giustiziami

Cronache e non solo dal Tribunale di Milano

Greco truffato ma indagine a Milano…. scandaloso

Tra i truffati per i servizi aggiunti a insaputa degli utenti con gli smartphone c’è il capo della procura Francesco Greco che rivela il “dettaglio” in conferenza stampa spiegando di essersi accorto di aver pagato 20 euro a bimestre in più per qualcosa che non aveva chiesto. Ma il fascicolo di inchiesta è a Milano dove gli accertamenti sono coordinati dal suo ufficio.

Insomma indaga la parte offesa. L’intero incartamento dovrebbe essere già a Brescia titolare delle indagini sui fatti in cui magistrati in servizio a Milano sono coinvolti come indagati o come parte offesa. Il condizionale è d’obbligo considerando che abbiamo a che fare con una procura abituata ad applicare le regole soprattutto quelle previste dall’articolo 11 con estrema disinvoltura e secondo le proprie convenienze.

Insomma ci sono procure più uguali di altre. La famosa indagine sul sistema Sesto San Giovanni fu mandata a Monza con un anno e mezzo di ritardo. Finita in gran parte in prescrizione. Ma nessuno tra gli addetti ai lavori nessun giornale fece notare la cosa. Per non parlare del CSM regno dell’omertà e dell’Anm associazione sempre pronta a lamentare tentativi di delegittimazione della magistratura quando le toghe sono brave a far tutto da sole.

Negli anni della ”mitica” Mani pulite ne accaddero di tutti i colori. A iniziare dal caso Sme toghe sporche trattenuto per anni illegittimamente. Fu la Cassazione anni e anni dopo a spedirlo a Perugia. Prescrizione.

Anni prima era accaduto che un procuratore aggiunto si trovasse al telefono con un sottufficiale della gdf mentre questo veniva arrestato per corruzione. “Io ‘ste cose a tappeto non le capisco” diceva il magistrato per confortare l’amico. Quelle “cose” erano coordinate dall’ufficio in cui lui era aggiunto. La procura di Milano decise da sola che non c’era nulla di penalmente rilevante senza investire della questione i colleghi di Brescia.
Insomma non c’è nulla di nuovo sotto il sole (frank cimini)

Il terrore del virus in carcere e il piano di emergenza

 

Una giudice di Milano bloccata all’ingresso di San Vittore perché ha la febbre e potrebbe essere infetta. L’immagine svela l’isolamento in cui versano le carceri italiane e in particolare quelle lombarde, coi detenuti ai quali sono state tolte le possibilità  di avere colloqui di persona coi familiari e di uscire, nemmeno per lavorare, se non con deroghe eccezionali. Per il momento non sono stati registrati casi di coronavirus. Aldo Di Giacomo, segretario del sindacato di polizia penitenziaria, informa che “nelle carceri lombarde ci sono una ventina di persone in isolamento perché hanno la febbre, non il coronavirus, per una misura di cautela. A nessuna di loro è stato fatto il tampone, perché non ci sono i criteri che valgono per tutti. Ma quando avranno febbre alta e disturbi respiratori, non resterà che metterli in ospedale e avranno già probabilmente infettato i loro compagni”.

Tra esigenze di salute pubblica e anche di sicurezza, perché non è difficile immaginare subbugli dei reclusi se qualcuno di loro dovesse ammalarsi, gli istituti penitenziari affrontano un momento molto delicato. “L’epidemia arriva in una situazione già grave – spiega Francesco Maisto, garante dei diritti delle persone private della libertà di Milano –  determinata  da due fattori: il sovraffollamento, con ottomila detenuti a fronte di una capienza di seimila in Lombardia, e i problemi particolari in tema sanitario che ci sono da sei-sette mesi. E’ successo che, per inadempimento di una legge regionale che ha imposto degli accorpamenti, siamo arrivati al punto che erano scaduti i contratti dei medici e non erano state fatte delle proposte per nuovi contratti. Quindi dei medici lavoravano senza contratto e altri non hanno più lavorato”.

Le regole per il coronavirus sono state dettate da un susseguirsi frenetico di decreti, raccomandazioni del capo del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e direttive di vario genere. Il problema è stato armonizzarle e metterle in ordine di gerarchia. “Non è che ogni direttore potesse scegliersi la normativa ritenuta più giusta, questo non è giustificato neanche dall’emergenza”,  osserva Maisto. Per le carceri milanesi all’inizio  la scelta era stata quella di lasciare la possibilità di colloqui visivi ai detenuti, mentre altrove, per esempio in Emilia Romagna, erano stati sospesi subito. Col decreto legge del 2 marzo, il governo ha stabilito che negli istituti  delle regioni che hanno comuni in ‘zona rossa’ i parenti non possono accedere alle carceri e i colloqui si fanno via telefono, via skype o con videochiamata.

Un’ interpretazione della disposizione ha fatto sì che questa questa possibilità non venisse concessa nelle carceri di massima sicurezza, come Opera. “Sono stata stamattina a Bollate – racconta l’avvocato Valentina Alberta – il cortile era pieno di gente che telefonava. Quello che non capisco è perché solo noi avvocati dobbiamo entrare con la mascherina, mentre gli operatori no. Allora che senso ha non fare entrare i parenti? ”. Nel frattempo, in Lombardia sono arrivate le tende per il triage a Opera, Bollate e San Vittore. Agli avvocati viene controllata la temperatura e sono sospesi gli ingressi dei volontari per evitare assembramenti. “Non vado in carcere da due settimane – afferma Juri Aparo, psicologo che dalla fine degli anni settanta ha seguito migliaia di carcerati col suo ‘Gruppo della Trasgressione’ – come volontario non posso, come operatore a Bollate potrei, ma non ci sono andato perché le attività di gruppo sono sospese. Quelli che mi chiamano, considerandomi alla stregua di un familiare, sono dispiaciuti, ma molto equilibrati, dimostrano di avere cognizione della realtà delle cose. Non posso assicurare che tutti abbiano queste stato d’animo. D’Altra parte se in carcere ci fossero dei casi di coronavirus le cose andrebbero ancora peggio”.  “I detenuti considerano corrette le prescrizioni – conferma Di Giacomo – meglio così che prendersi il virus. Certo, nel momento  in cui dovesse succedere ci sono anche persone irragionevoli che potrebbero dare vita a una rivolta. A questa eventualità non si è preparati. Al prefetto di Poggioreale ho chiesto di tenere pronto l’esercito. La polizia penitenziaria, in generale, non è abbastanza ”. L’avvocato Maria Brucale, attivista radicale, ha altre sensazioni: “A Opera viene concessa una telefonata in più del normale. Così si ovvia all’interruzione degli affetti? I detenuti sono isolati e spaventati, bisogna aiutarli”. Per rassicurarli,  i detenuti sono accompagnati in gruppi di 150 al teatro del carcere dove un’équipe di infettivologi spiega le modalità di trasmissione del contagio e i sintomi. E se il virus dovesse davvero ‘entrare’ negli istituti di pena cosa succederebbe? “Sarebbe una possibile tragedia”, dice Maisto, che però rassicura: “Un piano c’è, le zone di isolamento ci sono in tutte le carceri, anche se poi bisogna fare i conti anche con eventuali falle dall’esterno”. (manuela d’alessandro)

La ‘storica’ vittoria contro l’autovelox killer di viale Fulvio Testi

E’ la strada incubo  per gli automobilisti milanesi,  presidiata da due autovelox infallibili che trafiggono chi accelera oltre i 50 chilometri orari, non trattenendo l’impulso di lasciarsi andare in quella che appare una ‘prateria’ verso il cuore della città. Le multe sono ‘virali’, quasi impossibile farsele cancellare nonostante le proteste di massa.  A rendere l’entità della questione il dato – riportato dal quotidiano ‘Il Giorno’ – che nei primi 6 mesi del 2018 gli eccessi di velocità in questa via avevano portato nelle casse comunali 7,6 milioni di euro.   Questa volta però, una siepe che ingentilisce le traiettorie di cemento ha messo al tappeto i due ‘guardiani’ della velocità.  Il giudice di pace Cinzia Pandiani ha annullato il 23 dicembre scorso una multa inflitta all’avvocato Enrico Giarda, difeso per l’occasione dalla collega di studio Pia D’Andrea perché “le riproduzioni fotografiche relative al tempo dell’accertata infrazione mostrano la segnaletica stradale verticale coperta dalle fronde e dalle foglie dei rigogliosi cespugli posti al limite della carreggiata”. Una esuberante manifestazione ‘vegetale’ che rendeva “non visibile il segnale con l’avviso di controllo elettronico della velocità”. Il Comune ha provato a difendersi consegnando alla giudice delle foto in cui si vede che “siepi risultavamo regolate e la segnaletica era ben visibile” ma non ha precisato a quando risalissero quelle immagini. Nessun dubbio quindi che il verbale datato 19 novembre 2018 andasse stracciato.  Tantissimi i ricorsi respinti negli ultimi anni contro il contestatissimo rilevatore di velocità. Per dire, il giorno in cui l’avvocato Giarda si è visto annullare la multa, 29 ricorsi erano stati respinti, il suo l’unico accolto. (manuela d’alessandro)

La sala stampa intitolata a Annibale Carenzo, un maestro

La sala stampa del palazzo di giustizia di Milano porta il nome di Annibale Carenzo da oggi. Una cerimonia semplice con tante persone che lo avevano conosciuto e apprezzato. Ma se avesse potuto vederci avrebbe sicuramente commentato: “Siete tutti matti”.

Un maestro di giornalismo che ha insegnato il mestiere a tanti giovani ma soprattutto un maestro di ironia come ha ricordato Giuseppe Guastella del Corriere. E Piero Colaprico ha raccontato di quando entrò nello stanzino canticchiando un’arietta dal titolo Wolfango e Annibale gli disse: “Ma cosa sai di Wolfango, quella canzone l’ho scritta io”. E non fu l’unica. Come abbia fatto uno scrittore di canzoni a stare quasi 50 anni in questo palazzo a scrivere di inchieste processi e quindi di varia umanità perché la giudiziaria resta una storia di persone è un mistero.

Lavorava tanto Annibale, la sala stampa era la sua seconda casa forse la prima ma diceva che non si divertiva affatto come ebbe a confidare nell’intervista in occasione dei suoi 80 anni a questo blog. Il presidente dell’Ordine dei giornalisti lombardi Alessandro Galimberti ha aggiunto che Annibale “amava il bello della vita”. Il presidente  del Tribunale Roberto Bichi ha parlato di quando lo vedeva chino sui fascicolo della giustizia civile in un mondo in cui tutti si occupavano pressoché totalmente di penale. “Leggeva leggeva sfogliando e le notizie le trovava”.

Chi scrive queste poche righe testimonia di essere stato colpito da subito da un particolare: Annibale dormiva due al massimo tre ore per notte. Gi bastava diceva accomodarsi su una poltrona. Prendeva in giro Brosio prima dei collegamenti con Fede ai tempi di Mani pulite chiedendo al sottoscritto: “Ma secondo te quando invecchierò diventerò come lui?”. Gli replicavo che sarebbe stato impossibile.

L’intitolazione della sala stampa a Carenzo era una sorta di atto dovuto ma lo abbiamo fatto con piacere pur ricordando che in tempi recenti la nostra comunità era stata colpita da due scomparse premature: Cristina Bassetto e Emilio Randacio. (frank cimini)

Il procuratore Greco, da oggi via libera alle carte ai giornalisti

Sono le 18 del 3 ottobre 2019 quando il sogno di ogni cronista di avere a disposizione una ‘macchinetta’ da cui fuoriescano carte giudiziarie, oltrepassando l’enorme fatica di bussare a mille porte e schivare altrettanti inviti all’inferno, inizia a diventare realtà. Il procuratore di Milano Francesco Greco consegna a una decina di giornalisti nella sua stanza le motivazioni alla decisione con cui il Tribunale del Riesame ha confermato il sequestro di documenti a carico di Gianluca Savoini, l’ex portavoce di Matteo Salvini, coinvolto nell’inchiesta sui presunti finanziamenti illeciti dalla Russia alla Lega. Bum.  Non è proprio il dispenser che con un modico gettone sputa tra le mani tutti gli oggetti del desiderio, ma un enorme passo verso quella chimera sì, lo è.  “Da oggi, si cambia – spiega Greco agli increduli interlocutori – per evitare situazioni di concorrenza sleale abbiamo deciso che, dietro pagamento della marca da bollo, vi distribuiremo copia delle carte che possiedano due requisiti: non contengano informazioni coperte da segreto e abbiamo  rilevanza pubblica. Questo in base anche alla giurisprudenza europea in tema”.

Tutto bene? Il piatto è ghiotto, non c’è che dire. La caccia alle carte  è da sempre un’attività simile a una tappa di severissima montagna per i ciclisti del Giro d’Italia. Eppure qualche perplessità serpeggia nel gruppo. I giornalisti poveri o che non hanno rimborsi come faranno a pagarsi bolli anche da centinaia di euro? Quali criteri ispireranno la Procura nello scegliere cosa divulgare? Poi c’è anche da dire che l’atmosfera nella sala stampa milanese è simile a quella di ‘Prima Pagina’, la commedia diretta da Billy Wilder in cui i giornalisti fanno a gomitate per arrivare primi a dare la notizia e il lavoro di squadra non è contemplato. Chi s’introdurrà per primo nella stanza del procuratore sarà avvantaggiato? E gli avvocati come la prenderanno? Questa democratica macchinetta è pur sempre mossa e utilizzata da uomini e donne.

(manuela d’alessandro)