 a 54 (+10,2 per cento), mentre contestualmente scende da 36 a 26 quello delle vittime non conviventi (-27,8 per cento)”.

Capitolo moventi, da leggere con una osservazione di base.

Con numeri relativamente bassi – siamo sotto i 100, piaccia o meno – le oscillazioni percentuali vanno prese con cautela.

“Se la gelosia patologica e il possesso continuano a rappresentare anche nel 2020 il principale movente alla base dei femminicidi (con il 31,6 per cento dei casi), le prescrizioni imposte dal lockdown e la forte estensione dei tempi di convivenza – è la tesi dei ricercatori di Eures -  spiegano il forte aumento dei femminicidi seguiti alla esasperazione  delle condizioni di litigiosità/conflittualità domestica (27,8 per cento a fronte del 18,1 del 2019) così come quelli correlati ad una situazione di disagio della vittima (o dell’autore), passati di litigi e dissapori che, evidentemente, in una situazione di costretta e continuativa convivenza, hanno generato veri e propri corto circuiti, esasperando le microconflittualità quotidiane precedentemente rese più gestibili dalle minori occasioni di contatto. Aumentano anche le donne uccise per l’incapacità dell’autore (generalmente il coniuge) di prendersi cura della malattia (fisica o psicologica) della vittima (dal 10,8 al 20,3 per cento del totale) o dell’autore (dal 16,9 al 17,7 per cento): il disagio complessivamente inteso, in assenza di un adeguato supporto socio-sanitario, arriva a spiegare nell’anno del lockdown oltre un terzo dei femminicidi censiti.  Marginale appare invece il movente economico, passato dal 4,8 al 2,5 per cento”.

(lorenza pleuteri)

Stupro, due anni più terapia ma non vale certo per tutti

È una sentenza di cui dovremo ricordarci non appena per un fatto analogo un immigrato extracomunitario sarà condannato a 8 anni di carcere. Succede al Tribunale di Milano.
Il  giornalista ed ex assessore di Milano Paolo Massari ha patteggiato due anni per la violenza sessuale nei confronti di un’amica, perpetrata il 14 giugno scorso. La donna, una 56enne sua ex compagna di scuola, era stata stuprata in casa dopo una cena con lui, poi era uscita nuda in strada pur di allontanarsi dal suo aguzzino; quindi era stata soccorsa e aveva denunciato. L’ex assessore era stato portato in carcere. Da quanto si e’ saputo, ha ammesso i fatti e ha chiesto scusa alla vittima, risarcendola di una cifra attorno ai 50mila euro. In base alla norma prevista dal “codice rosso” per i profili per cui sulla “pericolosita’” prevale la “fragilita’” psicologica del soggetto, e’ prevista la pena sospesa e il trattamento terapeutico di due anni. Qualora l’imputato non si presenti anche ad una sola seduta il percorso si interrompe e si torna alla pena afflittiva. Gia’ in passato Massari si era autosospeso dalla giunta Moratti per una vicenda relativa a molestie sessuali.
“La pena è adeguata al fatto concreto – spiega il procuratore aggiunto Maria Letizia Mannella – il comportamento processaule dell’imputat è stato corretto. L’imputato ha intrapreso una terapia”.

Chi scrive queste poche e povere righe è contrario all’esistenza stessa del carcere ma ha l’impressione che la sentenza del caso Massari sia un unicum o quasi. La pena appare anzi è assolutamente ridicola rispetto a quanto avviene regolarmente nei palazzi di giustizia. Massari, ricco, belloccio, famoso e colto come suggerisce un collega della cronaca giudiziaria ha beneficiato di una sorta di perdono di fatto. Aveva anche una decina di precedenti prescritti fuori dalle indagini ma va detto anche che a difenderlo c’era e c’è un avvocato bravissimo come Luigi Isolabella erede di un principe del foro milanese. E fatto non secondario con i giornali che non infieriscono come fanno di solito con i  comuni mortali e i poveri cristi.

Questa vicenda appare sicuramente illuminante perché dimostra che la legge non è uguale per tutti. Si, così sta scritto nei tribunali ma non è vero. anzi. Una volta si parlava di giustizia di classe ed è il caso di recuperare quel termine perché assolutamente rispondente alla realtà. (frank cimini)

Quando la Digos ha nulla da fare… storia di democratura

“È stato individuato attraverso l’acqusizione di alcuni elementi come l’acquisto con carta di credito presso l’esercizio ‘Brico. io” di tre delle quattro lattine di vernice rossa utilizzate per l’imbrattamento della statua di Montanelli” scrive la mitica procura di Milano nel decreto di perquisizione a carico di un giovane studente universitario con l’aggravante di far parte del gruppo Lume (Laboratorio universitario metropoliano) che aveva rivendicato “l’azione illecita”.

E’ noto che da tempo i vari uffici Digos sparsi per il paese sono in pratica disoccupati per mancanza di materia prima e hanno il problema di giustificare la loro esistenza e soprattutto i loro costi di strutture spropositate rispetto alla bisogna. Per cui nel caso specifico i poliziotti sono stati scatenati dal pubblico ministero Leonardo Lesti un altro quantomeno semi disoccupato a rintracciare gli eversori che imbrattarono la statua dell’illustre giornalista il quale fosse in vita forse sorriderebbe di tutto questo.

E le agenzie di stampa allertate dai solerti inquirenti hanno dato notizia dell’avvenimento con flash stellati come si fa di solito per arresti molto importanti. Ma evidentemente i tempi sono quelli che sono per cui inquirenti in toga e in divisa insieme ai media sono costretti a accontentarsi per soddisfare il bisogno di sicurezza creato artificiosamente e intensificato nel regime di Covid 19.

Il giovane nato nel 1999 quando i cosiddetti anni di piombo erano finiti da un pezzo è stato identificato e rilasciato alla fine della brillante operazione coordinata dal procuratore aggiunto Alberto Nobili che alla  vicenda ha dedicato sicuramente un’attenzione degna di miglior causa.

È questa una piccola storia di democratura che racconta come “nulla restera‘ impunito”, neanche il minimo dissenso. Del resto sono tempi in cui le Digos a Milano e non solo occupano il loro tempo facendo visita alle famiglie dei liceali affinché intervengano sui loro pargoli a spiegare che “così non si fa”. Il ragazzo del ‘99 già oltre il liceo probabilmente ha proseguito sulla “cattiva strada” senza ascoltare i consigli dei “grandi” ansiosi di agire per il suo bene. Speriamo solo che la prossima volta paghi in contanti (frank cimini)

 

Sasà, l’amico fragile dei teatranti morto nelle rivolte in carcere senza un perché

Timido e insieme energico.  Ironico e pieno di delicatezze.  Sensibile e capace di stupire. Fragile. Salvatore Piscitelli  – per chi gli voleva bene semplicemente  Sasà – per tre mesi è stato solo un nome e un numero in una lista, quella dei 13 detenuti morti dopo le rivolte che a inizio marzo hanno incendiato decine di carceri italiane. A ridargli una storia, un passato e la dignità di uomo  – chiedendo per lui verità  e giustizia – sono gli amici di Teatrodentro, il progetto portato avanti per25  anni nel carcere milanese  di Bollate e a San Vittore, l’esperienza che per tutti era “una casa, una battaglia, una famiglia strana”.

I teatranti urlano la loro rabbia e le loro domande in una lettera aperta scritta a più mani. Esigono quelle informazioni che fino a qui sono state negate.  Si indignano. Cercano risposte e responsabilità. Sasà aveva 40 anni e una vita tutta in salita, un percorso reso accidentato dalla droga e dalle cadute.

Era rinchiuso a Modena per cose da poco, un furto e l’uso di una carta di credito rubata. Sarebbe uscito ad agosto. E invece. Dopo la devastazione della casa di reclusione -  e il saccheggio di metadone e benzodiazepine, presenti in quantità massicce e non si sa perché – i reparti devastati e inagibili sono stati sgomberati.

Lui ed altri reclusi sono stati caricati su un furgone (o forse un pullman o una camionetta) diretto verso il penitenziario di Ascoli. Il governo dice che prima dei trasferimenti  tutti i detenuti – e dunque anche Sasà – erano stati vistati da un medico penitenziario o del 118. Ma è difficile crederlo. Forse un dottore attento avrebbero colto i sintomi di una intossicazione da oppiodi e psicofarmaci. Forse sarebbe stato portato in ospedale, come altri.

E’ morto durante il viaggio, senza che nessuno si accorgesse che stava agonizzando o senza che nessuno intervenisse per tempo. “Il decesso – precisa il garante dei detenuti delle Marche,  Andrea Nobili – è stato costatato prima dell’ingresso in istituto, all’esterno”.

Aveva 40 anni e “una vita storta” alle spalle, per usare le parole degli amici di palco. Probabilmente ad ucciderlo è stato una overdose. Ma l’individuazione delle causa di morte non basterà a far archiviare il caso, non per i teatranti, non per i familiari, non per l’avvocata cui ha deciso di affidarsi una nipote, Antonella Calcaterra del foro di Milano. Sasà  aveva origini campane e viveva in provincia di Varese. Orfano di madre e padre, da quando era solo un bambino, era stato cresciuto da una nonna. Poi gli inciampi, il carcere,  le comunità, il teatro, altri inciampi, ancora carcere. “Come spesso succede con chi finisce la pena ed esce – raccontano gli amici teatranti – c’è stato un primo periodo positivo. Poi l’impossibilità della normalità e poi un altro scivolone nel buio e poi altra galera”.

L’arrivo del Covid ha mescolato le carte, privando i detenuti del dritto ai colloqui, dei permessi, delle attività. “Sappiamo solo che nelle rivolte, il fulcro della rabbia per condizioni che non sono mai state vivibili e che l’emergenza ha reso ancora più pesanti, lui ha perso la vita. Non si sa come, non si sa esattamente dove e nemmeno perché, con certezza. L’amministrazione penitenziaria non dà conto di niente”. Pare che sia stata fatta l’autopsia, solo con il consulente indicato dalla procura, senza nessuno a rappresentare i familiari. La salma, stando a voci ufficiose, è stata cremata. Qualcuno ha detto che si è trattato di una scelta obbligata provocata dalla situazione creata dalla pandemia, ma per altri detenuti (voce da verificare) si sarebbe provveduto alla sepoltura. “E’ morto come temeva, pensiamo – dicono sempre i teatranti – al freddo e solo e inutilmente. Eppure doveva custodirlo e salvarlo, anche da se stesso. Dovevano farlo, dovevano custodirlo fino al primo pronto soccorso di strada, fino ad agosto, comunque”. Sasà manca a tutti. E mancano le risposte alle domande che si rincorrono. “Non  è credibile che i medici non si siano accorti che stava male. Sapevano che i detenuti avevano preso farmaci e metadone, erano a conoscenza del suo passato di droga. Non è credibile che gli agenti di scorta non si siano accorti che stava morendo. Non è credibile che dopo la rivolta sia stato assistito nel migliore dei modi possibile. Ci trascineremo in tribunale e aspetteremo di capire che cosa è davvero successo a Sasà e alle persone come lui, morte durante un trasporto o poco prima o poco dopo. Chiediamo verità e giustizia. Chiediamo il rispetto per queste vite al limite”.  (lorenza pleuteri)

http://www.giustiziami.it/gm/chi-sono-le-persone-detenute-morte-nelle-rivolte-in-carcere/

Si ringrazia per la foto Angelo Readelli

“La giustizia è regredita al Medioevo durante la pandemia”

 

La giustizia non sta uscendo migliore dal Covid secondo Vinicio Nardo, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Milano. Anzi, non sta proprio uscendo, è la sua spina: “Mentre il paese reale torna a vivere, nei negozi, nei bar, nelle spiagge, noi restiamo chiusi  e, di fronte al bivio tra fare un salto nel futuro e tornare al passato, stiamo assurdamente scegliendo di regredire al Medioevo”.

E’ un contesto in cui “si combattono ‘battaglie tra poveri’”, come quelle tra cancellieri e avvocati, protagonisti di reciproci episodi di insofferenze nelle settimane del contagio. In una recente delibera, l’Ordine, oltre a chiedere di riprendere a celebrare tutti i procedimenti rinviando solo quelli la cui trattazione “è impossibile” per questioni sanitarie”, parla di “situazione ghettizzante per gli avvocati”.

Mi arrivano segnalazioni – precisa – non solo riguardo le cancellerie dove in alcuni casi l’accesso ci è stato precluso e siamo stati invitati a lasciare dei decreti fuori in una scatola di plastica, con un atteggiamento antiscientifico e medievale. Ma anche da parte dei magistrati. Un collega mi ha fatto sapere che, di fronte alla sua richiesta di consegnare alla Corte d’Appello un foglio di carta per la liquidazione delle spese, si è sentito rispondere dal giudice che non poteva ricevere materiale cartaceo. Ancora una volta, ecco la distanza dalla realtà. La città pullula di rider che ti portano da mangiare, Amazon ti porta qualsiasi cosa e l’unica cosa che non può passare di mano in mano sono gli atti giudiziari”.

La responsabilità “è del Ministero della Giustizia che non può chiudersi a riccio ma deve fare il possibile per risolvere le questioni. Per esempio, i lavoratori non possono accedere al Processo civile telematico solo per colpa del Ministero, altrimenti come io lavoro da casa potrebbero farlo anche loro”.

Per Nardo, c’è poi un’Italia che non ha nessuna voglia di riempire di nuovo le aule dei tribunali: “Ci sono intere parti della penisola – riflette – dove il contagio non sanno cosa sia da tempo. Per carità, fanno bene a riguardarsi ma potrebbero far funzionare tranquillamente la giustizia e se ne stanno fermi, soprattutto al sud, a rinviare alla grande, anche a dopo l’autunno. Non mi stupisce perché a Milano si vedono meno quei fenomeni per cui se vai in giro per l’Italia il giudice invece se ne approfitta appena può per rinviare. Mi è capitato di andare a processi aggiornati senza nessun tipo di vergogna. E su questo trend, col coronavirus ci stanno marciando”. Il timore espresso da Nardo è che, se non si riapre ora “che la situazione è sotto controllo e non lo dicono i decreti ma i dati, il rischio è che, se dovesse esserci un paventato ritorno del virus in autunno, non si ripartirebbe più”.

“Non è importante che ad agosto si lavori, sarebbe una cosa solo simbolica che baratterei volentieri con l’estensione al penale del processo civile telematico che c’è già nel civile, con un’apposita piattaforma e con la possibilità delle notifiche telematiche, approfittando dell’opportunità che la pandemia potrebbe darci”.

Diverso è il processo remoto, quello con cui sono stati celebrati i pochi procedimenti ammessi nell’era Covid in cui si sono visti avvocati fissare schermi dove i volti, o parti del corpo, dei giudici andavano e venivano: “È grave che si sia sbandierato questo come un processo tecnologico, quando è stato fatto con strumenti ridicoli, senza appositi programmi. Non è stato un passo avanti, ma indietro”. (Manuela D’Alessandro)